Le Piccole e Medie Imprese italiane nel post covid

La ricerca commissionata da ASUS all’istituto Eumetra, su un campione di 400 PMI 
Patrizia Artemisio - 23 Luglio 2021

Mentre i dipendenti della Apple minacciano le dimissioni di fronte alla richiesta dell’azienda di rientrare in ufficio a settembre, le piccole e medie imprese italiane superano la multinazionale americana adattandosi più velocemente al cambiamento.

“Lo smartworking, da necessità a strategia per il futuro per il 67% delle PMI” è una delle conclusioni della ricerca, commissionata da ASUS all’istituto Eumetra, su un campione di 400 piccole e medie imprese italiane nel periodo di ripresa post Covid. La fotografia che ne esce fuori si avvicina a quel ritratto di ‘semplice rivoluzione’ che De Masi tracciava già nel 2016. “Fin da domattina – scriveva il sociologo – per milioni di lavoratori sarebbe tecnicamente possibile evitare spostamenti faticosi e snervanti, convivenze forzate con capi assillanti e colleghi indesiderati, per telelavorare da casa, in giardino o al bar, restando collegati con capi, colleghi, rappresentanti sindacali e clienti”. Tutto questo avrebbe portato poi ad un aumento della creatività, indispensabile al successo delle imprese post industriali, che “per dispiegarsi in tutta la sua potenza innovatrice, ha bisogno di libertà, di colore, di ironia, di gioco, di meditazione, di cordialità, di socialità”.

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Nel 2021, l’obiettivo sembra raggiunto e l’apparato hi tech rappresenta una delle forme di investimento più interessanti per le aziende nel post Covid. Sebbene lo smart working abbia sicuramente incentivato un’importante modernizzazione tecnologica nelle aziende italiane, ASUS ha voluto esplorarne le conseguenze. La ricerca ha sottolineato come queste conseguenze non riguardino principalmente la questione “ufficio o smart working”, ma ne emerge una forte componente psicologica, che vede l’intero approccio al lavoro e ai team da parte dei dipendenti modificarsi ed evolversi, richiedendo un forte investimento da parte delle aziende sull’elemento del capitale umano.

La ricerca evidenzia infatti come il lavoro individuale è aumentato (45%) a discapito del team, che non è però scomparso o diminuito, ma è cambiato e si è evoluto in un tipo di collaborazione diverso. Allo stesso modo, l’ufficio ha perso la sua connotazione di “luogo parte della routine quotidiana”, diventando invece un luogo di eccezionalità, quasi desiderabile in quanto si è andato a legare indissolubilmente con la sfera dei rapporti umani fra colleghi (il 33% delle PMI dichiara di vedere l’ufficio come punto di incontro per i colleghi al di fuori della normalità e quotidianità del lavoro da casa, mentre il 18% delle stesse aziende lo definisce un luogo oramai superfluo, utile solo per le occasioni “formali”). D’altro canto, molti lavoratori hanno sentito, con l’aumentare dello smart working, un aumento anche dei carichi e delle ore di lavoro. Il 37% delle aziende infatti afferma che le persone dipendenti hanno acquisito maggiore flessibilità (il 45% di queste sono aziende del Centro Italia), mentre nel 32% dei casi i colleghi hanno mantenuto un orario fisso, vedendo però aumentare le ore lavorative. La flessibilità totale di orario è invece stata acquisita solo dal 24% delle PMI.

Anche i processi di controllo dei dipendenti sono cambiati, con delle visibili differenze a seconda dell’area geografica: mentre il 34% delle aziende del Nord Ovest ha deciso di lasciare ampia fiducia ai propri collaboratori, andando a verificare solo i risultati ottenuti e non più le ore di lavoro effettuate, si è assistito a un aumento dei controlli nel Sud e nelle Isole, con il 37% delle PMI che ha attivato specifici processi a supervisione della produttività.

Tre quarti delle aziende che implementeranno lo smartworking come soluzione strategica per il futuro hanno inoltre in mente di ridurre gli uffici. Soprattutto le imprese più grandi con un assorbimento di spazio maggiore stanno valutando l’aspetto delle metrature allocate ed i relativi costi fissi, di affitto o ammortamento. Ma anche l’organizzazione e la cultura aziendale si modificano. Le aziende dello smart working strategico si apprestano ad adottare modelli di maggior autonomia per le persone, di maggior orientamento ai risultati, di utilizzo più libero delle dotazioni informatiche (a partire dal pc), anch’esse in evoluzione. In particolare, il 52% delle PMI del Sud Italia ha dovuto sopperire alla mancanza di pc portatili per i propri dipendenti, andando a costituire una grossa fetta della crescente domanda per questi strumenti.

Secondo ASUS, in conclusione, “le PMI italiane si dichiarano pronte ad affrontare una revisione dei loro processi a tutto tondo per abbracciare un nuovo stile lavorativo, che offra maggiore libertà ai propri dipendenti e si basi completamente sulla flessibilità e versatilità delle risorse, con nuovi metodi e luoghi di lavoro, un nuovo processo di controllo e maggiore fiducia presso i collaboratori stessi”.

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A poco a poco, sembra proprio che il virus stia allontanando dal nostro Paese l’imponente castello Kafkiano che ha per anni schiacciato, sotto eccessi burocratici e cumuli di procedure superflue, ogni idea innovativa.

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