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Movimento Cinque Stelle: antiche utopie in forma nuova

Movimento 5 StelleNon vogliono farsi chiamare “onorevoli” ma cittadini. Si dichiarano semplici “portavoce” di chi li ha eletti. Vorrebbero, come dice il loro leader Beppe Grillo, che il mandato parlamentare fosse imperativo. Aspirano alla democrazia diretta esercitata tramite il web e quindi l’abolizione dei cosiddetti corpi intermedi: partiti, sindacati e non si sa chi altri. Un’abolizione, o per meglio dire in questo caso un superamento, a cui non si sottrarrebbe neanche il M5s una volta raggiunta l’utopistica cifra del 100% dei voti acquisiti.

Potrebbero sembrare cose bizzarre, ma non sono nuove; idee e motivi simili si sono sentiti, mutatis mutandis (cambiato ciò che è da cambiare), e anche praticati in una certa misura in giro per l’Europa nel passato.

L’aspirazione alla democrazia diretta e persino la sua ideologizzazione è stata caratteristica dei movimenti rivoluzionari più noti. La Convenzione nella Francia rivoluzionaria del 1793-1794, dominata dai giacobini montagnardi – così chiamati perché occupavano i banchi alti dell’assemblea – era elettiva ma legiferava sotto la pressione e il controllo continuo dei sanculotti delle sezioni popolari della Parigi rivoluzionaria nel momento più teso della rivoluzione, il “terrore”, brandito dal robespierrista Comitato di salute pubblica, per difendersi dal combinato disposto dei nemici interni, la Vandea controrivoluzionaria, e dall’intervento delle monarchie straniere. Come si sa da quell’esperienza rivoluzionaria nacquero le idee fondamentali di libertà e uguaglianza alla base della moderna democrazia parlamentare. I sudditi diventarono citoyens (cittadini).

La Comune di Parigi del 1871 era organizzata sulla base di delegati eletti nelle assemblee popolari dei quartieri parigini. Delegati con mandato imperativo e revocabili che componevano l’assemblea cittadina che affrontava e decideva sui vari problemi senza organismi esecutivi. Lo stesso principio valeva anche per tutti i funzionari amministrativi, i magistrati, la polizia, gli insegnanti ecc. Gli stipendi dei deputati come dei funzionari erano basati su quelli degli operai. I comunardi propugnavano infine che le mansioni pubbliche dovevano essere alla portata della maggioranza della popolazione. E’ noto che l’esperimento comunistico di “assalto al cielo”, come lo definì entusiasticamente Marx, durò poco e finì nel sangue della reazione versagliese.

Quelle idee di democrazia diretta risorsero in seguito durante la rivoluzione abortita del 1905 in Russia. Ad incarnarle furono i soviet. E i consigli (soviet in russo) furono protagonisti del rivolgimento democratico e socialista del 1917. Nati tra gli operai delle fabbriche e tra i soldati di un esercito stanco di una guerra che non voleva più combattere si estesero anche alle campagne fra i contadini che volevano la terra. Il leader dei bolscevichi Lenin li esaltò come cellule del nuovo stato socialista contrapponendoli al parlamentarismo borghese “Tutto il potere ai soviet” fu la parola d’ordine con cui le “guardie rosse” assaltarono il Palazzo d’inverno abbattendo il governo “borghese” di Kerenskij . Anche in quell’occasione la spinta rivoluzionaria seminò grandi utopie compresa quella del superamento, insieme alle classi, anche della macchina dello Stato al cui posto sarebbero rimaste solo funzioni talmente semplici da poter essere esercitate, scrisse Lenin, anche da una cuoca. Pure quell’esperienza di democrazia diretta durò poco. Furono i suoi propugnatori stessi a metterla da parte dando vita prima durante l’aspra guerra civile e poi nella costruzione dello Stato socialista ad un regime totalitario e liberticida.

Esperimenti consiliari e di democrazia diretta in quegli anni di febbre rivoluzionaria dove la parola d’ordine era “fare come in Russia” ebbero vita breve in Italia nel 1920, nella Torino dell’occupazione delle fabbriche e dei consigli operai, nella Baviera tedesca, nell’ Ungheria di Bela Kun.

Questa digressione storica per dire, appunto, che ogni movimento mosso da una radicale spinta rinnovatrice ed abolitrice di ossificazioni politiche e sociali e di privilegi inaccettabili trae con sé idee di democrazia diretta non più basata sulla delega. I casi storici presi in esame furono, come è noto, il crogiuolo di scontri epocali fra classi sociali: aristocrazia nobiliare contro borghesia nascente, proletariato e contadini contro nobiltà feudale e borghesia. Da essi nacquero movimenti che nel bene e nel male segnarono il progresso dell’umanità verso società più libere e giuste.

Nell’Italia di oggi, si parva licet (se è lecito il paragone tra cose grandi e piccine), la cosa è meno epica, più costituzionale, pacifica e interclassista. Il M5s nasce per un’ostruzione del sistema politico. Un sistema dei partiti diventato negli ultimi lustri per molti aspetti una casta chiusa e autoreferenziale diventata insopportabile nel momento in cui si è rivelata incapace di affrontare e risolvere i problemi di una crisi economica devastante. Le differenze di responsabilità fra destra e sinistra, fra governo berlusconiano e opposizione, fra maggioranze e minoranze parlamentari non sono state percepite come rilevanti da una gran parte dell’elettorato esasperato dagli scandali, dalle malversazioni, dalle arroganze dei politici. Il M5s ha incanalato una vera e propria rivolta morale prima ancora che politica. Per i pentastellati al posto dei soviet c’è la democrazia comunicativa sul web come specifica forma organizzativa della parte militante. Da far praticare a tutti in futuro in modo tale, secondo loro, che lo Stato possa essere diretto leninisticamente anche da una massaia. C’è però una contraddizione che i Cinquestelle hanno e che li sta mettendo in difficoltà dopo averne rappresentato una risorsa propagandistica (Beppe Grillo) fondamentale nella conquista elettorale. Una contraddizione che negli altri movimenti sovvertitori giacobini, comunardi o bolscevichi (quest’ultimi almeno fino all’avvento di Stalin) non conoscevano: i leader dovevano discutere e battagliare dentro organismi democratici dove a volte venivano messi in minoranza: uno valeva veramente uno. Non c’erano guru esterni che dettavano la linea.

Ma al di là delle utopie che, per l’appunto, accompagnano sempre i movimenti sovvertitori di incrostazioni sociali e/o politiche, una volta raggiunto lo status di rappresentanza politica i “rivoluzionari” debbono corrispondere alle aspettative di chi li ha votati o comunque dato loro un consenso.

In questi casi si pone sempre a costoro un hic Rhodus hic salta (Qui è Rodi, qui salta): come portare a casa risultati immediati senza rinunciare a quelli più strategici e perfino utopistici come il superamento, direbbe Gramsci, della pratica distinzione fra governanti e governati. Oppure, non sapendo districarsi politicamente, rimanere schiacciati e paralizzati dentro la prosaica scelta fra l’uovo e la gallina.

In tal caso, e ce ne sono già le avvisaglie, il M5s dopo aver conosciuto un boom che anche i più sordi hanno dovuto sentire spingendoli a mettersi in sintonia con la richiesta di cambiamento che ne è scaturita subirà altrettanto rapidamente un flop. Un riflusso dei delusi che, di solito e reazionariamente, riporta alla ribalta il vecchio contro cui ci si era scagliati aprendovi uno squarcio nel quale, purtroppo, non ci si è saputi infilare.

Parafrasando Gramsci potremmo dire che dietro il tremolio della casta politica si scorgono già le robuste e inquietanti casematte della revanche berlusconiana.

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