Mini-guida ai film sul Dio del Calcio

Per ricordare il numero 10 più famoso della Storia sono quattro le possibilità: andiamo ad analizzarle una ad una.
Valerio Principessa - 29 Novembre 2020

Il 25 novembre 2020 una luce nel mondo si spegne definitivamente: è quella del simbolo pop più rivoluzionario del XX secolo. Un bambino nato nella periferia più degradata di un paese di per sé in continua recessione, dopo aver conosciuto la dittatura militare e l’orrore di studenti ed intellettuali segregati mentre fuori si giocavano i Mondiali del ’78. Un uomo destinato a vivere una parabola a momenti dai contorni biblici e diventare di conseguenza universalmente il portavoce delle realtà marginali: Diego Armando Maradona ha rappresentato la rivincita dei poveri, degli ignoranti, degli esclusi del mondo. Il talento cristallino plasmato dalla povertà e da condizioni ambientali tragiche lo ha innalzato a culto semi-Religioso rivestito di rabbia nei confronti degli ordini costituiti e delle ipocrisie. E le debolezze, che sono l’altra faccia della medaglia del genio calcistico, ne hanno decretato la fine progressiva, in una spirale di autodistruzione che solo le persone amate, di quel sentimento cieco e violento in quanto tale (e in città come Buenos Aires e Napoli che vivono da sempre di fortissimi contrasti), possono intraprendere per rimanere nelle coscienze di una collettività col cuore in gola. Lasciate perdere i fisici curati e bionici dei Cristiano Ronaldo e la freddezza degli Ibrahimovic di oggi e calatevi nello spirito popolare che l’Era analogica dell’imperfezione dei corpi e delle immagini presentava al pubblico innamorato. Gli anni ’70 e ’80 dei limiti tecnici che alimentavano il Mito e la leggenda del più grande di tutti. Grande davvero.

Le proposte per ripercorrere cinematograficamente le tappe del Pibe de Oro sono quattro, anche se in realtà prenderemo in considerazione soprattutto due di esse, che volendo risultano perfettamente complementari e distinte. Il resto è composto da prodotti convenzionali, soprattutto parlando di Maradonapoli (2017) di Alessio Maria Federci, distribuzione Warner Bros e presente nei cataloghi di Netflix, Amazon Prime e Infinity. Un’agiografia etnocentrica del personaggio unito ad un repertorio standard e che oltre a presentare l’infatuazione del popolo partenopeo e i suoi ricordi sedimentati non scava nei meandri delle contraddizioni che ne fanno il valore storico e l’eccezionalità del fenomeno. Godibile soprattutto dai neofiti delle gesta dell’Eroe e dalle nuove generazioni che vogliono accostarsi alla materia partendo dalla memoria sociale di una città.

Esattamente 10 anni prima (nel 2007) mentre il mondo della Settima Arte aspettava trepidante l’uscita di uno dei due pezzi forti di cui tratteremo tra poco, 01 Distribution anticipa il grande evento dell’atteso documentario d’autore facendo uscire in sala Maradona – La Mano De Dios produzione italo-spagnola firmata dal Marco Risi di Soldati 365 All’Alba e L’Ultimo Capodanno. Si tratta di un progetto ibrido metà fiction metà documentario, che propone una narrazione interpretata da attori intervallata con le immagini di repertorio riguardanti soprattutto il periodo argentino e dei Mondiali in Messico. E di fatto la confezione sembra per l’appunto fatta su misura del pubblico sudamericano, anche proprio nello spirito da telenovela. Che ha il punto forza, oltre che nella straordinarietà delle azioni del protagonista, nell’interpretazione degli attori tutti incredibilmente spontanei e credibili (cosa per niente semplice considerando il rischio del macchiettismo). Peccato che il regista non sappia dosare adeguatamente i due piani del racconto e che i goal di Maradona (quello vero) surclassino comunque la ricostruzione romanzata. Il film ad oggi può essere visionato gratuitamente su YouTube, anche doppiato in italiano.

E così si arriva ai due prodotti cardine del Maradona cinematografico: Diego Maradona del londinese Asif Kapadia (che trattò già le Odissee di Amy Winehouse e Senna ovvero due eroi per molti versi affini all’argentino) del 2019 e che si sviluppa partendo dall’approdo del protagonista a Napoli nell’84 e chiaramente Maradona by Kusturica (2008), che invece parte direttamente dall’infanzia del personaggio in Argentina per tracciare un rapporto parallelo tra Artista del Calcio e Artista di Cinema che sarebbe Emir Kusturica stesso.

Partiamo da quest’ultimo: Maradona e Kusturica si incontrano allo stadio di Belgrado, parlano dei bombardamenti in Jugoslavia e di cosa significhi essere scomodi nei riguardi del potere. Si traccia due autoritratti di Comunisti rivoluzionari, simboli del mondo no-global, con tanto di affinità elettive in Argentina, a Cuba con l’amicizia e le testimonianze di Fidel Castro e Maduro, gli incontri con Manu Chao che canta per strada La Vida Tombola in onore del Dies e tanti faccia a faccia sul male della droga e sulla corruzione italiana dei Matarrese ed europea dei Blatter che a suo dire avrebbero rovinato il gioco più bello del mondo. È in tutto e per tutto un film di Kusturica, ritmato, scanzonato, punk con commenti musicali dei Sex Pistols: esattamente ciò che ci si aspetterebbe dall’incontro di due personaggi fieramente ostili e dal talento selvaggio e cristallino nei rispettivi campi.

Diego Maradona di Kapadia ha un inizio folgorante: parte dal repertorio di Buenos Aires ma con un montaggio iper-attivo arriva immediatamente all’interno della macchina che percorre le strade di Napoli verso lo Stadio San Paolo, dove a momenti 80mila persone daranno il benvenuto al Campione che viene dal Barcellona, dove si era perso subendo peraltro un infortunio gravissimo. La scena è ripresa direttamente all’interno dell’autoveicolo dove è seduto Maradona e pare venir fuori da un poliziottesco artigianale degli anni ’70, di quelli con Maurizio Merli con tanto di sportelli aperti con le macchine in movimento. È l’inizio di un rapporto d’amore asfissiante che dopo il Mondiale in Messico (con i footage dei pranzi in squadra e le salsicce cotte dal padre di Maradona in ritiro anch’egli), i primi campionati con una squadra da quasi retrocessione che però mano a mano diventerà quella dello storico Scudetto dell’87, i primi contatti con il clan dei Giuliano e la vittoria nell’89 della Coppa Uefa a Monaco di Baviera, porta il Campione a desiderare l’allontanamento da Napoli, con tanto di testimonianze del Presidente Ferlaino che a tal proposito si sentì una sorta di sequestratore.

Il documentario di Kapadia parla di un Uomo accolto da uno Stadio intero e poi costretto a fuggire nel ’91 da solo, uno che avverte il peso della fama e la minaccia di un destino incombente contro cui non ha la forza di reagire. Una chiave di lettura inedita ed affascinante, che carica il protagonista di un’aura ancora più maledetta da personaggio shakespeariano. Il film, presente sul catalogo Netflix, è probabilmente il più completo documento autoriale sull’ascesa e la fine fisica del Mito e dialoga benissimo con il più personale e intimista lavoro di Kusturica.

Per deliziare gli occhi con le giocate e frammenti di un Calcio, di una Buenos Aires, di una Napoli e di un’Italia che furono e insieme ragionare sul Fato e sulle contraddizioni di un mondo brulicante tenuto al guinzaglio da forze sotterranee che possono distruggere il più puro dei fenomeni.

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Perché questo è stato il Dio del Calcio.

 

Valerio Principessa

 

 


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