Categorie: Libri e letteratura
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“Non avevo le parole” è in libreria

È un dialogo tra Marco (figlio) e Umberto (padre) residenti da oltre vent’anni al Casilino 23

Da poche settimane è in libreria il libro di Marco e Umberto Brancia, figlio e padre, abitanti da oltre vent’anni al Casilino 23, intitolato: “Non avevo le parole”. Sottotitolo: “Dialogo sulla malattia tra un padre e un figlio” (Città Aperta Edizioni, pp. 125, euro 10). E’ il racconto autobiografico, lucido ma toccante, di una dolorosa vicenda familiare. Le pagine del libro s’aprono con una lettera amorosa e sincera del padre Umberto al figlio Marco malato, e si chiudono con la coraggiosa riflessione di quest’ultimo sulla propria sofferenza psichica, le speranze e i sogni di vita. Il racconto infatti narra del dramma umano e sociale scoppiato dopo la nascita di Marco, oggi ventottenne, sottoposto fin dai primi mesi di vita (siamo nel 1979) a lunghi periodi di sofferenza e a conseguenti esami clinici e cure sanitarie, per debellare un male indecifrabile. Dopo gli incubi vissuti dai genitori a causa di due errate diagnosi da parte dei medici curanti, i quali prevedevano addirittura per il bambino poche o nulle speranze di vita (vere e proprie “sentenze di morte”, così sono definite nel libro), alla fine arriva la “terza sentenza”. L’ultima e definitiva diagnosi, che è stata anch’essa un’autentica mazzata anche per la famiglia: autismo. L’autismo, com’è noto, è il disagio mentale in cui si vive la separazione tra il vissuto soggettivo dell’individuo e la realtà esterna, dalla quale si perde contatto. Ciò causa il ripiegamento degli interessi affettivi verso l’interiorità. Anche i quadri di Modigliani (ricordate?), ritraggono volti senza occhi, proprio perché l’artista auspicava che l’essere umano nel suo rapportarsi al mondo dovesse guardarsi dentro di sé. Ma per Marco è stato diverso: non riusciva a comunicare col mondo (“guardava a bocca aperta le nuvole invece di guardare in faccia il suo interlocutore”, scrive il padre) proprio per definire meglio se stesso. Paura del mondo, insomma. Timore degli altri. Difficoltà a relazionarsi. Isolamento. Muto, come un pesce. In difficoltà come un pesce fuor d’acqua. Il mondo esterno non era il suo. Si immergeva nelle oscure ma tranquille profondità del mare.   “Non avevo le parole”, risponde, infatti, Marco al padre che, in un momento d’ansia vissuta per capire meglio la malattia di suo figlio, chiedeva con pudore la spiegazione del suo ostinato silenzio. Quelle parole che, come scrive lo stesso Marco nel libro “sono sempre dentro di lui”, e che, dopo grandi sforzi suoi, della sua famiglia e d’altre persone che l’hanno assistito in questi anni, è riuscito però a farle rifiorire. Li conosciamo i due autori del libro. Umberto è uno studioso. Scrive articoli su riviste. Il suo lavoro è recensire libri. E’ un curioso osservatore dei problemi sociali e politici. Di saldo orientamento democratico. Partecipe attento, infine, degli avvenimenti nel mondo e nel quartiere ove vive. Marco l’incontriamo spesso per strada ad accompagnare il suo cane “Spartaco”, magari mentre sosta nel giardinetto di via Balzani (Sesto municipio) a leggersi uno dei suoi amati libri. Ci salutiamo. Scambiamo qualche battuta e alcune impressioni sulle letture e sul lavoro. Ecco. Soprattutto sulla mancanza di un lavoro. Non lo dice, ma si capisce che è ovviamente uno dei suoi problemi principali, la sua attesa d’uomo adulto. Sentirsi utile per la società e per sé sarebbe, infatti, un’altra conquista sulla strada di quell’autonomia che sta faticosamente cercando. Soffre tuttora, lo scrive lui stesso nelle pagine del libro, dei momenti di noia nel non sapere che fare. Anche se, spinto pure dalla sua famiglia, riesce nel tempo a praticare qualche sport, a frequentare gli scout, ad intervenire alle riunioni della comunità cristiana di base di S. Paolo, a partecipare alla presentazione di libri di altri autori, a vedere buoni film. E a viaggiare, anche da solo, lui che da piccolo non riusciva neppure ad attraversare la strada di casa. Sogna d’andare in Spagna e a Praga. Paesi che ama particolarmente.   Ma, si chiederanno i nostri lettori, come è riuscita la famiglia (compresa la madre, Lorenza e un fratello, Giorgio) ad affrontare questo moderno “Calvario” cui si sottopongono tutte le famiglie che hanno malati psichici, ottenendo per giunta grossi risultati? La risposta ce la fornisce lo stesso Umberto, il padre, dalle pagine del suo racconto: “Di fronte alla malattia e al pericolo dell’emarginazione non servono pudori inutili. Si deve correre il rischio della parola, dell’impegno civile, sociale e umano”. Comunicare, quindi, è l’obiettivo fondamentale. Cioè “mettersi in comune” con il mondo esterno, con il quartiere, la vita quotidiana, per incontrare quindi la solidarietà e il calore umano di una comunità che rischia oggi di chiudersi cinicamente in sé. “Noi siamo un colloquio”, ha detto Holderlin. Per una persona sofferente psichicamente, comunicare è la vita stessa. Passato il primo momento, dunque, dopo la “terza sentenza” dei medici: “Autismo”, e dopo aver cercato di trovare i lumi e le risposte che potevano squarciare il buio che avvolgeva la vita di Marco attraverso la lettura e rilettura di libri “scientifici” (a casa dei Brancia i libri si trovano dappertutto), Umberto capisce che quelle erano ormai letture inutili, perdite di tempo. Si salva solo la lettura della “Fortezza vuota” di Bettelheim, la quale gli offre un briciolo di conoscenza in più. L’autore della lettera al figlio, arriva allora alla conclusione (leggiamo insieme) che “i libri non sostituiscono la vita, al massimo possono aiutare a capirne un frammento”. Ecco, quindi, che Umberto, con l’aiuto di una parente competente, decide di “inventarsi una pedagogia” per soccorrere il figlio, facendo leva proprio su quella realtà esterna che Marco evitava. La svolta è stata quella quindi di “costruirsi il tessuto delle relazioni di Marco col mondo”. Con la gente in carne e ossa, con i vicini di quartiere, con gli amici e i maestri di scuola elementare e medie, con la parrocchia, con i nonni, ecc.. Insomma, con chi poteva aiutarlo a ritrovare le parole e se stessi.   Noi che abbiamo visto il bellissimo film di Ermanno Olmi: “Cento chiodi”, non possiamo sfuggire alla tentazione di fare una similitudine tra il significato del gesto del protagonista del film e il contenuto della riflessione dell’autore di questa dolce lettera al figlio. L’attore di “Cento chiodi” è infatti un famoso accademico, professore di filosofia, che abbandona definitivamente la cattedra universitaria e la vita comoda inchiodando, appunto, in terra, come ultimo atto dimostrativo della sua radicale decisione, cento libri della biblioteca della facoltà. Tali libri sono infatti, a suo dire, quasi da crocifiggere perché intrisi di dogmatismo, di astrattezza, di assenza d’anima e, dunque, inutili. Decide allora d’immergersi nella vita reale e semplice (anche se scomoda) di una comunità umile del fiume Po. Ove, al contrario, il calore e la ricchezza dei rapporti umani di quel posto offrono una dimensione e un significato appagante (di vero amore) alla propria esistenza. Anche Umberto, crediamo noi, sembra voler inchiodare metaforicamente i suoi “Cento” libri di psicologia, ritenendo invece più utile aiutare il figlio a trovare da solo la forza, ad esempio, di “prendere un caffè con un amico”, che “vale più di tutti i libri del mondo”, come risponde il professore del film a chi lo stava rimproverando di quel gesto sacrilego.   Noi, in conclusione, rimandando alla lettura del bel libro, vogliamo ricordare ai nostri amici autori, anche in segno d’ incoraggiamento e d’augurio, un aforisma di Pablo Neruda: “Nascere non basta, è per rinascere che siamo nati”.  

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