

I Fatti e i Misfatti di settembre 2010 (I) di Mario Relandini
L’autogol fatale di monsignore
"Monsignor Agostino Marchetto, segretario del Pontificio consiglio per la pastorale dei migranti – ormai è notizia ufficiale – si è dimesso dalla sua carica e le sue dimissioni sono state subito accettate da Papa Benedetto XVI°".
Come mai queste dimissioni improvvise di monsignor Agostino Marchetto dopo le sue ripetute e forti critiche nei confronti della politica del governo italiano sui respingimenti dei clandestini? Tutto nasce – ha fatto sapere lui – dalla sua volontà di dedicarsi esclusivamente allo studio della storia del Concilio vaticano secondo. In certi ambienti di Oltretevere, però, si dà un’altra versione: monsignor Agostino Marchetto, cioè, avrebbe platealmente ignorato l’ammonimento evangelico di non guardare la pagliuzza nell’occhio altrui prima di avere guardato la trave nell’occhio proprio. Di avere insomma accusato lo Stato italiano di non voler accogliere gli immigrati clandestini fingendo di dimenticare, nello stesso tempo, che lo Stato vaticano è oggi proprietario di ben 115 mila immobili (il 20% dell’intero patrimonio del nostro Paese) che, cristianamente, potrebbero essere messi a disposizione di questi poveri fratelli in arrivo, ogni giorno, dai Paesi più poveri. E che invece, affaristicamente, vengono locati – con rendite miliardarie – ad istituzioni pubbliche e private, italiane e straniere, oltre che a "big" della politica e dell’economia. Oppure vengono trasformati in alberghi e "residence", spesso esclusivamente per i soliti ricchi, con profitti da capogiro. Un vero e proprio autogol, dunque, quello di monsignor Agostino Marchetto. Un autogol che ha finito per metterlo fuori campo e fuori gioco. In panchina. A studiarsi meglio le ammonizioni e gli insegnamenti del Cristo. E a non gettare più improvvida luce sulle contraddizioni e sugli affari di Santa Romana Chiesa. Per omnia saecula saeculorum. Amen.
Il "super partes" di Gianfranco
"Gianfranco Fini – hanno informato i giornali – si è sentito con Bersani, con Casini, con Rutelli e con Rosy Bindi sulle prospettive politiche dell’autunno e, in particolare, sul "programma giustizia" del Governo".
Ma Gianfranco Fini – comunque la si pensi sulla politica attuale e sulla politica a venire – non dovrebbe essere, in quanto Presidente della Camera, persona "super partes"? Al di fuori, per essere chiari, da ogni gioco politico? Dovrebbe, secondo la Costituzione, esserlo. E, invece, lui ha preso a sentirsi con segretari di partito grandi e piccoli, con esponenti a vario l ivello, perfino con Rosy "la santa bolscevica" e, magari, con il bue che ara i fertili campi molisani di Antonio Di Pietro. Ma, forse, non si comporta così per ignoranza della Suprema Carta. Potrebbe comportarsi così, semplicemente, per ignoranza del latino. Ritenendo che "super partes" non significhi "al di sopra delle parti", equidistante, obiettivo, neutrale. Ma significhi, magari, "parti da super", su di giri, a razzo, senza badare alle regole, passando anche con il "rosso". E comunque chissà, in questo caso, se si stia trattando di partenze per la tangente o per ruoli, secondo lui, più consoni e più prestigiosi. La storia, paziente, sta aspettando di registrare, di lui, anche questo.
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