L’affrancazione delle case in 167 e il bradipo capitolino

Appartamenti praticamente sequestrati. I proprietari, in attesa, non sanno più a che santo votarsi
Aldo Pirone - 5 Aprile 2019

Il calvario di migliaia di famiglie che vogliono svincolarsi dal prezzo massimo di cessione di alloggi in 167 non sembra avere termine.
Nel settembre del 2015, com’è noto, la Cassazione emise una sentenza secondo cui se gli appartamenti in questione non erano affrancati dal cosiddetto prezzo massimo di cessione – cioè il proprietario intenzionato a vendere non restituiva allo Stato e al Comune l’agevolazione avuta a suo tempo – non potevano essere venduti a prezzo di mercato ma solo a quello, rivalutato dall’indice monetario, con il quale furono acquistati dalla cooperativa costruttrice.

La casistica riguardava due condizioni: gli appartamenti acquisiti in diritto di superficie, cioè costruiti su terreni dati in concessione dal Comune per 99 anni e quelli costruiti su aree acquistate in proprietà dalle cooperative edilizie.

I primi avrebbero dovuto anzitutto affrancarsi dalla concessione quasi centenaria e, poi, anche dall’acquisita area in proprietà.

I secondi solo da quest’ultima.

Naturalmente questa sentenza ha creato a Roma – dove queste case nei decenni passati sono state vendute a libero mercato senza tanti controlli da parte dei notai – un caos notevole e contenziosi penosi fra venditori e acquirenti.

Il Comune è intervenuto più volte sulla materia.
La giunta Raggi, appena insediata nell’agosto 2016, assicurò, tramite la delibera 108 dell’assessore Berdini, che gli uffici capitolini avrebbero risposto alle domande dei cittadini entro 180 giorni. Poi, definì i casi che dovevano avere la priorità. Naturalmente i 180 giorni rimasero una chimera.

L’anno scorso è intervenuta sulla materia per semplificare e rendere più agevoli le procedure.
In proposito la Sindaca Raggi l’8 agosto dichiarava soddisfatta: “Questa Amministrazione si è posta sin da subito l’obiettivo di risolvere una problematica complessa che coinvolge molte famiglie. Una delle tante questioni incancrenite della nostra città che deve avere l’attenzione che merita. Ringrazio quindi la Giunta, i consiglieri capitolini e gli uffici per il lavoro prezioso che questo provvedimento definisce. I cittadini hanno il diritto di avere accanto un’Amministrazione che li difenda e li tuteli e noi anche su questo tema siamo con loro”.
La sua soddisfazione si riferiva, con un certo anticipo e con un certo ottimismo, alla deliberazione 116/18 che sarebbe stata approvata in Consiglio il 23 ottobre successivo nella quale erano previste anche detrazioni che avrebbero diminuito il costo dell’oblazione per i cittadini. Inoltre, il governo diventato gialloverde (M5s e Lega) stabiliva a metà dicembre scorso, con un emendamento alla legge di stabilità promosso dal senatore “grillino” Ugo Grassi, di concedere anche a chi aveva già venduto a prezzo di mercato il proprio immobile di affrancarlo anche se non ne era più proprietario. Sgonfiando, così, molti contenziosi penosi fra compratori e venditori intervenuti dopo la Sentenza della Cassazione.

Nel frattempo le domande di affrancazione pervenute al Comune hanno raggiunto, al 29 marzo scorso, la notevole cifra di 5062. Di queste alcune migliaia rimangono ancora inevase. E sono su tutto il territorio romano: Acilia, Casal Bianco, Casal Brunori, Casal de’ Pazzi, Casale Caletto, Cecchina, Colli Aniene, Longoni, Malafede, Osteria del Curato, Pietralata, Ponte Galeria, Saline di Ostia, Serpentara, Settecamini, Tor de Cenci, Tor Vergata, Torraccia, Torresina, Val Melaina ecc.

Quindi i proprietari che hanno urgenza di vendere per i più svariati problemi di natura familiare e non, sentono di avere un bene che, in pratica, è sequestrato da decine di mesi dal Comune che non riesce a smaltire celermente le richieste di affrancazione.
Dall’altra parte, questo lumacoso ritardo non consente alle non floride casse comunali di poter riscuotere le oblazioni dei proprietari; risorse non disprezzabili che, tra l’altro, dice la delibera 116, sono vincolate al completamento delle opere di urbanizzazione all’interno dei Piani di Zona non ultimati o con mancanza di fondi.

Un danno per i cittadini e per il già esangue mercato edilizio, da una parte, e, dall’altra, per lo stesso Comune.

Perciò la dichiarazione di Virginia Raggi – stiamo risolvendo il problema, siamo con voi cittadini – dell’agosto scorso si è dimostrata poco fondata.

Il problema, infatti, sta tutto nell’esasperante lentezza con cui gli uffici comunali preposti riescono, ma sarebbe meglio dire: non riescono, a smaltire le domande dei cittadini. Ma ci vuole tanto ad aumentare il numero degli impiegati preposti all’iter delle pratiche? Ma che controllo ha la giunta pentastellata della macchina burocratica comunale?

Qualche giorno fa Papa Francesco ha fatto vista alla Sindaca in Campidoglio. Speriamo che tra le tante intercessioni divine di cui Roma ha estremo bisogno, la Raggi abbia chiesto al Pontefice anche quella di accelerare le pratiche per l’affrancazione dal prezzo massimo di cessione. Perché lei, finora, non ci è riuscita.

E gli interessati, dopo il Papa, non sanno più a che santo votarsi.

(La foto è tratta da https://www.facebook.com/Democraziaacinquestelle2)

Affrancazione e trasformazione dei Piani di Zona

Il resoconto dell’incontro cittadino del 29 marzo 2019 coordinato CdQ Colli Aniene Bene Comune, unitamente al Coordinamento dei CdQ del IV Municipio


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  1. Quindi non vi risulta, come da ricerca su google, che quello che manchi sia un decreto attuativo del MEF, che è bloccante per il calcolo degli importi dovuti per l’affrancazione, visto che con la delibera citata il comune si impegna addirittura a creare un motore di calcolo automatico (come lo fanno se manca il parametro di calcolo che deve dare il MEF)?

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