

Non si può parlare di giustizia dimenticandosi di chi, ogni mese, paga per tenere in piedi la dignità di un intero condominio
In questi giorni assisto alla ristrutturazione di un appartamento in un palazzo dove vivono famiglie che, con sacrifici enormi, hanno acquistato la propria casa.
Altre pagano affitti elevati, mutui pesanti, spese condominiali regolari, per mantenere in modo dignitoso uno stabile che è anche un bene comune.
Eppure, tra poco, in quel condominio entrerà una famiglia che pagherà “due lire” — grazie a un’iniziativa pubblica spacciata per inclusione sociale — senza che ci sia stata alcuna valutazione seria sull’impatto di queste scelte su chi già abita lì.

È questo che chiamiamo equità? È così che intendiamo la giustizia sociale? Non è una questione di pregiudizio. È una questione di rispetto.
Sappiamo benissimo cosa è successo in altri quartieri: Tor Bella Monaca, Corviale, San Basilio, Cinecittà, e altri ancora.
Luoghi dove, dietro l’etichetta “case popolari”, interi condomini sono stati abbandonati, generando degrado, tensioni e conflitti sociali.
Chi oggi promuove i cosiddetti “condomini misti” per evitare la nascita di nuove periferie, sembra ignorare che un vero mix sociale non si crea semplicemente affiancando famiglie in difficoltà ad altre, ma garantendo regole, equilibrio, responsabilità e ascolto reciproco.
Chi ha pagato per quella casa ha diritto a sapere chi entra, con quali tutele, con quali obblighi. Ha diritto a non vedere la propria abitazione trasformata in un esperimento sociale senza rete.
Ha diritto a vivere in un condominio dove il rispetto è reciproco, non unilaterale. Non si può predicare l’inclusione scaricandone il prezzo solo su chi ha già fatto sacrifici.
Non si può parlare di giustizia dimenticandosi di chi, ogni mese, paga per tenere in piedi la dignità di un intero condominio.
Tor Tre Teste era un quartiere modello, un polmone verde dove sono cresciuti centinaia di bambini, oggi adulti.
Un luogo che oggi si svuota e si degrada, dove si ha paura perfino a uscire di casa, dove chi resta si chiede ogni giorno se ha sbagliato a investire qui la propria vita.
Questa non è opposizione all’accoglienza, ma una richiesta di trasparenza, giustizia e rispetto per tutti. Perché una città giusta non si costruisce con slogan.
Si costruisce con regole chiare, rispetto per chi c’è, e verità per chi arriva. Il resto è solo propaganda.
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Totalmente d’accordo con il ragionamento perché rispecchia la mia vita. Ho ripreso la mia casa dopo anni, in quanto l’affittuario a cui l’avevo data a prezzo modesto, allo scadere del contratto non se ne è andato, addirittura ha cambiato la serratura e ho dovuto lottare per riprendere la casa frutto del sacrificio dei miei genitori. Ed è stato pure difeso dalla Caritas e dagli avvocati di categoria. Quando ho dimostrato, che quando non lavoravo all’ interno delle famiglie a guardare gli anziani pagata quattro soldi e in nero, ero costretta a dormire nella sala d’attesa o della Stazione Termini o della Stazione Tuscolana, preti e un persona amica hanno combattuto perché riavessi casa che mi è stata lasciata distrutta e piena di debiti. Lavoro sempre in nero per 4 soldi perché non raccomandata da nessuno. Romano De Angelis, Francesco Annesi, Stefano Rulli prima Domenico Vitulli, Claudio Fabbri e Don Joseph della Parrocchia di San Tommaso d’Aquino mi stanno vicino e mi incoraggiano come hanno fatto i sacerdoti prima. Se non avessi avuto loro e non avessi loro avrei posto fine alla mia vita e non avrei sopportato e non sopporterei le umiliazioni che sopporto in quanto riconoscono che Albertina Marta che nella sua vita non ne ha fatte di tutti i colori, ma è stata onesta e si è sacrificata merita rispetto e ha una dignità cioè è una persona.