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L’altra faccia di “Abitare A”

Intervista a Rosa Valle, amministratore unico della Cofine srl e, da 35 anni, grafica del giornale
Patrizia Artemisio - 24 Aprile 2021

Il viaggio da Chicago a New York nel film cult ‘Harry ti presento Sally’ lo conosciamo tutti. Comincia così:

Harry: Mi racconti la storia della tua vita? Ci vogliono 18 ore per arrivare a New York
Sally: Con la storia della mia vita non usciamo neanche da Chicago, mica mi è successo niente finora, ecco perché vado a New York
Harry: Così ti succede qualcosa?
Sally:  Si
Harry: Cioè?
Sally: Cioè vado a una scuola per diventare giornalista
Harry: Così racconti quello che succede agli altri

È quello che facciamo da 35 anni con il cartaceo Abitare A e da 18 online con la testata Abitare A Roma. Per questo ora ci prendiamo una pausa e vi raccontiamo la vita di questo giornale con la voce di Rosa Valle, amministratore unico della casa editrice Cofine srl, mostrando l’altra faccia, quella nascosta, del giornale.

Signora Valle, come è nata l’idea di aprire una casa editrice?

«L’idea è stata di mio marito Vincenzo Luciani. In quel periodo doveva cambiare lavoro, così lui ed un suo amico, l’avvocato Luigi Merz, hanno costituito una casa editrice, funzionale alla produzione di alcune riviste. Il primo lavoro è stata una rivista di economia, Matecon, così ho imparato a correggere le bozze e a seguire il lavoro della tipografia. Il contenuto della rivista era fornito dal cliente, decisamente lontano dalle nostre sensibilità per cui, quando questo è terminato, Vincenzo ed il suo socio hanno creato il giornale Abitare A. Io ho ideato soltanto il titolo!

La loro prima idea era un giornale immobiliare, volevano emulare Quattroruote con il titolo Quattrostanze. Ma infine sono partiti con qualcosa di più piccolo, con un giornale di quartiere e non da un punto di vista immobiliare ma da un punto di vista dei problemi sociali, del vivere in un quartiere periferico. Il giornale infatti è nato a Colli Aniene che allora, nel 1987, era l’estrema periferia di Roma Est.

La scelta del nome del giornale è legata al fatto che doveva essere molto radicato nel territorio, come sottotitolo portava il nome del quartiere a cui le notizie si riferivano. Quando due persone si incontrano, dopo il nome cosa chiedono? Dove abiti! Quindi Abitare A indica un luogo di appartenenza molto concreto.
Inizialmente abbiamo trattato alcuni dei quartieri del IV e V Municipio, poi l’abbiamo ampliato e poi nuovamente ristretto a seconda del periodo, dato che doveva reggersi sulla pubblicità dei privati.

Io fin dall’inizio mi sono occupata della grafica e della contabilità dell’azienda. L’ho potuto fare grazie alle nozioni di ragioneria apprese all’età di 13 anni nella scuola di avviamento commerciale. Se avessi frequentato le medie come i ragazzi di oggi non avrei potuto farlo. Questo ci ha permesso di non pagare un commercialista, se non per consulenze.

Adotta Abitare A

Negli anni in cui nasceva Abitare A lei aveva un bambino, come è riuscita a gestire lavoro e famiglia?

«Mio figlio Enzo in quel periodo frequentava l’ultimo anno delle scuole medie e fino alle 16,00 era a scuola e io inizialmente lavoravo mezza giornata.
Negli anni successivi poi ha deciso di abbandonare gli studi, per dirmelo mi scrisse addirittura una lettera in cui mi diceva che, pur sapendo di darmi un dispiacere, non intendeva continuare la scuola. Così è venuto a lavorare con noi. E i ricordi più belli che ho, legati al lavoro, sono state certe nottate passate assieme a finire i montaggi dei giornali per poi uscire dall’ufficio al mattino tutti tre assieme e fare direttamente la colazione al bar».

Come è cambiata la realizzazione di un giornale in questi 35 anni?

«Alla fine degli anni ’80, nei giornali, ma anche per i libri, c’è stata una evoluzione pazzesca nel modo di lavorare tipografico.

Quando abbiamo pubblicato i primi numeri di Abitare A  – a questo proposito invito i lettori del sito a consultarli, perché proprio in questi giorni li abbiamo inseriti nel nostro archivio storico – la tipografia componeva al computer i testi da noi forniti che poi venivano stampati su carta delle dimensioni delle colonne del giornale, le strisce venivano montate manualmente su fogli trasparenti per comporre l’intera pagina, che poi veniva fotografata. Io seguivo questo lavoro in tipografia e, grazie all’insegnamento di mio padre: “ricorda – mi diceva – il lavoro si ruba con gli occhi”, ho imparato a farlo.

Nel 1988, con un investimento non indifferente, allora i computer costavano molto più di oggi, abbiamo acquistato un computer con video ad alta risoluzione che permetteva di comporre direttamente tutta la pagina di un giornale, uno scanner per le fotografie e una stampante laser. Era iniziata l’era della “editoria da tavolo”. In pratica i giornalisti – quanti giovani lo sono diventati collaborando alla testata Abitare A! – dopo le riunioni di redazione in cui si decidevano gli argomenti da affrontare, consegnavano i loro articoli che poi venivano trascritti al computer da una nostra collaboratrice, successivamente io videoimpaginavo questi testi, secondo la gabbia grafica del giornale e ogni pagina veniva stampata su carta. Le pagine venivano portate in litografia che le trasferiva su pellicole. Le pellicole tornavano da noi e dovevano essere montate su grandi fogli trasparenti che contenevano più pagine del giornale.
Le nottate, di cui parlavo prima, le facevamo per montare questi fogli perché si era stabilito con la tipografia che li avremmo consegnati in una certa data e loro avrebbero fatto le lastre per andare in stampa.

Negli anni 2000, tecnicamente il lavoro si è alleggerito, abbiamo cambiato formato del giornale da tabloid alle dimensioni di 21 centimetri per 30 e, con l’ausilio di nuovi software che permettono di salvare le pagine in versione PDF, alla tipografia – prima su Cd, oggi via Internet – da allora viene inviato solo più questo file.»

Signora Valle, lei aveva l’hobby della pittura su ceramica, con la nascita del giornale è passata a ‘dipingere’ i bozzetti pubblicitari, come è cambiato il modo di fare pubblicità?

«Al di là del gusto estetico si è evoluta tecnicamente. Quando noi abbiamo iniziato non c’era Photoshop, c’erano disegni e lettere trasferibili. O facevi un disegno a mano, lo mettevi all’interno dell’impaginazione del giornale e poi anche questo veniva fotografato insieme a tutto il resto, oppure usavi i “trasferibili”: simboli e lettere, perché magari ti serviva un carattere particolare.
Quando poi abbiamo acquistato il computer questi disegni, ma anche le fotografie delle vetrine dei clienti venivano acquisite a scanner e poi inserite nella pagina con il programma di videoimpaginazione. Io, allora, usavo il Ventura Publisher della Microsoft.»

Suo figlio Enzo è oggi il direttore della testata giornalistica online Abitare a Roma. Secondo lei, avere una attività a gestione familiare è una opportunità per i figli oppure un condizionamento che li deruba dei loro sogni per proseguire quelli dei genitori?

«Enzo ha lavorato con noi fin dall’età di 16 anni, è andato anche in tipografia perché per un certo periodo lo stampavamo noi direttamente il giornale. C’erano 4 giorni al mese che dedicavamo alla stampa perché avevamo quattro edizioni diverse e quindi lui andava con un bravissimo tipografo, Franco Pitton, dove avevamo la macchina da stampa, un’Heidelberg 70/100 bicolore, appoggiata presso un’altra tipografia, e aiutava a stampare il giornale.
Ha fatto un po’ di tutto, l’aiuto tipografo, il fattorino quando c’era da fare consegne, ha imparato a usare il computer, il giornalista. Enzo di fatto non ha scelto la nostra professione, né noi gliel’abbiamo imposta. Anzi lui per un certo periodo ne ha avuta una sua, all’età di 24 anni è andato a vivere per conto suo facendo il PR per le discoteche. Gli piaceva, si è divertito molto e l’ha fatto per alcuni anni, poi crescendo i suoi amici hanno iniziato a non venire più in discoteca e quindi ‘fare le ore piccole’ ha iniziato a pesargli ed è tornato a lavorare con noi. Ma poteva tranquillamente cercare un altro lavoro, nessuno glielo ha imposto.»

C’è stato un momento difficile in cui ha avuto voglia di mollare tutto?

«I momenti difficili ci sono sempre, sono ciclici perché siamo legati alla pubblicità. Già con la prima guerra del Golfo, poi con la seconda, c’è stata una contrazione nei consumi non essenziali. Questa è stata aggravata dall’avvento dei centri commerciali che hanno fatto chiudere molti negozi sul territorio o ne ha ridotto gli incassi, e loro sono i nostri principali clienti perché i centri commerciali difficilmente fanno la pubblicità sui piccoli giornali di quartiere essendo gestiti da multinazionali o grandi compagnie. Adesso c’è il Covid… Ciclicamente purtroppo queste crisi ci sono.
Noi da un lato, proprio perché siamo una azienda a conduzione familiare, andiamo avanti, se attualmente dovessi pagare persone esterne non potrei farlo. Quando lavori in proprio sei tu che sfrutti te stesso, fai un lavoro che ti piace però sfrutti te stesso.
Dai 16 ai 24 anni ho lavorato come dipendente, se avessi dovuto fare un lavoro con gli impegni orari che richiede la nostra attività, da dipendente mi sarei ribellata e avrei rivendicato aumenti di stipendio.»

Ci sarà mai la parità tra donna e uomo sul lavoro?

«Sì. Poi dipende dalle donne, le cose non vengono mai regalate. Io sono Rosa, rivendico me stessa, non in quanto donna ma in quanto essere umano. Che sia donna oppure uomo fa lo stesso, semplicemente rivendico i miei diritti.»

Condividere anche il tempo del lavoro con suo marito le ha creato qualche difficoltà?

«La cosa inizia a pesarmi adesso! – la Signora Rosa scoppia a ridere e continua – Con il passare degli anni la sopportazione diminuisce…»

Cosa consiglierebbe a chi vuole aprire oggi una testata giornalistica?

«Se hai chi ti finanzia e ti lascia libero, fallo perché è un bel lavoro. Se però non hai chi ti finanzia… è un lavoro massacrante.»

Un tempo Indro Montanelli diceva: ‘l’unico padrone del giornalista è il lettore’. Non crede che l’informazione sia realmente indipendente quando non è volta al compiacimento di chi legge?

«Penso che la frase non fosse da prendere alla lettera, è anche un modo di dire. Certo se il lettore non legge il tuo giornale la pubblicità non rende e non viene più fatta. Ma si cerca di scrivere non ciò che vuole esattamente il lettore, bensì su argomenti che al lettore interessano. Noi ci occupiamo di ciò che accade nei quartieri. Se ci mettessimo a scrivere di economia o altri argomenti di tipo generale, questi il lettore li trova su altri giornali e adesso su Internet, ma le notizie di quartiere le trova su Abitare A

Grazie alla creatività e alla praticità tutta femminile (e piemontese) della signora Valle, siamo qui ora a lasciare questo racconto aperto al futuro, perché al di là di ogni momento di sconforto, “non sei veramente fregato finché hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla” (A.Baricco).


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  Commenti: 3


  1. Per me, Abitare A è più di un ricordo felice.
    E’ un momento di formazione professionale, sviluppato in un ambiente familiare. I primi articoli, le prime rassegne, le interviste, non hanno fatto altro che accrescere il mio amore per il giornalismo.
    Quello che professionalmente sono ora, lo devo molto anche a Vincenzo, Enzo e Rosa.
    Grazie.


  2. Brava Rosa, sempre concreta, determinata e complementare al grande Vincenzo Luciani, con il quale ha condiviso una vita vissuta nelle incertezze della quotidianità, come tutti i liberi professionisti, ma sempre con il sorriso di chi è sereno, convinto di fare le cose giuste e corretto.
    Le condivisioni per la sensibilità artistica, lui poeta lei abile disegnatrice. Insieme genitori fantastici, lo testimonia l’uomo per bene che è il loro figlio Enzo.
    Sempre disponibili al dialogo, al confronto, alla diffusione dell’arte, della cultura, dello sport e del sociale.
    Per tutto questo e molto di più hanno conquistato, non solo il successo con il loro giornale AbitareA, anche la stima ed il rispetto di quanti hanno avuto modo di conoscerli e l’affetto di tantissimi amici.
    Rosa mi raccomando tieni duro, ho letto che stai perdendo la pazienza con con Vincenzo, ti capisco ma, ti prego, non farlo! 🙂

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