Pasolini a 42 anni dalla tragica scomparsa: un ricordo quasi personale

Le periferie, il linguaggio, la scrittura, il cinema dello sfortunato poeta della “stupenda e misera città”
Francesco Sirleto - 28 Ottobre 2017

I miei film consistono in una serie di inquadrature brevissime e ogni inquadratura ha un’origine lirico-figurativa, più che cinematografica. Ora, la folla delle mie brevissime inquadrature si riassume fantasticamente in questa immagine, in questa faccia, in questo primo piano di Franco Citti che cammina contro uno sfondo di sole. L’intuizione che questo fosse lo stilema base, lo stilema tipico dei miei film, l’ho avuta mentre giravo le sequenze di Accattone alla Borgata Gordiani …

(P. P. Pasolini, Diario al registratore, 3 maggio 1962).

 

In via Casilina, poco dopo la chiesa dei santi Marcellino e Pietro, si estende l’area verde di Villa De Santis – Parco Labicano, oggi frequentatissimo polmone verde degli abitanti dei quartieri di Torpignattara e di Casilino 23; esattamente sul lato opposto della congestionata strada consolare, vi era (adesso non c’è più) un distributore di benzina della Mobil, che tra i primi anni sessanta e la metà degli anni ottanta era gestito da un mio amico. Quando ero adolescente (parlo degli anni che vanno dal 1967 al 1971) per almeno due giorni a settimana, sabato e domenica, ero solito dare un aiuto a questo mio amico in qualità di “benzinaio” e lavavetri, tanto per guadagnarmi un po’ di lire che utilizzavo per l’acquisto di libri e per andare al cinema almeno due o tre volte a settimana.

Fu in quel distributore che, un giorno qualsiasi della torrida estate del 1968, si fermò, per fare rifornimento, l’Alfa Romeo 1300 coupé rossa di un signore magro con gli occhiali scuri. Un signore la cui faccia non mi pareva del tutto ignota. L’amico gestore mi informò che “quel signore”, che mi sembrava di conoscere, era il famoso regista e scrittore Pier Paolo Pasolini il quale, almeno una volta al mese, si fermava in quel distributore, ultima tappa prima di raggiungere il “pratone” di Centocelle, distante appena 500 metri dal distributore stesso. Quel “pratone” nel quale erano ad aspettarlo, per convegni che evidentemente non avevano alcunché di letterario, numerosi giovani del quartiere. Quel “pratone” che, alcuni anni dopo, doveva diventare lo scenario nel quale si svolge buona parte della vicenda narrata nel romanzo postumo Petrolio e che, oggigiorno, coincide con il purtroppo degradato Parco archeologico di Centocelle. Pasolini conosceva bene la zona, e da molti anni: si era seduto, per la prima volta, sulla scalinata che conduce all’ingresso della chiesa di san Marcellino, in una ventilata serata estiva del 1951.

Il giovane poeta, esule dall’amato Friuli da circa un anno e mezzo, aveva da poco trovato alloggio nella lontana borgata di Rebibbia e, quasi ogni sera, girava come un forsennato per i quartieri e le borgate di Roma est; così, quella famosa sera,  stanco per il molto camminare, si era fermato a riposare su quei gradini insieme ad un giovane imbianchino abitante in via della Marranella, tale Sergio Citti, conosciuto qualche ora prima nel cinema Impero, sito in via dell’Acqua Bullicante. Con Sergio Citti e da Sergio Citti, espressione della gioventù delle borgate romane del tempo (una gioventù prodotta da uno strano miscuglio di romanità e di meridionalità: calabresi, siciliani, abruzzesi, pugliesi, ecc.), Pasolini doveva apprendere non solo le problematiche sociali delle borgate da lui stesso definite “beduine” nelle Ceneri di Gramsci, ma anche e soprattutto il linguaggio. Un linguaggio per lui del tutto nuovo ma, evidentemente, talmente ricco di inflessioni e di valori espressivi da impadronirsene e farlo diventare la lingua dei suoi due grandi romanzi (Ragazzi di vita e Una vita violenta), nonché dei suoi primi e, a mio avviso, più riusciti film (Accattone, Mamma Roma, La ricotta).

Non posso dimenticare, in questo quasi personale ricordo, la trattoria “L’Aquila d’oro” situata a via Torpignattara, quasi all’incrocio con via Casilina. Una trattoria che inizia la sua attività già negli anni Trenta e che, se passate da quelle parti, vedrete oggi trasformata in un ristorante cinese. Dal 1951 al 1954, cioè fino a quando Pasolini non si trasferì a via Fonteiana, a Monteverde, quella trattoria fu da lui frequentata almeno una volta alla settimana. Un luogo dove, insieme a Sergio Citti, egli progredisce nel suo studio della nuova lingua, ne apprende tutto il patrimonio lessicale, le sue capacità polisemiche ed espressive, i modi di dire, i proverbi, le invettive ecc. Cresce così il suo bagaglio di conoscenze linguistiche e sociologiche, ma anche il numero di personaggi che, dopo essere stati commensali allo stesso tavolo nella medesima pizzeria, di lì a poco si trasformeranno nei protagonisti della sua opera narrativa e cinematografica (Riccetto, Tommasino, Accattone, Cartagine, Ettore, Mamma Roma, Stracci e tanti altri).

Si può dire che, in questi tre anni, così decisivi per la sua formazione, Pasolini, oltre ad esercitare il mestiere di docente precario a Ciampino e ad insegnare l’italiano ai ragazzi di quella scuola media, fu anche “scolaro”, uno scolaro attento e diligente, uno scolaro che non mancava mai di fare quotidianamente i compiti, prendendo appunti e ripassando quella nuova strana lingua che stava, con fatica ma anche con grande felicità, studiando.

Un altro luogo “pasoliniano” non distante da Torpignattara, è la Borgata Gordiani. Anzi, era la Borgata Gordiani, perché adesso non esiste più. Fu definitivamente demolita nel 1980 per ordine dell’allora sindaco di Roma, Luigi Petroselli, uno dei più grandi Sindaci che Roma abbia mai avuto. Ma negli anni Cinquanta era ancora viva e molto popolosa; è la borgata (una vera baraccopoli) descritta in Accattone in sequenze famose, come quella che ci mostra la lenta e dolente discesa di Franco Citti (fratello di Sergio), nei panni di Accattone, lungo via Formia; una discesa accompagnata dalle struggenti note e dal coro della Passione secondo Matteo di Bach; qualcosa che, ancora adesso, a rivederla e a risentirla, ti penetra nel cuore fino a farti uscire le lacrime per il dolore.

Infine, come non ricordare il Pigneto, meta di quella passeggiata di Accattone, e, in particolare, il bar Necci, in via Fanfulla da Lodi. Nel 1960 il bar era ancora così come era stato tirato su dal proprietario (nonno, tra l’altro, di una mia ex alunna nel liceo Benedetto da Norcia) nel 1927, una specie di baraccone di legno e lamiera, dove si consumavano grandi quantità di vino e si giocava a carte dalla mattina fino a tardissima sera. Nell’ottobre di quell’anno Pasolini, davanti a quel bar, dava il primo “ciak” alle riprese del suo primo film come regista. Ho ancora una fotografia che immortala quel momento; in questa fotografia si vede, accanto al regista, il suo aiuto, un ragazzo riccetto di appena vent’anni: si chiamava (si chiama tuttora) Bernardo Bertolucci, figlio dell’amico poeta di Pasolini, Attilio Bertolucci. Bernardo era destinato ad una splendida carriera di regista cinematografico, una carriera cominciata nella polverosa borgata del Pigneto, davanti ad un bar puzzolente. Esiste ancora il bar Necci; ma quello attuale non ha niente a che vedere con l’antico; è tutto bello, ristrutturato, di lusso; un aperitivo serale, nell’attuale bar Necci, vi costa mediamente dieci euro. Non ci sono più, a frequentarlo, i poveri Accattoni di un tempo, ma troverete, se ci andate, molti radical-chic, elementi fissi di un quartiere ormai “gentrificato”, rovinato dall’eterna ineluttabile movida notturna, un orinatoio a cielo aperto, con marciapiedi popolati da innumerevoli bottiglie vuote di birra e un’atmosfera ammorbata dal nauseante profumo sprigionato dalle “canne”.

Aldo Tozzetti

Proseguendo sul filo dei ricordi, vorrei poi accennare a quelle volte in cui, credo fosse nel 1973/74, incontrai Pasolini presso la sede del SUNIA nazionale, il sindacato che si occupava della lotta dei baraccati per una casa pulita e dignitosa. Ero diventato, dal 1973, una sorta di segretario di un personaggio a quel tempo molto famoso, vale a dire Aldo Tozzetti, soprannominato “l’angelo dei baraccati”, colui che aveva preso, fin dal 1956, il movimento romano di lotta per casa nelle sue mani e che lo stava conducendo, negli anni settanta, verso la realizzazione del suo obiettivo: la completa eliminazione delle baracche a Roma. Un personaggio e un movimento immortalati nelle migliaia di fotografie scattate dal celebre fotografo Rodrigo Pais. Pasolini, che conosceva il mondo e la realtà umana delle baracche, si incontrava spesso con Tozzetti, sia per avere notizie sulle vertenze e sulle conquiste del movimento, sia per offrire suggerimenti e contributi. Non bisogna dimenticare, infatti, che la lotta dei baraccati era seguita da tutto il mondo della cultura presente a Roma; un mondo che, periodicamente, si mobilitava per dare sostegno, anche materiale, al movimento. Pasolini era il principale organizzatore e animatore delle iniziative che il mondo della cultura metteva in campo per sostenere i baraccati. Voglio ricordare le mostre che, nel 1969 e nel 1971, i più famosi pittori italiani residenti a Roma (Guttuso, Vespignani, Attardi, Calabria, ecc.), organizzarono al fine di raccogliere, con la vendita dei quadri, fondi destinati al movimento.

In quegli incontri al Sunia nazionale, in via Messina n. 15, avveniva che s’incontrassero anche altri importanti personaggi, anch’essi in contatto con Pasolini, come ad esempio il sociologo Franco Ferrarotti e il prete dei baraccati dell’Acquedotto Felice, don Roberto Sardelli. Costui aveva fondato, ispirandosi alla scuola di Barbiana di don Milani, la cosiddetta Scuola 725, una scuola (situata nella baracca n. 725 dell’Acquedotto Felice), in cui don Sardelli insegnava, applicando metodi del tutto innovativi, ai figli dei baraccati, quei ragazzi che la scuola ufficiale discriminava ed escludeva e che, nella scuola 725, don Sardelli recuperava, mettendoli in condizione di presentarsi agli esami e di superarli a pieni voti. Tanto Sardelli quanto Pasolini, tra il 1973 e il 1975, quando cominciò a profilarsi lo smantellamento integrale delle baracche, attraverso l’assegnazione ai baraccati di case popolari, condividevano la medesima preoccupazione. Ambedue, infatti, paventavano che, una volta usciti dalle baracche e andati a vivere in palazzine di edilizia popolare, in quartieri spesso lontani dai borghetti originari, quel tessuto solidale e comunitario che aveva caratterizzato il mondo delle borgate, si sarebbe ben presto dissolto. Anche quei baraccati che erano cresciuti e si erano formati (soprattutto sul piano della coscienza morale e politica) nel vivo della lotta per la casa, sarebbero stati ben presto “omologati” dal mostro del consumismo e dai disvalori della società capitalistica. Forse, come diceva Pasolini, anche i “Ragazzi di vita” sarebbero diventati dei mostri come tutti gli altri. Il timore di Pasolini non era del tutto infondato; anch’egli, ben presto, precisamente nella notte tra il primo e il 2 novembre 1975, con la sua tragica e orribile fine, ne avrebbe fatto le spese.

Francesco Sirleto


Commenti

  Commenti: 2


  1. grazie bellissimi articoli !!!


  2. Articolo di grande interesse che lega una volta di più Pasolini al territorio del Municipio V. Grazie all’autore per aver condiviso il suo ricordo. Sarebbe bello e giusto celebrare la memoria di Pasolini che apprende il linguaggio dei suoi ragazzi di vita con una targa da apporre su via di Torpignattara, accanto all’ex trattoria “L’aquila d’oro”.

Commenti