

Resa dei conti o normalizzazione?
C’era da aspettarselo.
Come poteva non succedere?
La Lazio di Lotito sovverte ogni raziocinio: quello che per le altre squadre è il mercato di riparazione, alla Lazio diventa quello di demolizione.
D’altronde se la finestra invernale di calciomercato serve alle squadre per coprire le lacune del mercato estivo, la Lazio di Lotito non aveva nulla da riparare!
Anzi, probabilmente quello che sta succedendo ora sarebbe successo la scorsa estate, se le regole finanziarie non avessero impedito alla Lazio di fare calciomercato.
A quel punto c’è da chiedersi se Sarri fosse rimasto ugualmente, visto che il nostro allenatore, nonostante l’inganno del divieto di mercato imposto alla Lazio, alla fine abbia probabilmente accettato di lavorare con il materiale già presente, in vista di un rafforzamento qualitativo a gennaio.
A gennaio appuriamo che mai previsione sia stata così sbagliata!
Sarri doveva pure aver appreso che Lotito ha sempre una mossa peggiore da estrarre dal cilindro!
Se sospetti che le cose stiano andando male, aspettati che le cose vadano peggio!
Sembra paradossale ma il blocco del mercato estivo ha ricevuto uno stigma inferiore a quello a cui Lotito sarebbe stato esposto se lo sfacelo di questi giorni avesse anticipato l’inizio del campionato: è probabile che il girone di andata avrebbe visto la Lazio in condizioni ancora peggiori di adesso.
Sempre siano benedetti l’indice di liquidità, il costo del lavoro allargato e simili!
Se oggi siamo “ancora” noni, a “soli” 14 punti dalla Roma e a “soli” 9 punti dall’Europa è solo grazie a loro!
L’odierna azione di depauperamento, democraticamente diretta verso ogni reparto della squadra, – Fuori Mandas (P), Romagnoli (D), Guendouzi (c), Castellanos (A); dentro Taylor, Ratkov (e chiunque altro sta per arrivare) – , non è dunque un fulmine a ciel sereno, ma il dispiegarsi di una strategia volta al riposizionamento della Lazio, in quella zona asettica del centroclassifica, dove i tifosi dovranno adeguarsi a stare.
Una strategia avviata nel 2023 e che, nel 2024, culminò con le dimissioni di Sarri: l’addio di Romagnoli di oggi nasce da lì.
Quando la stagione 2022-23 si concluse con un confortante secondo posto, suggellato da un sold out di tifosi all’Olimpico per Lazio – Cremonese, una vendita fruttuosa di Milinkovic e le entrate per la qualificazione diretta in Champions, Lotito e Fabiani federo esattamente il contrario di ciò che era lecito aspettarsi: lecito aspettarsi altrove, in altre realtà calcistiche!
Fecero intendere che, quello raggiunto, non fosse solo un confine invalicabile, ma una zona da cui allontanarsi velocemente: un culmine da cui bisognava retrocedere. La parola d’ordine divenne “demagnetize” Leggi: raffreddare, sterilizzare ogni aspettativa. Leggi: riportare la Lazio al livello congruo della dignitosa sopravvivenza senza ansie da prestazione.
Che bello!
Nonostante le cospicue entrate, il successo personale di Sarri non fu ricambiato, nessuna richiesta esaudita: arrivarono giocatori senza grandi pedigree e a buon mercato, destinati a prendere il posto di quelli che sarebbero stati indotti ad andarsene: arrivarono Castellanos (18,6 mln), Isaksen (13,4 mln), Cancellieri (8, 5 mln), Mandas (1,3 mln), Kamada (gratuito), Rovella (prestito con obbligo di riscatto), Pellegrini (prestito con diritto/poi diventerà obbligo di riscatto).
Ad autunno 2023, erano già evidenti i segnali di una sostituzione al ribasso, come la totale chiusura della Società ai rinnovi di quelli che erano i “senatori” di allora, spingendoli ad andarsene.
Ai procuratori che chiedevano tavoli di trattative, la società rispose picche o offri proposte di rinnovo risibili, dunque inaccettabili. In quel clima anestetizzato, depurato da motivazioni e da una prospettiva di miglioramento, l’impegno della squadra scese di intensità e Sarri si accorse di non avere più governo sul gruppo: non è difficile immaginare quali siano stati i pensieri e le parole nello spogliatoio in quei mesi.
Dopo l’affaire Milinkovic, fuori anche Immobile, Luis Alberto e Felipe Anderson. Appesi a un filo, rimasero Romagnoli in attesa vana di un accordo e Zaccagni che fece quasi perdere le sue tracce, rifugiandosi a Cesena per due mesi per un pestone all’alluce: quando arrivarono le dimissioni di Sarri e Lotito e Fabiani temettero che la nave affondasse sotto le proteste dei tifosi, il rinnovo a Zaccagni fu immediato, dopo che per mesi i suoi procuratori avevano chiesto invano un incontro con la Società.
La nuova Lazio di Baroni, nata sulle ceneri di quel dimagrimento, si è dimostrata un fuoco di artificio: all’inizio luci e colori, poi il buio e il silenzio. Taschaouna, Dele Bashiru, Dia e Noslin si sono rivelati per ciò che Lotito e Fabiani tentarono in tutti i modi di nascondere: calciatori da serie minore. L’inizio scoppiettante grazie ai reduci delle gestioni precedenti obnubilò per qualche mese il fallimento del calciomercato di Fabiani: dove ancora si attende l’arrivo del tizio 10 volte più forte di un certo Greenwood!
Assistiamo dunque al dispiegarsi di uno schema che si ripropone inesorabilmente: campagna acquisti di basso profilo, graduale affioramento dei limiti tecnici della squadra, obiettivi declmati che sfumano, responsabilità convogliate verso l’allenatore, che sia un titolato come Sarri o un entry-level alla Baroni
Funziona così da anni nella Lazio di Lotito.
Nessuno sconto, quindi a chi, Sarri o Baroni che sia, si presti – o si sia prestato – a fare da capro espiatorio, scegliendo di venire alla Lazio, per soldi, per visibilità, o anche solo come sfida professionale.
Come già dicemmo allora, lo sapeva bene Baroni lo scorso anno che sarebbe toccato a lui farsi carico del fallimento della stagione e ancora di più lo sapeva Sarri che ha deciso di tornare alla Lazio di Lotito – dopo avergli concesso le dimissioni due anni prima – e di restare nonostante l’inganno del blocco del calciomercato.
D’altronde quando un Presidente ribadisce pubblicamente e ufficialmente che i calciatori li sceglie lui e l’allenatore lavora con quello che la società gli mette a disposizione, erigendo un muro invalicabile tra i ruoli, diventa secondaria la possibilità di fare o non fare calciomercato: come abbiamo già detto, la scorsa estate la SS Lazio avrebbe agito esattamente come sta agendo adesso. L’obiettivo della SS Lazio è sempre lo stesso, ossia fare cassa, mettendo in second’ordine gli aspetti tecnico-sportivi.
Lo sapeva Baroni e ancora di più non può non saperlo Sarri: se si sceglie di lavorare qui, queste sono le regole.
Nessun progetto di crescita, nessuna velleità diversa da una mera sopravvivenza, utile alla macchina Lazio per restare in vita e continuare a generare dividendi per la proprietà.
Aspettarsi altro è da ingenui.
Stupisce quindi la delusione dei tifosi e l’animosità con cui stanno esprimendo la propria rabbia, sui social e nelle radio.
Che tra Lazio e Como ci fosse un salto di categoria, non ce lo dicono solo gli esiti dei due scontri diretti, ma la sostanziale equivalenza che la Lazio ha mostrato con squadre del suo rango: la sconfitta col Sassuolo, i pareggi con Cremonese, Udinese, Pisa, Torino, quelli miracolosi contro Atalanta e Bologna, le vittorie fortunose a Parma e a Verona.
Che poi, nel girone di andata, capiti pure di battere una Juve in piena crisi, o di perdere qualche punto per torti arbitrali, questo non cambia la sostanza della realtà.
Oggi la Lazio è questa!
Solo qualche sprovveduto può illudersi di altro.
Così come solo un mestatore può provare a raccontarci una storia diversa da questa, puntando l’indice di volta in volta contro gli arbitri, l’allenatore incapace, i calciatori svogliati.
E i tifosi?
Se un qualunque obiettivo economico o professionale, può spingere un allenatore o un calciatore ad accettare tale condizione, oppure se un tornaconto può stare dietro la scelta di un giornalista o un commentatore di prodigarsi nel nascondere, modificare, relativizzare, ricodificare questa realtà, cosa fanno i tifosi?
Loro sono le uniche variabili del sistema, perché sono gli unici attori a non avere interessi o tornaconti se non la semplice passione per una squadra di calcio: una sconfitta o un’umiliazione non trova alcuna compensazione: c’è un rospo da ingoiare e una delusione da smaltire.
Ma il calcio è anche sogno, aspettativa, immaginazione. Si può essere tifosi senza queste componenti?
Una sconfitta, una delusione fanno parte del gioco, purché stiano dentro una prospettiva, un obiettivo, ma se dobbiamo rinunciare a ciò, non possiamo non chiederci se il gioco valga la candela.
Davvero si possono fare trentamila abbonamenti ogni anno, per assistere a campionati, mesti, piatti, senza aspettative, come saranno i prossimi?
È lecito attendersi un calo, anche molto significativo, delle presenze allo stadio, con tutto il dolore che questa prospettiva porta con sé.
Ma se così non fosse, bisognerebbe ammettere che le cose stiano in modo diverso.
Se la risposta a quella domanda è positiva allora ha ragione Lotito. Poco importa quale sia la motivazione personale di chi decide di pagare un biglietto o farsi un abbonamento ogni anno allo stadio, perché l’unica cosa reale e misurabile è il pagare per vedere, lo scambio soldi per accesso.
Lotito è sempre stato chiaro: si paga per vedere giocare la Lazio, non una bella Lazio, non una Lazio competitiva, non una Lazio lanciata verso un obiettivo.
Si paga per vedere semplicemente la Lazio, la sua Lazio, l’oggetto della sua proprietà. Gli aggettivi sono solo eventualità. Non esiste alcun onere da parte sua di migliorare la Lazio.
Questo qualifica i tifosi come clienti, come consumatori: tutto quello che c’è dietro a tale scelta può anche essere indifferente per chi ha solo l’interesse a incassare.
Se l’incremento della clientela è una scelta che implica una valutazione costi/benefici, per cui potrebbe anche non valere la pena investire, l’unica preoccupazione reale può essere il mantenimento della clientela, ma trattandosi di tifosi il problema non si pone, perché allo stadio ci si va per fede, per passione a prescindere da ciò che si vede. Il sinallagma tiene. Lotito lo sa. Per quello beffeggia la nord che lo insulta. Le splendide coreografie, i cori, i settori ospiti gremiti nelle trasferte non intaccano l’idea che ha lui della Lazio, di come debba funzionare quella sua macchina, o di dove debba sostare: preferisco le strisce bianche gratuite della periferia, a quelle blu del centro. La macchina è mia!
I sogni, le aspettative, le delusioni, le critiche di una tifoseria che esisteva molto prima che lui arrivasse non sono contemplate, anzi rischiano di peggiorare le cose, minano la serenità, consentono agli arbitri di punire oltremisura la Lazio e spingono i calciatori a rifiutare di venire a giocare qua, alla sua corte di Formello.
E quando questo non si capisce – o non lo si vuol capire – arrivano le minacce ammantate di vittimismo, contro chi propone (non impone) una semplice astensione dal tifo (qui il comunicato della SS Lazio pubblicato da Lazialità il 22 gennaio 2026).
Cosa pensa di ottenere Lotito? Sono le proteste allo stadio la sua preoccupazione o il rischio che il popolo laziale inizi a disertare lo stadio cominciando a non farsi più l’abbonamento?
A quale obiettivo puntano queste dichiarazioni? Intimidire la parte più accesa della tifoseria pensando che una volta tolte di mezzo le teste calde riesca a normalizzare l’ambiente?
Quelle affermazioni nascondono una grande debolezza, accentuata dal fatto che si continui a negare l’oggettività della situazione.
Come si fa a non comprendere che continuando a buttare benzina sul fuoco, rischia di bruciarsi anche lui?
Come pensa di poter mantenere la barra dritta?
Ora trentamila abbonamenti possono essere letti come un grande atto di amore verso la propria squadra soprattutto quando le cose vanno male ma, per converso, possono essere viste come un atto di fiducia verso una gestione a cui, in fondo, non si può rimproverare più di tanto l’andamento incerto della squadra: entrambi queste interpretazioni non solo sono legittime, ma sono incontrovertibili e possono coesistere senza che l’una annulli l’altra, restando a disposizione per chiunque voglia usarle a proprio interesse.
Per questo bisogna scegliere, altrimenti hanno tutti ragione! O no?
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