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Lazio. The Same Old Story, or not?

Quante Pisa - Lazio ancora?

Che la lazio potesse pareggiare a Pisa non solo ci stava, ma rientrava nella sfera delle probabilità: l’alternarsi di possibili risultati positivamente inediti, come quello con la Juve (manifestamente in crisi), con partite incolori, è tipico delle squadre appartenenti alla fascia intermedia della classifica.

Un andazzo che la Lazio condivide con squadre del suo attuale livello: Lazio e Torino fin qui, sembrano gemelli dizigoti.

A poco serve ricordare, come stanno facendo alcuni in queste ore, che il Pisa è stato un osso duro per il Napoli (che comunque ha vinto) e per il Milan (con cui ha pareggiato), perché le singole partite possono produrre esiti inaspettati, ma quello che conta – e con cui bisognerebbe fare i conti -, è l’andamento e il posizionamento finale.

Sia chiaro, dalla zona Europa ci separano attualmente solo tre punti, ma dovrebbe essere evidente che la distanza da alcune squadre, come la stessa Juve, tenderà presumibilmente a aumentare: a differenza di loro, i nostri margini di crescita sono davvero ridotti.

Inoltre, come detto più volte, la mancanza di cambi adeguati –qualora non ci fosse la possibilità, o la volontà, di intervenire nel mercato di riparazione invernale – rappresenterebbe una grave penalità in più, per affrontare la parte finale del campionato.

Sorvolo sulla distanza inquietante dalla AS Roma: in una città di derby, il grado di soddisfazione di ogni tifoso è la risultante di due variabili: una che attiene alla propria squadra, l’altra che attiene all’altra e l’andamento dei trigorici è quanto di più lontano dal nostro: in questo avvio di campionato hanno vinto spesso, grazie alle doti dei singoli, in attesa che Gasperini imprima schemi e modelli.

La juventus ha fatto scuola su come si possa essere vincenti anche con dettami tattici laschi, quando si dispone di individualità di rango.

La Lazio, a esclusione di tre/quattro elementi, presenta un tasso tecnico inferore e deve affidarsi all’unico assetto tattico che il livello medio di quella rosa consente a Sarri, anche al costo di rinunciare al suo calcio.

Alla luce di ciò non possiamo meravigliarci se la Lazio, di ieri ha giocato alla pari con il Pisa: poi ci poteva pure scappare il gol, a farlo poteva essere la Lazio, ma anche il Pisa.

Resta valido il ragionamento che facemmo in occasione della sconfitta col Sassuolo: in questo tipo di partite il primo che segna, quasi certamente si porta a casa l’intera posta, perché i gol, sia quelli fatti che quelli subiti, presentano, quasi sempre, una significativa componente di fatalità, non sono cioè replicabili le occasioni che li hanno propiziati e le possibilità di farne altri è prossima allo zero.

Questa Lazio, che continua a scontare ancora assenze decisive, non può che affidarsi al solito schema, con Dia a fare da perno centrale e le avanzate sulle fasce, dove l’unica variabile sono i tentativi da fuori del solito Basic che ormai si riconosce in quel ruolo: si muove da mezzala avanzato, si inserisce e prova tiracci da fuori area.

Il Pisa invece si affida a due movimenti tattici che evidenziano i limiti della lazio.

Il primo è quello della pressione sui portatori di palla laziali, rendendo difficili le ripartenze e costringendo di volta in volta, i terzini, i difensori centrali e lo stesso Provedel a lunghi, quanto velleitari, lanci in avanti.

Il secondo sono le imbucate o i lanci lunghi per Tourè o Nzola: le occasioni dovrebbero generarsi dai duelli fisici che i due giocatori saranno in grado di ingaggiare e vincere contro la difesa biancoceleste.

Le cose vanno così fino a quando la Lazio capisce di dover alzare il baricentro, costringendo il Pisa a subire la pressione della Lazio: nascono da lì le due principali occasioni, grazie alla tecnica e all’intelligenza di Zaccagni.

Ma il mancato gol di Isaksen sembra il segno inequivoco che quella partita difficilmente, molto difficilmente, l’avremmo vinta.

In partite come queste, una squadra come la Lazio che scarseggia in tasso tecnico, incapace di costruire azioni, contro una provinciale che gioca esattamente allo stesso modo, è obbligata a mettere dentro la palla prima che lo faccia l’avversario, perchè al gol segue l’erezione del muro in difesa del risultato, dove gli spazi si riducono brutalmente e in assenza di giocatori in grado di dribblare l’avversario o di rifinire l’ultimo passaggio per mettere il compagno davanti al portiere, ogni minima occasione va sfruttata barbaramente: più che la bella fattura, serve la sventola da partita amatoriale, che non da scampo, anche se poco angolata, anche se priva di effetto, anche se sporcata da qualche deviazione: bisogna saper interpretare le urgenze in un momento critico come questo.

Alla fine delle ostilità il mesto pareggio tra Lazio e Pisa mette ancora più in evidenza la frattura dentro l’ambiente. Indicatore significativo, per chi scrive, di una crisi profonda, a dispetto di chi si ostina a non riconoscerla.

Così, mentre per una parte della tifoseria, tale pareggio confermerebbe i limiti ormai strutturali di questa Lazio, superabili solo attraverso un cambiamento radicale, “rivoluzionario” che investa la Proprietà e di default l’intera organizzazione societaria fino ai calciatori, un’ altra parte della tifoseria continua ad mostrarsi meno interessata a una soluzione di continuità societaria e tende piuttosto a normalizzare questa situazione: la Lazio vista ieri avrebbe incontrato le stesse difficoltà che contro il Pisa hanno trovato altre squadre anche più forti e la Lazio sarebbe stata solo più sfortunata a non trovare quel gol che avrebbe cambiato l’esito dell’incontro e confermato quel trend positivo intrapreso dopo il derby.

Ma che sta succedendo nella Lazio?

Davvero ci stiamo assuefacendo a un ridimensionamento senza colpo ferire?

Davvero possiamo accettare una condizione di conclamata subalternità, senza provare a cambiare le cose?

Non rischiamo forse che una parte sempre maggiore di tifosi si disaffezioni e cominci ad allontanarsi?

O qualcuno pensa di sopravvivere come tifoso a tutto ciò?

A partire dalla scorsa estate sempre più netta è stata la sensazione è che tra Lotito e i tifosi della Lazio esiste un amore tossico: pur disprezzandosi a vicenda non riusciranno a separarsi facilmente.

Lotito, nonostante abbia fatto retrocedere la Lazio a un livello più basso di quello in cui riusciva ad annaspare fino a oggi, lasciando precipitare ulteriormente il nostro orizzonte ideale, difficilmente mollerà la Lazio e se lo farà, lo farà nei modi e nei tempi che gli sono congeniali, non certo per gli schiamazzi della piazza, non necessariamente secondo i canoni di un amore che continuerà in altre forme.

I tifosi della Lazio, da parte loro, pur subendo quest’onta, hanno ritenuto più urgente dimostrare il loro attaccamento incondizionato a questi colori, rispetto all’ipotesi di ingaggiare una guerra mediatica con la Società, e provare a mettere Lotito con le spalle al muro.

L’uno è consapevole che le proteste dei tifosi resteranno sempre munizioni a salve, mentre i tifosi rimuovono quotidianamente timori e delusioni, accontentandosi con riserva mentale di non pensare troppo a Lotito, ai bilanci, ai parametri, all’indici di liquidità, ma solo a sostenere la squadra a prescindere, come dimostra la cifra record di quasi trentamila abbonamenti, e la cospicua presenza di laziali in tutte le trasferte.

Lotito sta sperimentando che la tensione a cui può far arrivare l’ambiente Lazio non impatta sul suo spazio di manovra, sull’arbitrio delle sue strategie, sugli obiettivi schiettamente personali che persegue e se oggi qualunque dichiarazione, nota ufficiale o comunicato societario non sarebbe più in grado di controvertere il fatto che la Lazio sarà una squadra più scarsa di quanto non lo sia ora, ciò non sposta gli equilibri.

A meno che non intervengano fatti traumatici come una retrocessione o forse la conquista di un titolo importante da parte della AS Roma, con trequarti di città che si ubriaca di gioia e l’altra nascosta dietro le tapparelle a leccarsi le ferite.

Ora, quale sarà il prezzo che la Lazio, il mondo Lazio, pagherà potremmo dirlo solo nel futuro.

Di certo un prezzo lo stiamo già pagando da tempo: come ognuno di noi sperimenta quasi quotidianamente, l’immagine della SS Lazio va sbiadendosi al confronto con quella della AS Roma, che ambisce a diventare sempre di più l’unico vessillo cittadino, ovunque ostentato e capace di marginalizzare la presenza e la rappresentatività della SS Lazio, in grado di penetrare e prevalere in ogni ambito, capace di sovrastare in tutti settori della città, colonizzando chi si trasferisce nella capitale, o anche solo chi viene in vacanza, e instillando un senso di appartenenza a una crescente moltitudine di bambini, ragazzi e ragazze, molto più di quanto sia in grado di fare la SS Lazio.

Intorno alla AS Roma sono andati enucleandosi un consenso e un’empatia che prescindono dai risultati e che sono direttamente proporzionali all’indifferenza, se non all’antipatia, che aleggiano intorno alla SS Lazio.

Dietro questi processi c’è la visibilità e quindi l’economia, i soldi che ti fanno viaggiare a un certo livello, che ti rendono competitivo per un titolo, che ti aprono le porte dell’Europa che conta, del grande calcio, ma anche la capacità di portare dalla tua parte l’attenzione mediatica.

Fin qui i fatti.

Per quanto ci riguarda, potremmo anche continuare a crogiolarci dentro la modestia del “poveri ma belli”, o l’intrigante condizione dei “pochi, irriducibili e maledetti”, ma questo forse può valere per alcuni, mentre la definitiva “diminutio” di rango sarebbe un sacrificio insopportabile per molti.

Per tutto ciò, dovremmo ringraziare, non solo il Senatore “pennichella”, ma anche il codazzo di abbacinatori che dalle pagine dei giornali o dietro monitor e microfoni, per immagazzinare consenso, hanno preferito smorzare, normalizzare senza tregua, indifferenti – o del tutto consapevoli – al fatto che queste modalità autoreferenziali, da “me contro tutti” se non supportate da cospicue disponibilità e da strategie di promozione dell’immagine adeguate, nel tempo avrebbero finito per erodere l’estetica della SS Lazio con relativi riflessi anche sulle sue possibilità economiche e la quota calcistica.

Non possiamo infatti negare che fino a qualche tempo fa la parsimonia di Lotito faceva parte del gioco: vincolato al risanamento del debito “monstre” verso il fisco, la sua oculatezza nel gestire le limitate risorse è spesso passata come approccio obbligato, a garanzia della stessa sopravvivenza della SS Lazio.

In quegli atteggiamenti, anzi, non sono mancate le sponde di coloro che hanno scambiato certe rinunce, certe pregiudiziali e certe riluttanze – nelle trattive di calciomercato, nei rapporti con possibili sponsor – per sagacia e buon senso, come se non esistessero alternative.

Sullo stesso piano comunicativo, certe sortite incresciose e la sbruffonerìa lautamente elargita in ogni occasione pubblica, non hanno intaccato più di tanto la credibilità del Senatore “pennichella”, seppur celata sotto spoglie da Rugantino: verace, impulsivo, ma furbo e tosto.

Anche qui non è mancato il sostegno di coloro che si sono fatti convincere del fatto che la patologia dei rapporti con i media – o addirittura la loro assenza – dipendesse solo dalla disonestà intellettuale di alcuni settori giornalistici, locali e non, che avrebbero condotto una guerra strisciante contro la Lazio e il suo Presidente, per motivi di fede calcistica, ovvio, ma anche di orientamento politico, o di convenienza, oibò!

Tale narrazione, ad uso e consumo di un egocentrismo miope e burino, voracemente assimilata da un ambiente assuefatto al vittimismo, è stata un’ulteriore indicatore di incapacità manageriale, perché è di palmare evidenza che i rapporti con i media siano una risorsa fondamentale nell’industria calcistica, che non produce beni tangibili, ma è un propellente di emozioni collettive e di spinte identitarie: una risorsa che andava prima conquistata, poi gestita con acume ed equilibrio, perché nel calcio, più che in qualunque show businness, il ruolo dei media è parte integrante del gioco.

In questa avventura (o disavventura) con la Lazio, Lotito è stato aiutato anche dal fatto che l’altra sponda calcistica capitolina non abbia prodotto nulla di entusiasmante, o di più entusiasmante di noi: se si eccettua la continua mitopoiesi con cui hanno sempre tentato di mascherare l’elettrocardiogramma altrettanto piatto degli ultimi vent’anni, facendo dei numeri un palliativo spendibile almeno dentro il GRA.

Ma l’utilitaria di Lotito, da lui spacciata per Limousine per più di vent’anni, doveva prima o poi fare i conti con la realtà quando, finita la provinciale, si è ritrovata nell’autostrada a sei corsie.

Un progetto imprenditoriale, quello della Lazio, imperniato sulla figura di un padrone unico, dalle risorse oggettivamente ridotte, riflesso in un modello organizzativo basico, essenziale al punto da obnubilare ogni forma di autonomia, portato sistematicamente a operare con le stesse logiche di società minori, di provincia, ricorrendo a strategie dilatorie, a sfruttare recessi del sistema, a trovare agibilità solo nel sottomercato.

Un approccio mai rimesso in discussione, mai oggetto di ripensamento, mai messo al centro di un processo di revisione e soprattutto mai ribaltato in termini di sviluppo, di crescita, di potenziamento, quanto piuttosto grettamente difeso per continuare a garantire “lode, onore e gloria a te Signore” e che ora sta dimostrando di non riuscire più a sottrarsi a un’inevitabile soccombenza.

È stato solo grazie alla parola Lazio, a tutta l’epica che essa evoca, a tutti gli eventi e ai personaggi a cui tale voce rimanda nei cuori e nelle teste di tanti romani e non solo, a quella tifoseria ancora numerosa forte e irriducibile, che quella mediocrità è rimasta almeno in parte nascosta, digerita, tollerata.

In questa prospettiva, tale modello non poteva non scontrarsi con i mutamenti strutturali, anch’essi figli spuri della globalizzazione, che hanno investito il sistema calcio, modificandone profondamente le regole.

Nuove e complesse soggettività internazionali hanno ritenuto conveniente investire nel calcio, scalando le proprietà di molti club, con l’immissione di ingenti capitali, che hanno innalzato il livello finanziario complessivo del sistema, con ciò sfidando tutti gli attori di quello stesso sistema, obbligati ad adeguarsi o a estromettersi.

L’epicentro di questo processo di trasformazione è stato senza dubbio il calcio anglosassone, essendo per cultura e tradizione quello più globale, ma le onde sismiche si sono propagate sull’intero universo calcistico, dovunque si giochi, si parli e soprattutto si spenda per il Calcio, il Football, il Soccer, il Fútbol, il Pilka nozna, il Fodbold, il Podosfero, il Fußball, il Fotboll, il Fucík, il Nogomet, il Voetbal, ecc ecc. ecc.

Se la crescita, all’inizio e per ovvi motivi, ha interessato, nei campionati più blasonati, club storici che già godevano di una certa visibilità internazionale, l’attrattività del sistema calcio – globale per antonomasia – ha richiamato capitali di diverse provenienze, alla ricerca di opportunità di investimento, al punto da interessare anche dimensioni calcistiche minori e meno conosciute, che hanno potuto beneficiare di risorse finanziarie altrimenti impensabili nel precedente sistema, che era basato prevalentemente su figure imprenditoriali locali, legate al contesto economico e sociale che circondava quelle squadre di calcio: espressioni, allora di territori e di comunità.

La mutata realtà ha finito, così, per imporre nuove condizioni – economiche, gestionali e organizzative – per l’ingresso e la permanenza nel sistema calcio.

In questo preciso spaccato si colloca il fallimento del modello Lazio, capace di galleggiare (forse) nel precedente sistema, ma destinato ad affondare nell’attuale, ciò che dovrebbe suggerire un passo indietro di Lotito.

Farlo ora sarebbe salvare anche la reputazione. Un distacco anche graduale, con garanzie utili alla sopravvivenza delle sue società, perché no?

Si chiuderebbe una lunghissima stagione e ci lasceremmo senza troppi rancori, senza veleno.

Ma perché questo divorzio non s’ha da fare?

E’ così difficle capire che qui ci facciamo male entrambi?

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