

Al Sud povera una famiglia su 4. La soglia di spesa: 986 euro al mese
Un articolo su Il Messaggero del 5 novembre 2008 di LUCA CIFONI
ROMA La povertà in Italia è sostanzialmente stabile e tocca con più intensità il Sud del Paese e le famiglie con figli. I dati diffusi ieri dall’Istat e relativi al 2007 confermano un quadro in buona parte già noto evidenziando però una piccola inversione di tendenza: rispetto al 2006 la percentuale di poveri decresce leggermente nelle Regioni del Centro e del Mezzogiorno, e cresce invece al Nord.
Quale povertà. L’indagine dell’Istat si concentra sulla povertà relativa, indicatore definito non in base al reddito ma alla capacità di spesa. Secondo questo criterio è povero chi spende meno di una certa somma: più precisamente, viene definita relativamente povera una famiglia di due persone il cui livello di spesa è inferiore a quello medio di una persona sola, valore fissato per il 2007 a 986,35 euro al mese (soglia di povertà). La soglia viene adeguatamente corretta per le famiglie con un numero diverso di componenti. Può succedere quindi che l’incremento della povertà relativa dipenda – paradossalmente – dal miglioramento delle condizioni di vita medie: in altre parole se la parte più benestante della popolazione incrementa sensibilmente la propria spesa, chi resta indietro risulta relativamente più povero, anche se la sua situazione non è particolarmente cambiata.
Quanti poveri. Dunque in base a questi criteri nel 2007 risultano relativamente povere 2 milioni 653 mila famiglie, l’11,1 per cento di quelle residenti, e 7 milioni 542 mila individui, il 12,8 per cento dell’intera popolazione. Da questi numeri si deduce che il nucleo familiare medio è formato da tre persone (più precisamente 2,84). L’incidenza delle famiglie povere è immutata rispetto al 2006, mentre quella delle persone povere è lievissimamente diminuita (dal 12,9 al 12,8 per cento). Cala di poco (dal 20,8 al 20,5 per cento) anche l’intensità della povertà, che misura la distanza dalla soglia media di spesa. L’Istat osserva poi che il 3,7 per cento delle famiglie, ha un livello di spesa solo di poco superiore alla soglia: sono i nuclei a rischio di povertà.
Povertà dove. L’incidenza della povertà relativa è molto più significativa al Sud, dove tocca il 22,9 per cento per le famiglie e il 24,9 per le persone singole, valori in leggero calo rispetto al 2006. Lieve diminuzione anche al Centro (si passa dal 6,9 al 6,4 per cento per le famiglie, e dal 7,9 al 7,2 per gli individui) mentre al Nord la povertà relativa aumenta seppur di poco (dal 5,2 al 5,5 per cento per le famiglie e dal 5,5 al 5,9 per le persone). Nonostante questi modesti cambiamenti l’incidenza del fenomeno resta nel Mezzogiorno quattro volte superiore ai livelli del resto del Paese.
I fattori di povertà. Naturalmente al di là delle differenze territoriali ci sono altri fattori che influenzano la capacità di spesa delle famiglie. Fattori che non risultano particolarmente sorprendenti: sono più in difficoltà le famiglie con tre o più figli, quelle con componenti anziani, e quelle formate da persone con bassi livelli di istruzione, bassi profili professionali o che risultano del tutto escluse dal mercato del lavoro. In particolare l’incidenza di povertà tra i nuclei in cui due o più componenti sono in cerca di occupazione (35,8 per cento) è quasi quattro volte superiore a quella delle famiglie dove al contrario nessuno cerca lavoro. Non appare invece particolarmente significativo il fattore legato al sesso del capofamiglia. Se la persona di riferimento è un uomo l’incidenza della povertà relativa è dell’11,4 per cento, valore che scende al 10,4 se invece si tratta di una donna. Questa lieve differenziazione si è accentuata rispetto al 2006, quando le due percentuali erano praticamente coincidenti.
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