In Italia i rom sono 150 mila, in Spagna 800 mila, ma da noi è emergenza. Perché?

I rom italiani sono più cattivi di quelli del resto d'Europa oppure non siamo in grado di attuare una decente politica di integrazione sociale?

Secondo i dati forniti di recente dal Consiglio d’Europa l’Italia è uno degli ultimi paesi europei per presenza di rom. La speciale classifica mette la Romania al primo posto con oltre due milioni e mezzo tra rom e sinti. Seguono la Bulgaria, l’Ungheria e la Spagna (800 mila), la Slovacchia e la Serbia (520 mila), la Russia e la Francia (400 mila), la Grecia (350 mila), la Repubblica Ceca e il Regno Unito (300 mila), la Macedonia (250 mila), l’Italia e la Germania (dai 130 ai 150 mila).

In sostanza, nel nostro paese, i rom rappresentano lo 0,25% della popolazione. Dal censimento effettuato nella capitale dalla Croce Rossa ne risultano appena 7.000, vale a dire lo 0,26% della popolazione romana.

Sgombero di un campo nomadi - Foto GmtPerché allora nel nostro paese esiste un’emergenza chiamata “rom”, con un Commissario straordinario?

I casi sono due: o i rom italiani sono più “cattivi” dei rom stanziati nel resto dell’Europa oppure l’Italia non è capace di attuare una decente politica d’integrazione sociale.

Le cifre basterebbero da sole per smontare il teorema che viene fatto passare all’opinione pubblica, attraverso i media, dalla politica (più di destra che di sinistra): quello di un presunto allarme sociale e di un antropologico senso di insicurezza che deriverebbero dalla sola presenza di queste etnie nelle aree periferiche della città.

Ma a dispetto delle cifre e del buon senso, in un percorso mentale obbligato e quasi automatico, la microcriminalità viene subito associata alla figura di zingari o extra comunitari e non anche, per esempio, ai giovani “bulli” di casa nostra il cui apprendistato avviene nella scuola e la cui pericolosa e inquietante escalation sembra non preoccupare molto meno.

Consiglio straordinario del VI sul campo abusivo di Villa De SanctisChe di “invasione” non si tratta, lo ripetiamo, ce lo ricordano i numeri ma pure il fatto che più della metà dei Rom censiti sono italiani. Molti di loro lavorano e mandano i figli nelle nostre scuole, altri parlano persino i nostri dialetti. Senza contare che un’altra buona parte di rom sono di cittadinanza romena, quindi comunitaria. Nel clima di generale disinformazione, spesso pilotata, le autorità locali (ci riferiamo al caso Roma) cercano consensi annunciando rimpatri di massa. Di chi e verso dove non è dato saperlo.

Nel frattempo si attuano politiche di rifiuto e di pulizia etnica anche a danno di bambini e di donne e anziani; si usa il pugno di ferro istituendo ronde private, delegittimando così le forze di Polizia a cui parallelamente si tagliano risorse; si sprecano fiumi di euro per rinchiudere i Rom in baracche-lager o per deportarli da un luogo all’altro, in una corsa ipocrita lontano dagli occhi della cosiddetta civiltà cristiana.

Tutto ciò avviene in Italia, la patria del diritto, la culla del Rinascimento. Con Roma, caput mundi, a fare da capofila.

Nessuno, tranne pochissime eccezioni, riesce invece a vedere come l’unica politica vincente in tema di sicurezza sia quella dell’inclusione e della reciproca conoscenza tra diverse persone: la sola efficace sul piano della coesione e della pace sociale e la meno dispendiosa economicamente. Ovviamente nel pieno rispetto da parte di tutti delle leggi e delle regole della convivenza civile.

Protesta in Prefettura per il No al Campo di Casal BiancoSiamo sicuri, infatti, che alzare le barriere, alimentare odio tra noi e loro, ghettizzare i Rom in posti invivibili, come si fa ora, riducano la criminalità che pure esiste al loro interno?

Le statistiche e le considerazioni di seri studiosi al riguardo dicono invece che con la politica del rifiuto si alimentano le reazioni criminose, tutto al più si sposta in altri luoghi la geografia della sofferenza.

Per chi ha avuto la fortuna di assistere domenica scorsa alla trasmissione ‘Presa Diretta’ condotta dal valentissimo Riccardo Iacona su Rai 3 (esempio di grande giornalismo sul campo) avrà visto con i propri occhi che un’altra politica è possibile, anche in Italia e a Roma.

In Spagna, per tornare ad un esempio trattato nel servizio televisivo, i Rom e i gitani (ripetiamo, sono 800 mila) convivono perfettamente con i residenti, senza che ciò susciti tensioni sociali e reazioni xenofobe e razziste come da noi. Lì, infatti, non esistono campi nomadi (sì, non esistono campi nomadi) perchè tutti abitano in dignitose case popolari, hanno un’occupazione e i ragazzi arrivano a frequentare l’università. In altre parole, al rom sono riconosciuti i diritti della “persona”.

L’Italia, nella sua fallimentare politica nei confronti di queste comunità, non può nemmeno invocare l’alibi della mancanza di soldi. Ne è la prova che, a differenza di altri paesi, non è riuscita ad utilizzare che una infima parte (1,2 milioni) degli 82 milioni di euro che la Comunità Europea le ha messo a disposizione per le politiche a favore dei rom. E sapete perché? Perché non ha saputo presentare alcun piano di intervento strutturale.

Del resto cosa c’è da aspettarsi in un paese la cui classe politica è abituata all’atavico sistema delle “toppe”, della provvisorietà, del “domani si vedrà”, che ti fa spendere (come è stato) dieci volte tanto senza concludere niente? Con quei soldi, sull’esempio di Cacciari a Venezia rimasto purtroppo isolato, si sarebbe risolto quasi interamente il problema dei rom, con l’edificazione di piccoli comprensori di edilizia popolare: primo e ineludibile passo verso l’integrazione.

Ecco il link al video integrale della trasmissione Presa Diretta del 22 febbraio "Caccia agli zingari" http://www.rai.tv/mpplaymedia/0,,RaiTre-PresaDiretta%5E17%5E187119,00.html

Questo invece è il link al sito del programma http://www.presadiretta.rai.it/category/0,1067207,1067208-1083707,00.html.

 

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