

Intervista con la Professoressa Bianca Spadolini della cattedra di Pedagogia generale, responsabile del corso “Il clown nelle strutture socio-sanitarie”
Nell’anno accademico 2006-2007 sarà attivato il Master di primo livello “Il clown nelle strutture socio-sanitarie” all’Università di Roma 3, in via Ostiense. Il corso prevede un minimo di 20 e un massimo di 60 iscritti. La domanda di pre-iscrizione dovrà essere presentata entro il 24 novembre 2006. I titoli richiesti per l’accesso sono una laurea triennale, una laurea magistrale o un diploma di laurea (vecchio ordinamento) di qualsiasi tipo.
Il corso Post Laurea di comico-terapia, o gelotologia, vuole rispondere alla crescente domanda di una nuova figura professionale da parte di strutture per il recupero di soggetti con disagio psico-fisico e sociale. Infatti, recenti studi hanno evidenziato le proprietà terapeutiche delle emozioni positive. Il ridere accelera il processo di guarigione poiché agisce sul sistema immunitario rinforzandolo stimolando la produzione di beta-endorfine.
Abbiamo intervistato la responsabile del corso, la Prof.ssa Bianca Spadolini, docente di Pedagogia generale al Dipartimento di Scienze dell’Educazione di Roma 3. Da chi è partita l’iniziativa?
«Personalmente ho seguito tre anni questa figura professionale che è ormai consolidata in altri paesi europei, soprattutto in Olanda e Francia. Da noi ancora oggi non viene formata in luoghi istituzionali, ma in delle associazioni o cooperative. E proprio da una di queste strutture fui stimolata per preparare un corso di laurea triennale, in convenzione con medicina. Dopo contatti con docenti di medicina, docenti di psicologia e persone esperte sul piano giuridico, si è organizzato un convegno a Roma nel quale partecipò anche l’allora sottosegretario alla salute, l’onorevole Cesare Curzi. Purtroppo questa ferma volontà delle istituzioni universitarie e del mondo politico non trovò accoglienza nella gran parte delle associazioni. Questo perché dentro la figura professionale del comico-terapeuta convivono due diverse filosofie, due scuole completamente divergenti: quella di Chicago e quella di New York. Una scuola cura quasi esclusivamente l’aspetto clownesco e buffonesco; l’altra, invece, ritiene di dover dare una formazione che tenga conto, non solo dell’aspetto comico, ovvero essere capaci di far ridere, ma anche della parte socio-psico-antropo-medico della situazione. I luoghi, le persone e le fasce d’età cambiano e di conseguenza deve variare anche l’approccio. Poi c’è una questione molto importante da considerare: il momento. Non è sempre il momento giusto per far ridere. Bisogna avere le conoscenze, sapere e scegliere l’attimo più opportuno per stimolare, sollecitare la risata».
Quale delle due scuole si avvicina di più ai dettami del Dottor Patch Adams?
«Tutte e due derivano da Patch Adams; è lui che le ha create. Gli stessi suoi allievi si sono divisi. Il nostro corso curerà sia l’aspetto comico che quello scientifico. Avremo seminari e lezioni frontali, sia qui, al Dipartimento di Scienze dell’Educazione, che alla Facoltà di Scienze della Formazione. Nella teoria sono inserite discipline come psicologia, pedagogia, medicina psicosomatica, medicina psico-neuro-endocrino-immunologica e antropologia culturale. Per i laboratori, a cui dedicheremo molte ore suddivise tra il Laboratorio teatrale e presso l’Associazione “Homo Ridens” e la Federazione “Ridere per vivere”, avremo a disposizione tutti docenti con una certa esperienza pratica. Alcuni hanno operato a Kabul, in luoghi terribili sotto il profilo del recupero sanitario».
Quali sono gli sbocchi professionali di questa figura da voi formata?
«Il lavoro di Patch Adams si limita al settore ospedaliero. Per noi, invece, sono importanti anche altri ambienti sociali. Chi esce dal nostro corso potrà operare nelle carceri, nei centri anziani, nelle scuole, nelle ludoteche ed in strutture per il recupero dei tossicodipendenti. Portare il sorriso in questi luoghi è sempre positivo. Soprattutto adesso che sono diventati quasi dei ghetti. Gli anziani stanno tra di loro. Si è risolto il problema della strada per il bambino, ma non si è risolto il problema del bambino rinchiudendolo negli asili nido insieme ai suoi coetanei. Abbiamo creato delle fasce separate quando invece ci vorrebbero più aperture. Sicuramente questa figura professionale può contribuire a collegare le diverse generazioni e a portare un sorriso sul volto di queste persone che ne hanno tanto bisogno. Anche noi abbiamo la necessità di recuperare il piacere di ridere. Oggi siamo troppo seri, narcisisti ed egoisti; andiamo sempre di corsa; non abbiamo il tempo di approfondire nulla e passiamo la nostra giornata correndo da un luogo all’altro. E questa corsa continua ci ha fatto perdere l’aspetto ludico della vita, la parte gioiosa che c’è in noi. Quando noi diciamo che la vita è un gioco, diciamo una grande verità senza saperlo. Perché è vero: noi giochiamo continuamente, facciamo continue scelte come nei giochi. Le organizzazioni sociali nascono proprio dentro l’elemento ludico che l’uomo ha; e allora bisogna farlo riemergere.
Ecco! Questo è il mio sogno, la mia aspirazione: riconquistare l’aspetto ludico della vita per fermarci, catturare il tempo e ridere di ciò che facciamo».
Mentre lascio la gentilissima Prof.ssa Spadolini, ripenso a quelle parole colme di saggezza popolare della mia cara nonna: «La rabbia genera la bile; il riso fa buon sangue. Gente allegra, il ciel l’aiuta».
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