Musica da Camera dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia

Per la nuova stagione sinfonica all’Auditorium dopo l’ultimo concerto di Lonquich sarà la volta di Gil Shaham e Akira Eguchi
di Riccardo Faiella - 12 Novembre 2007
Va avanti la nuova stagione 2007-2008 di Musica da Camera all’Auditorium Parco della Musica di viale De Coubertin. Lo scorso 9 novembre è stata l’occasione per un gradito e prestigioso ritorno, il pianista Alexander Lonquich. 
Vincitore del Primo Premio al Concorso Casagrande dedicato a Schubert, il maestro tedesco ha suonato con grandi direttori d’orchestra tra cui Claudio Abbado, Kurt Sanderling, Heinz Holliger e, negli ultimi anni, con Isabelle van Keulen, Christian Tetzlaff, Joushua Bell e Frank Peter Zimmermann. In veste di direttore-solista, Lonquich collabora stabilmente con l’Orchestra da Camera di Mantova (con cui ha eseguito tutti i concerti per pianoforte di Mozart), nonché con l’Orchestra della Radio di Francoforte, la Royal Philarmonic Orchestra e la Deutsche Kammerphilharmonie. Venerdì Lonquich si è esibito, nella sala Sinopoli, con i fiati e gli archi dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia interpretando musiche di Martinů, Poulenc e Hindemith. 
L’apertura è stata dedicata a Bohuslav Martinů e alcune sue arie dell’Europa musicale degli anni venti. Martinů, nato in Cecoslovacchia nel 1890, si trasferì a 33 anni a Parigi dove conobbe Stravinskij. Nella capitale francese frequentò i poeti surrealisti entrando in contatto con le nuove tendenze della letteratura e dell’arte, ma anche con generi musicali diversi come cabaret, chanson e addirittura jazz. 

Primi quindici minuti, quindi, all’insegna del musicista cecoslovacco con La Revue de Cuisine per clarinetto, fagotto, tromba, violino, violoncello e pianoforte. La composizione narra un fantasioso intrigo amoroso vissuto in cucina, tra una pentola e un coperchio, che cedono ai corteggiamenti e alle adulazioni di una frusta da cucina e di un canovaccio, con la scopa a svolgere il ruolo di arbitro. Il lavoro, ideato per un balletto, è articolato in dieci numeri musicali dove è evidente l’influenza del jazz. Lonquich ha eseguito quattro movimenti. Nel movimento iniziale, Prologue (Allegretto), è stata eseguita una marcia scandita dagli accordi del pianoforte, dopo un vivace avvio con uno stacco di tromba, piena di rallentamenti e accelerazioni improvvise, sottolineati dai glissati degli archi, dalle acciaccature dei fiati e dalle grottesche progressioni del clarinetto. Il secondo movimento si è appoggiato a un Tango (Lento), avviato da un assolo di violoncello, che lascia poi il passo alla tromba e successivamente ad un Andante, con il fagotto spinto nel registro acuto, per poi richiudersi nuovamente sulla melodia lenta del violoncello. Nella coreografia del balletto corrispondeva, naturalmente, a una scena d’amore. Il terzo movimento è stato un energico Charleston, danza di gran moda negli anni venti, variato ad arte da Martinů con improvvisi rallentamenti, contrazioni ritmiche, spostamenti di accenti e imprevedibili modulazioni cromatiche. La Suite si è conclusa con un Finale (Allegretto) che riporta alla marcia iniziale. 

Nella seconda parte Lonquich ha inserito un’altra partitura del compositore cecoslovacco di Poliçka, un Sestetto per pianoforte e fiati (1929) eseguito da flauto, oboe, clarinetto, due fagotti e pianoforte. È una costruzione meno frammentaria rispetto a La Revue, non priva di squarci lirici, ma dove vi compaiono ancora elementi jazz anche se più elaborati e nascosti. Il lavoro, dalla scrittura leggera e brillante, è articolato in cinque movimenti: Prelude (Poco Andante-Poco Allegro), un morbido intreccio di fiati alternato con sezioni più appuntite e staccate; Adagio, contegno grave con la mesta melodia del clarinetto; Scherzo (I. Divertimento: Allegro vivo), per flauto e pianoforte, dal carattere saltellante, pieno di progressioni, trilli e ritmi sincopati; Blues (II. Divertimento), introdotto da una languida e cantabile melodia del fagotto che si staglia su un tappeto di figure mobilissime dei fiati. Il Sestetto si conclude con un Finale (Allegro-Poco vivo) dal carattere motorio e neobarocco. Anche questa Suite è durata circa quindici minuti. 
La seconda Suite della prima parte, durata circa diciotto minuti, è stata dedicata ad un Sestetto per pianoforte e fiati (flauto, oboe, clarinetto, corno, fagotto), composto nel 1932 dal francese Francis Poulenc. Sono tre movimenti: Allegro vivace, una pagina piena di spirito, frizzante, gremita di figure brevi, caustiche, dal suono secco, intrecciate in modo imprevedibile; Divertissement (Andantino), anche questa struttura tripartita con un movimento lento e una sezione più movimentata al centro, tipico esempio del linguaggio di Poulenc e del suo caratteristico mélange di tenera malinconia e di svagato umorismo; e il Finale (Prestissimo), un rondò introdotto da cinque bruschi accordi di tutti gli strumenti e da un disegno rapidissimo e accentato del corno. 
Un Trio per pianoforte, oboe e fagotto, sempre del compositore parigino, ha aperto la seconda parte (tredici minuti circa). Fu eseguito per la prima volta a Parigi, alla Salle des Agricolteurs, il 2 maggio 1926. «Amo molto il mio Trio perché suona con chiarezza ed è molto equilibrato […]», disse lo stesso Poulenc. Mentre Manuel De Falla, dedicatario della partitura, scrisse: «Il Trio – il mio Trio! – che attendevo con impazienza. Mi piace così tanto che appena possibile lo faremo eseguire a Siviglia…Grazie, grazie, mio caro amico, per la gioia che devo alla vostra musica e per la dedica di cui vado orgoglioso». Una breve Introduction lenta, con i suoi ammiccamenti all’ouverture à la française e le melodie zoppicanti del fagotto e dell’oboe, sfocia in un Presto brillante ed ironico, interrotto solo a metà da un episodio sognante; il successivo Andante, dolce e malinconico, è introdotto da un tema cantabile del pianoforte, insieme al quale l’oboe e il fagotto intrecciano un dialogo pieno di grazia e di malinconia, prima della conclusione affidata a un veloce Rondò basato su un tema pimpante e staccato. 
Il concerto del maestro Alexander Lonquich, con i Solisti dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, si è concluso sulle musiche del compositore tedesco Paul Hindemith, che tanto scandalizzò con le sue opere espressioniste “Mörder, Hoffnung der Frauen” (Assassino, speranza delle donne), Das Nusch-Nuschi e Sancta Susanna, intrise di crude vicende erotiche e di atti blasfemi. Un degno finale con la Kammermusik n.1 op. 24, con un organico poco ortodosso, più vicino al mondo del cabaret o del circo che a quello della sala da concerto, composto da un quartetto di fiati (flauto, clarinetto, fagotto e tromba), numerose percussioni, pianoforte, fisarmonica e un quintetto d’archi che suonano sempre insieme e che vengono usati, contrariamente alla prassi, come strumenti ritmici. È una musica basata sulla concatenazione di elementi autonomi, privi di ogni relazione strutturale tra di loro e fortemente connotati: un mix folle in cui si mescolano echi di Stravinskij e di Milhaud, rag-time e fox-trot, musiche dei cabaret berlinesi, frammenti jazz e musiche militari. Il movimento iniziale, Sehr schnell und wild (Molto veloce e selvaggio), introdotto da un tema urlato da flauto, clarinetto, fisarmonica e violoncello, fa poi emergere lo xilofono, prima di concludersi con uno spettacolare glissando di tutti gli strumenti; un motto rapido di tutto l’ensemble introduce il secondo movimento, Mässig Schnelle Halbe – Sehr strong im Rhythmus (Minime abbastanza veloci – Molto rigoroso il ritmo), una marcia dal tono militaresco, accentuato dall’uso idiomatico di tromba e tamburo, ma grottesca come una sfilata di clown e inframmezzata da alcune sezioni ovattate affidate al quartetto d’archi; il terzo movimento, Quartett: Sehr langsam und mit Ausdruck (Quartetto: Molto lento e con espressione), sebbene si tratti di un trio per flauto, clarinetto e fagotto solo punteggiato dal tintinnio del Glockenspiel, è un movimento insieme tenero e sinistro, dal carattere cantabile, anche se ogni melodia è contrappuntata da un controcanto. Tutti questi tre movimenti preparano il terreno al gran Finale (Lebhaft: vivace), intitolato enfaticamente 1921, che è il culmine della Kammermusik: un collage caustico, parodistico, sempre nervoso, di materiali differenti, il quartetto d’archi con sordina che crea un effetto di turbolenza, estese melodie cromatiche e cariche di tensione, interrotte da gesti violenti di tamburo, pianoforte e fisarmonica, che caricano il movimento di tensione fino a esplodere in un Furioso dominato dall’assolo virtuosistico dello xilofono e da un fox-trot intonato dalla tromba. Il culmine del parossismo si raggiunge nella sezione finale dove tutti questi materiali vengono come centrifugati in una stretta incalzante che culmina nell’urlo penetrante e sarcastico della sirena. Anche questa Suite finale è durata più o meno quindici minuti. Alla fine, visti i numerosi applausi, Lonquich ha concesso il bis. 

Il prossimo concerto si svolgerà venerdì prossimo 16 novembre, sempre alle ore 21 nella Sala Sinopoli. Ci sarà il grande violinista americano di origine israeliana Gil Shaham, che farà cantare il suo Stradivari del 1699 accompagnato da un artista dotato di grande maturità e intelligenza, Akira Eguchi, un pianista originario di Tokio ma radicato negli Stati Uniti. Il duo ha in programma  la Sonata n. 3 di Johannes Brahms, la Sonata Pimpante di Joaquim Rodrigo, le Danze spagnole e le Arie tzigane di Pablo Sarasate. Da solo Gil Shaham affronterà la Sonata n. 2 di Johann Sebastian Bach. 

Venerdì 16 ore 21 – Sala Sinopoli Auditorium Parco della Musica, viale De Coubertin-30 
Gil Shaham violino Akira Eguchi pianoforte Brahms Sonata n. 3 per violino e pianoforte Bach Sonata n. 2 BWW 1003 per violino solo Rodrigo Sonata pimpante Sarasate Danze spagnole: romanza andalusa, zapateado Sarasate Arie Tzigane 
Info 06 80 82 058 www.santacecilia.it

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