La pubblicità ai tempi del Corona

Da qualche giorno, quella in TV ha cambiato pelle. Ecco come
Ettore Visibelli - 5 Maggio 2020

Da qualche giorno, la pubblicità in TV ha cambiato pelle. Ha fatto prestissimo la muta. Segno evidente di quanto sia guidata dagli psicologi del volgo (ossia, anche volgari) nello studio del sentimento che anima la piazza.

I maestri del messaggio all’acquisto si sono messi subito al lavoro per aggregare al proprio carro la massa dei consumatori, trasformando in opportunità (permeata di sordido opportunismo) quella che di fatto è una tragedia mondiale. Sembra seguire la massima che la guerra è guerra e non si deve guardare troppo a dove si sganciano le bombe, né se, per centrare l’obiettivo, si dovranno sacrificare vite di molti innocenti.

Quella che prima era pubblicità, mirata alla concorrenza per battere l’avversario sul campo, si è trasformata in un messaggio di retorico altruismo, intriso di empatia e buoni propositi, per convincere i destinatari ad accettare quanto sta accadendo, come un’occasione per cambiare il comportamento di tutto il creato, mostrando, come esempio, il fornitore in prima battuta.

Fresco Market
Fresco Market

 

Il cambiamento di un marketing irriverente, e oserei dire anche offensivo, nei confronti del potenziale cliente, si riverbera non solo sui beni di consumo, contenuti nel paniere delle necessità primarie, ma azzarda perfino il tentativo di mutare l’indole comportamentale del genere umano.

Un attentato al compito di regola pertinente alla inefficienza della politica, la quale, anziché opporsi, con un linguaggio chiaro, congruente e costruttivo, non sa far altro che adeguarsi, promettendo a parole ciò che sa benissimo di non poter mantenere nei fatti.

Ecco allora l’obbrobriosa pubblicità regresso che siamo costretti a sciropparci ogni volta che si accende il televisore. Quello che, oltre alla qualità dell’offerta, prima era rappresentato dall’ostentazione di essere umani, si muta immediatamente in un abbassamento dei prezzi di acquisto, perché consigliori del marketing hanno già, e in fretta, intuito la crisi economica che attanaglia l’acquirente.

Non si parla più di qualità, ma di prezzo e quella che, ridendone con gli amici umoristi, era fino a un anno fa un’ironica gag, a pubblicizzare l’uso di una nuova, virtuale carta di credito, la Scazzotex, il cui motto era: noi vi garantiamo prezzo, non la qualità, oggi sembra purtroppo non più tanto virtuale, visto che la qualità, quando l’emergenza economica si fa sentire sempre più come un problema tangibile, passa in seconda linea, di fronte a un’offerta che specula sul bisogno.
Se a parità di qualità, oggi tutti abbassano il prezzo, significa che fino a ieri quel bene di consumo è stato venduto a prezzo gonfiato. Al contrario, se non è così, allora mi viene il dubbio che oggi il prodotto sia rigonfio di fumo.

Vi prego: che la pubblicità torni alla volgarità di un tempo! Quella che ci ammannite oggi, tronfia di languido e disgustoso buonismo, fa ribrezzo.
Dai pannolini dei bambini, ai sussidi istituzionali, dalle auto elettriche, ai più inutili cosmetici, passa tutto per boschi ombreggiati e virenti; per lagune al tramonto, di fronte alle quali gli innamorati si abbracciano teneramente; per la mano caritatevole tesa all’immigrato, contro il quale fino a poco tempo fa abbiamo inveito, considerato come un usurpatore del nostro quieto vivere.

Se non sarà più tutto come prima – mantra ripetuto alla noia – temo seriamente che passata la festa, sarà come sempre, gabbato lo santo.  

Ettore Visibelli


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  1. La penso esattamente come lei. Il marketing si appropria di tutto per fini solamente di guadagno. Un altro spunto: non sopporto le pubblicità sulla fame nel mondo, quella che ci propinano diversi enti no-profit. Per carità il fatto di sensibilizzare l’opinione pubblica su tematiche sociali di tale importanza è lodevole: ma non sarebbe meglio un documentario, un reportage, qualcosa di più organico e non il propinare immagini shock in pochi secondi (senza una storia, un ragionamento, direi anche senza cuore, così è per me lo sbattere in prima pagina la sofferenza altrui soprattutto quella dei bambini, purtroppo ancora non nati anche se “in vita”).

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