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L’uomo che aspettava il 556

Una fiaba un po' amara di un nostro lettore
Riceviamo e pubblichiamo - 7 Dicembre 2009

Spettabile redazione di "Abitare a", vi seguo con vivo interesse; abito a Tor Tre Teste e noto che siete una preziosa fonte di informazioni per quanto
riguarda il mio quartiere.

Ma in questo caso non vi scrivo per una lamentela o una segnalazione.

Passando per via Davide Campari, in direzione di via Viscogliosi, ho notato, sotto un ponticello, una curiosa ombra, un effetto ottico, che mi ha sempre fatto pensare ad un uomo seduto (vi mando una foto che non rende giustizia, ma cercate di capire, fermarsi lì sotto equivale a un tamponamento sicuro).

Alla luce di tutte le problematiche attuali e tutte quelle future – praticamente la morte annunciata di un quartiere, perdonatemi la battutaccia – mi è venuta in mente una piccola storiella, una fiaba un po’ amara. L’ho intitolata "l’uomo che aspettava il 556".

Sperando che non si avveri, spero di farvi cosa gradita mandandovela. Sentitevi liberi di farne ciò che volete, potete pubblicarla o meno, non ci sono problemi. Sono convinto che se siete "di zona" potrebbe piacervi.
Se così non fosse… amici come prima 🙂
Un saluto e buon lavoro, continuate così!

Cordialmente Stefano Viezzoli

L’uomo che aspettava il 556

Mario era felice, nonostante tutto. Aveva fatto tantissime rinunce e sacrifici, ma era riuscito a comperarsi un piccolo monolocale a Tor Tre Teste. Era felice perché, anche se si trovava in periferia e la sua casa era piccolina, aveva tanto verde in quel bellissimo parco, e pensava di essere fortunato. C’era un acquedotto, un laghetto, si potevano fare i picnic… in città!!!

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Aveva solo un cruccio: quello di fare tardi al lavoro. Lavorava per una ditta di costruzioni all’EUR, e, non avendo una macchina, vuoi perché voleva poterne fare a meno, vuoi perché comunque costava troppo, aveva dovuto abituarsi a fare affidamento sull’unico autobus che transitava di là, per poi prendere un tram, la metropolitana (la terribile linea “B”!) e un altro autobus… il risultato era che, per fare una quindicina di chilometri in linea d’aria, ci metteva un’ora e mezza ad andare e spesso anche due ore per tornare.

Il suo capo, il dottor Ganassa, non faceva mai mancare le sue simpatiche battute al povero Mario per i suoi ritardi.

Ancora fai affidamento sull’Atac? Sul 556, poi? – facendo seguire il tutto da un sonoro sghignazzo – fai come me, fatti una macchina! Conosco un mio amico concessionario, se vuoi ti faccio fare un bel trattamento speciale, 120 rate e ti cambia la vita!!
No grazie – replicava mestamente Mario – io non voglio dover dipendere dall’automobile e…
Ganassa, per cui l’amore per i suv era superato solo da quello per gli intrallazzi, non gradì.

Ah sì? Allora facciamo così. Ogni minuto di ritardo, che prima ti facevo recuperare a fine giornata, adesso te lo detraggo dallo stipendio. Così impari, fesso, a rifiutare le gentilezze!
Mario deglutì. Ma poi, a casa, nel “suo” parco, si riprese. Era ottimista sul fatto che non avrebbe dovuto dare soddisfazione a quel capo dispotico e prepotente che si ritrovava.

Ma sbagliava i suoi calcoli. Il 556, ogni mattina, sistematicamente era in ritardo, saltava le corse, era pieno e si bloccava a quel maledetto semaforo del Quarticciolo regolato male. Ed accumulava ritardi e stress.

Ganassa, che si riteneva il principe della coerenza, non venne meno alle sue intenzioni. I ritardi si tramutavano in stipendi decurtati, che si traducevano in porzioni di pranzi e cene più piccole. Mario dimagriva a vista d’occhio.

Allora, sempre convinto del mezzo pubblico? Guarda, Mario, voglio venirti incontro – diceva mentre addentava l’ennesimo spuntino. Mentre Mario dimagriva, Ganassa ingrassava.
No, dottore, anche se volessi, per me l’auto rimarrebbe una scelta…
Lascia perdere – lo interruppe – ti conviene andare da quel mio amico. Anche perché quando realizzeranno quella superstrada che passerà sopra il parco la macchina ti diventerà in-di-spe-nsa-bi-le.
Come.. cosa? – disse Mario.
Bello mio, ma dove vivi, in un mondo tutto tuo… guarda che se vogliamo che quella nostra partecipazione azionaria nell’ennesimo iper-super-ultra centro commerciale e nel nuovo complesso immobiliare che faranno proprio sotto casa tua ci convenga, una arteria di scorrimento veloce ci serve!!!
Mario era sconcertato.

Ma se faranno un centro commerciale, altri palazzoni e una superstrada… che ne sarà del parco?
Parco? Il parco non fa business, imbecille – si limitò a liquidarlo Ganassa.
Mario non voleva arrendersi. Cercò di informarsi in ogni dove, al comune, al municipio, all’urp, al difensore civico, eccetera, eccetera, ma… lo faceva sempre sfruttando quel maledetto autobus che non arrivava mai. E più tardava, meno mangiava. E più dimagriva. Ormai i colleghi lo chiamavano “ombra” per quanto era pallido e magro.

Ganassa godeva come un maiale, al quale somigliava ogni giorno di più. Sembrava quasi che i chili si spostassero dall’uno all’altro.

Sempre a informarti sul tuo parco, sfigatone? Guarda che se continui a fare tardi ti caccio, eh?
Guardi che non può fare come le pare – provò ad obiettare Mario, in un impeto d’orgoglio – anche noi poveracci abbiamo i nostri diritti. E il parco si salverà. Dal centro commerciale, dai palazzoni e dall’autostrada. E comunque l’Atac ci ha promesso un nuovo collegamento veloce per il nostro quartiere, il 550. Non farò più tardi…
Ganassa lo guardava proprio come un poveraccio.

Povero idiota. In questa città, in questo paese, quelli come me possono fare quello che vogliono. E lo fanno. Quelli come te non sono nemmeno un ostacolo. Lo sai che i miei amici all’Atac mi hanno già cancellato il tuo velocissimo 550, solo per fare contento me che mi diverto a vederti fare tardi? Ti riempiranno di chiacchere su progetti di linee di autobus personalizzate solo per farti fesso e contento, mentre ti fanno l’autostrada in faccia, per fare ricco me e i miei amici nei posti chiave. Ma davvero pensi ancora che qualcuno stia a sentire te e i tuoi amici dei comitati di quartiere? Quelli sono dipendenti NOSTRI! Ti è chiaro il concetto? E adesso vattene, che mi hai stancato. E dico per sempre. Levati di torno.
Mario stava per piangere. Ma non aveva forza per farsi uscire le lacrime. Passò oltre la sua scrivania, timbrò il cartellino per l’ultima volta e se ne andò. Era molto stanco, ma visto che era una bella giornata si diresse verso il parco.

Quello che vide lo riempì ulteriormente di tristezza. Le attrezzature sportive stavano venendo smontate, anzi, no, spaccate, come se si sapesse che non c’era bisogno di trattarle con riguardo; era evidente che non sarebbero state ripiantate lì. Poco più avanti, le ruspe stavano portando avanti con solerzia il lavoro di tracciamento delle quattro corsie dove una volta c’era il campo da pallone. Intorno, sotto i manifesti – rigorosamente abusivi – che annunciavano la prossima inaugurazione del centro commerciale “La Magica” e disegni delle nuove costruzioni di palazzi ad otto piani del gruppo immobiliare Ganassa “ottimamente collegati con la nuova Prenestina Bis a scorrimento veloce e a soli 5 minuti di automobile dalla metro C”, alcuni politici cercavano di convincere i pochi irriducibili difensori del parco a comprendere “le necessità della collettività sull’indispensabilità di quest’opera, da realizzare assolutamente in questo modo”.

Mario si sentiva tanto stanco. Guardava le sue mani ormai scheletriche, quasi trasparenti, e pensava solo a quello che aveva passato e sofferto per quell’angolo di paradiso, e a come gli sarebbe stato strappato via da persone senza scrupoli, per cui il denaro era l’unica religione.

Si sedette su un muretto, a guardare gli operai che spaccavano e scavavano, e pensò che nonostante tutto non si sarebbe arreso. Appena passa l’autobus, disse a se stesso, vado in Municipio a fare qualcosa. Appena passa…

Nessuno lo vide più.

Da quella sera, però, passando per la rampa che dalla Prenestina bis porta al centro commerciale, passando per il nuovo comprensorio “L’acquedotto”, una volta nota come via Davide Campari, sotto un ponticello, si può vedere un’ombra che sembra seduta, come ad aspettare qualcosa.

Ad aspettare ancora il 556.


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