‘Maternity Blues’ di Fabrizio Cattani

Il 27 aprile uscirà nelle sale, distribuito da Fandango, un film tratto dal libro From Medea di Grazia Versani
di Elisabetta Ruffolo - 26 Aprile 2012

Il 27 aprile 2012 uscirà nelle sale, distribuito da Fandango, un film tratto dal libro From Medea di Grazia Versani: Maternity Blues di Fabrizio Cattani, applaudito a Venezia dove è stato presentato in Controcampo italiano, è il racconto incrociato di quattro donne legate dalla tragedia dell’infanticidio e imprigionate in un ospedale pschiatrico giudiziario.

L’argomento è così tabù che ha trovato difficoltà di produzione: l’infanticidio non era mai stato trattato al cinema.

Le quattro donne sono diverse tra loro, le accomuna lo stesso reato per il quale si ritrovano rinchiuse in un ospedale psichiatrico giudiziario dove trascorrono il loro tempo espiando una condanna che è soprattutto interiore: un senso di colpa che ha vanificato le loro esistenze.

Sopportano ogni giorno la convivenza forzata, la sofferenza di leggere la propria colpa in quella dell’altra, nascono delle amicizie, delle confessioni spezzate, un conforto che non è mai consolatorio ma che rende queste donne colpevoli innocenti.

Una è Clara (Andrea Osvart) , viene da Udine ed è moglie di un rappresentante di commercio (Daniele Pecci) che viveva più in macchina che a casa. E’ chiusa nel suo dolore dopo aver fallito il tentativo di annegare insieme ai suoi figli. E’ combattuta nell’accettare il perdono del marito che si è ricostruito una vita in Toscana.

Eloisa(Monica Birlandeanu), parla con nostalgia della sua carriera di cantante, passionale e diretta, polemizza sempre con le altre ma il suo è un cinismo solo di facciata. Rina (Chiara Martegiani) è una ragazza madre fragile e gentile, ha affogato la figlia nella vasca da bagno in una sorta di eutanasia. Vincenza (Marina Pennafina) è la più concreta. Nel caos più assoluto di una vita domestica piena di problemi, il telefono che squilla, gli altri due figli che litigano, il latte che fuoriesce dal pentolino, mentre allatta il figlio, carica la lavatrice. In un attimo, oltre ai panni, infila anche il figlio e fa partire il ciclo del lavaggio. Ai due figli scrive pagine di lettere che non spedirà mai. Nonostante la fede religiosa sarà l’unica a compiere un atto definitivo contro se stessa. Non regge il peso dell’infanticidio e se ne libera con il suicidio, cercando il perdono divino in cielo e che le permetterà un giorno di poter riabbracciare i propri figli. L’attrice si è ispirata alla mamma che come tutte le altre donne dell’epoca erano nate per fare le mamme. La maternità è cambiata perché è cambiato il ruolo della donna nella società.

La categoria delle “madri assassine” sia per l’autrice del libro che per il regista è un tabù di cui non si parla e che se portato sullo schermo ci si limita a disquisire intorno al modellino della villetta di Cogne. Il libro nasce una rabbia personale contro l’opinionismo televisivo.

Cattani ha avuto il coraggio di raccontarci una maternità diversa, non edulcorata come di solito ci viene raccontata. La maternità è un fatto naturale, un dono di Dio, a volte può essere vissuta come un momento di grande disagio perché non si è all’altezza della situazione. Non bisogna continuare ad essere indifferenti, bisogna comprendere e non giudicare.
Il film fotografa una realtà, cerca di porre una domanda e lascia che ognuno dia la risposta che vuole. 

Adotta Abitare A

Dicci cosa ne pensi per primo.

Commenti