

Un film documentario e poi... eccoli dal vivo i suoni dei violini, delle chitarre brasiliane, degli jambé senegalesi
Al Nuovo Sacher, il cinema di Nanni Moretti, solitamente si va per vedere i film belli: magari un po’ ostici, un po’…morettiani, insomma, fermo restando che il primo posto in locandina è sempre, e ci mancherebbe, per l’ultimo film di Nanni uscito nelle sale.
Il Nuovo Sacher, un cinema che si propone anche come libreria e sala da tè, dal 10 novembre e per una settimana, forse ha fatto quello che l’epoque morettiana ha sempre, consapevolmente, discostato: si è dato alla piazza, ospitando il film “l’Orchestra di Piazza Vittorio“: ho usato il termine ospitare e non proiettare perchè succede che alla fine del film i personaggi escono magicamente ma non troppo dallo schermo e si fanno trovare direttamente sul palco, davanti lo schermo e pronti, con gli strumenti, ad esibirsi, provando che quello che si è visto nel film è tutto, stupendamente, vero.
Il sogno dell’Orchestra di Piazza Vittorio, che qualcuno aveva additato come uno dei tanti sogni che il cinema amplifica a dismisura, è diventato realtà: i musicisti, Omar, Samir, Javier e gli altri esistono per davvero e la loro musica, aitante, fresca, vagabonda e stralunata ha veramente vinto la difficile scommessa di salire sul palco senza diventare un fenomeno da baraccone.
Faccio un passo indietro: cos’è l’Orchestra di Piazza vittorio. Un film, ma non solo. E’ un documentario che ci narra, in presa diretta, la nascita di un ‘orchestra multietnica e la sua trasformazione in meltin pot artistica, stabilendo tra i musicisti un sodalizio che fa di ogni canzone un inno all’intercultura. Quella di cui Piazza Vittorio, e i suoi migliaia di abitanti, hanno drammaticamente bisogno. Il film ci racconta delle difficoltà per gli stranieri, e anche degli italiani, nel viviere, e soprattutto nel voler vivere di sola musica, di passioni e bisogni che difficilmente trovano una strada comune. Bellissima, forse, ma che spesso porta al dimenticatoio, all’insoddisfazione e alla sofferenza angustiata da mille difficoltà. A campare, non a decidere di che colore volere la Maserati.
Ma quella di Piazza Vittorio è un progetto che si conclude con un lieto fine: i musicisti che vengono messi sotto contratto da una casa di produzioni musicali, e loro, gli artisti, che finalmente possono vivere economicamente tranquilli e artisticamente realizzati.
Ti sembra poco?
A parlarci di questa esperienza è Omar, il trombettista del gruppo: origine cubana, fuggito presto da quella realtà isolana che non si addice proprio a chi scrive canzoni, come lui, che si definisce “vagabondo in giro per il mondo”. Riesco a stabilire una buona confidenza con Omar visto che era vicino di casa di un mio amico a Londra. La sua vita, quella di Omar e anche del mio amico, Roberto, costellata dalle partenze, dai ritorni mai sopportati e dagli strappi, quelli che si compiono ogni volta che si tirano le cuoia della valigia, che lasciano nella memoria ferite e ricordi indelebili.
Ecco la vita di Omar, mille lavori, dopo l’esprienza londinese, qui in Italia, poi… chiamato da amici a provare la carta dell’Orchestra: nessuna certezza di guadagno, tante incognite e poche illusioni. La strada sarebbe stata dura.
Omar proviene da una famiglia di trombettisti, lui suonatore come i suoi 12 (dodici) fratelli, e tutti con la valigia in mano, sapendo che prima o poi la musica li avrebbe portati magari al di là dell’oceano. A dieci anni Omar scrive una canzone, in cui si vede vagabondo. E poco tempo dopo Omar lascerà l’Avana e approderà in Europa. L’ultima tappa per lui è Roma, la Roma dell’Orchestra, un viaggio incredbile tra la musica e tutti i suoni del mondo.
Così si racconta Omar, mentre ci elenca i prossimi appuntamenti del gruppo che già parlano di Milano, Parigi e forse, ma non ditelo a nessuno, New York.
L’Orchestra di Piazza Vittorio: un film nato documentario, un documentario nato scommessa e una scommessa nata come provocazione: bello guardare le facce di chi magari vive da invisibile qui in Italia, i sorrisi in avorio dei senegalesi mentre battono incessanetemente il ritmo con i jambè, le chitarre piccole e filiformi dei brasiliani, il violino che parla di sogni arabi e la melodia del mondo a cui solo voci forti e malinconiche sanno dare un timbro di vitalità e saggezza.
La stessa vitalità e la saggezza che accommuna tutti i vagabondi dell’Orchestra. E del mondo.
Per conoscere i prossimi appuntamenti dell’Orchestra:
http://www.orchestradipiazzavittorio.it/home.html
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