Categorie: Libri e letteratura

“Nelle insanguinate vicende del mio tempo…”

Recensione al libro "Volevo la luna" di Pietro Ingrao

Per un caso fortuito, nella primavera del 2004, andai a far visita a Pietro Ingrao che, all’insaputa di tutti, era ricoverato al terzo piano dell’ospedale Figlie di San Camillo, in via dell’Acqua Bullicante, amorevolmente assistito dalle figlie e protetto dalla curiosità grazie alla cortina di discrezione eretta dalle buone suore che gestiscono la struttura sanitaria.
Lo trovai molto provato nel fisico, debilitato dalle terapie imposte dai medici e, nel suo dialogare intorno alla storia del nostro territorio, potei notare lo sforzo e la fatica di ricordare fatti, persone, eventi legati alle sue frequentazioni di un tempo ormai lontano nei nostri quartieri della periferia sud-est della Capitale.
Mi sembrò del tutto normale in un uomo che, in quel periodo, aveva già raggiunto la bella età di 89 anni.
Tuttavia i lampi d’ironia, e alcune piacevoli battute offerte con disinvoltura durante la conversazione, mi fecero capire che, malgrado la malattia, non gli erano venuti meno né lucidità di riflessione né la sagacia nel giudicare i fatti e i personaggi dell’attualità.
Mai, comunque, avrei immaginato che, a distanza di due anni, il vecchio leone di Lenola sarebbe stato in grado di pubblicare un ponderoso volume (371 pagine) di memorie.

Un’autobiografia, dunque, questo libro dal titolo Volevo la luna, oppure “una semplice raccolta di frammenti”, legati tra loro da “… nessi ambigui, privi di una chiara chiave interpretativa”? Oppure un libro di storia, tendente a chiarire alcuni punti oscuri di una catena di eventi che formano “… le insanguinate vicende del mio tempo”?

Certamente non è un’autobiografia in senso pieno, perché esso inizia, è vero, con la nascita dell’”io narrante”, anzi addirittura con la storia della famiglia Ingrao a partire dal nonno, Francesco, mazziniano e garibaldino siciliano, emigrato nel basso Lazio nel 1868 e qui coniugato e trapiantato, ma il termine ad quem (vale a dire il momento conclusivo) è costituito dall’annus horribilis 1978: quello del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro e della conseguente sconfitta della strategia berlingueriana del “compromesso storico”.

Ingrao visse quella vicenda da un angolo visuale particolare: era Presidente della Camera, quindi uno dei massimi rappresentanti delle Istituzioni democratiche.
Nelle ultime pagine del libro l’autore si interroga se lo Stato, in quell’occasione, fece tutto il possibile per la salvezza di Moro. Interrogativi che rimangono senza risposta, ma che gli lasciano tanti dubbi ed amarezze.
L’anno successivo le elezioni politiche misero la parola fine all’effimera alleanza tra DC e PCI e Ingrao, da parte sua, scelse di dedicarsi agli studi sulla riforma dello Stato rifiutando di ricoprire un ruolo di primo piano tanto nelle Istituzioni quanto nel Partito.

C’è un’analogia tra la scelta di Ingrao di terminare le sue memorie con il 1978, e quella di Rossana Rossanda (vedi il volume “La ragazza del secolo scorso”, anch’esso pubblicato da Einaudi) di interrompere la sua narrazione al 1969, in coincidenza con l’espulsione dal PCI del gruppo del Manifesto.
Si tratta di due sconfitte, e in entrambi i casi ciò che viene sconfitto è un tentativo di rinnovamento: nel 1969 si trattava del PCI e della sinistra italiana in generale, nel 1978 la posta in gioco era rappresentata dallo Stato e dalle sue Istituzioni.

Tra l’altro la figura di Pietro Ingrao emerge anche nell’occasione della radiazione del Manifesto: tutti gli espulsi (Rossanda, Pintor, Natoli, Magri), infatti, erano “ingraiani”, si richiamavano al pensiero e all’opera del dirigente di Lenola.
Quale fu la posizione presa da quest’ultimo in quell’occasione? La descrive lo stesso autore a pag. 316 del suo libro: “… Ma sbagliai gravemente nello schierarmi: quando – giunti allo scontro in Comitato centrale – votai a favore della radiazione del gruppo del manifesto: e fu davvero un’azione assurda perché nulla mi costringeva a quel gesto di capitolazione e si può dire di tradimento verso quei miei antichi compagni di lotta”.

Non fu la prima azione assurda: nel corso della sua lunga vita (contrassegnata soprattutto dalla sua adesione, mai rinnegata, ad un ideale che, per molti versi, si è rivelato un’utopia), l’uomo e il politico Ingrao ebbe modo di commettere errori dei quali, poi, dovette pentirsi (accadde, ad esempio, nel 1956, quando non mancò di esprimere l’approvazione all’invasione sovietica dell’Ungheria).

Il fatto che egli, oggi, a 91 anni di età, possa serenamente esporli, analizzandone le cause e i risvolti, rappresenta indubbiamente un contributo straordinario alla comprensione di una vicenda, avente significato etico prima ancora che politico, che ha coinvolto, insieme a lui, centinaia di milioni di uomini; uomini che hanno creduto di poter cambiare il mondo con la forza dell’utopia, quell’utopia che si rivela – in un mondo sempre più unipolare e globalizzato ma in cui le distanze tra ricchi e poveri tendono ad aumentare – ancora ben lungi dall’estinguersi.

Pietro Ingrao, Volevo la luna, Einaudi, Torino 2006.

Le foto presenti su abitarearoma.it sono state in parte prese da Internet, e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo alla redazione che le rimuoverà.


Sostieni il nostro lavoro indipendente
Anche un piccolo contributo fa la differenza

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Scrivi un commento