

A fotografare una situazione ormai strutturale è il nuovo report della Fondazione Gimbe
La sanità di prossimità nel Lazio lancia un segnale d’allarme sempre più difficile da ignorare. A fotografare una situazione ormai strutturale è il nuovo report della Fondazione Gimbe, che racconta di un sistema in affanno, dove a mancare non sono le strutture ma le persone chiamate a farle funzionare: i medici di base.
Il dato più evidente è quello dei 358 medici di medicina generale assenti all’appello nella regione. Un vuoto che non resta confinato nelle statistiche, ma si traduce nella quotidianità di migliaia di cittadini – soprattutto nelle periferie romane – costretti a fare i conti con ambulatori saturi, liste piene e, in molti casi, con l’impossibilità di scegliere un medico vicino casa.
Negli ultimi anni il quadro si è progressivamente aggravato. Tra il 2019 e il 2024, in Italia, si sono persi oltre 5mila medici di famiglia, con un calo che supera il 14%. E il futuro non promette inversioni rapide: entro il 2028, anche nelle ipotesi più ottimistiche, mancheranno ancora circa 2.700 professionisti.
Nel Lazio la pressione è già oggi evidente: ogni medico segue in media 1.383 pazienti, ben oltre la soglia considerata ottimale, fissata intorno ai 1.200 assistiti.
Dietro questa crisi si nasconde un insieme di fattori che rende la professione sempre meno attrattiva. Da un lato, il mancato ricambio generazionale: i giovani medici preferiscono percorsi ospedalieri o il settore privato, percepiti come più stabili e remunerativi.
Dall’altro, pesa una burocrazia crescente che sottrae tempo all’attività clinica, trasformando spesso il medico di famiglia in un compilatore di pratiche più che in un riferimento sanitario per il paziente.
A complicare ulteriormente il quadro c’è l’assenza di un vero percorso universitario strutturato per la medicina generale, che continua a essere percepita come una scelta “di ripiego” rispetto ad altre specializzazioni. Una criticità che, nel tempo, ha contribuito a svuotare il bacino di nuovi ingressi.
Per evitare il collasso, istituzioni regionali e nazionali hanno già messo in campo alcune misure tampone: dall’innalzamento dell’età pensionabile fino a 72 anni all’aumento del numero massimo di pazienti per medico, fino all’impiego anticipato dei medici in formazione. Interventi necessari, ma che non risolvono il problema alla radice.
In questo scenario si inserisce anche la sfida delle Case della Comunità, uno dei pilastri del PNRR. Strutture moderne, pensate per avvicinare la sanità ai cittadini, ma che rischiano di restare gusci vuoti senza un numero adeguato di professionisti e senza un modello organizzativo chiaro.
Il nodo resta aperto: i medici di famiglia continueranno a operare come liberi professionisti convenzionati o diventeranno parte integrante del Servizio sanitario nazionale?
Le conseguenze si riflettono soprattutto sulle fasce più fragili. Per anziani e pazienti cronici, il medico di base rappresenta spesso il primo – e talvolta unico – punto di riferimento sanitario. La sua assenza non è solo un disservizio, ma un vulnus che può ritardare diagnosi, cure e percorsi di assistenza.
La fotografia scattata dal report non lascia spazio a interpretazioni: senza un intervento strutturale, il rischio è quello di una sanità territoriale sempre più fragile, incapace di rispondere ai bisogni reali della popolazione.
E con un numero crescente di cittadini costretti a fare a meno di quella figura che, per decenni, ha rappresentato il pilastro più vicino e accessibile del sistema sanitario.
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