

Sabato 15 marzo 2008 nella sua città natale. Una recensione del libro
Il libro "Passéte" di Francesco Granatiero (Edizioni Interlinea, Novara 2008, pp. 130, € 10) sarà presentato sabato 15 marzo 2008, ore 18, nell’accogliente sala dell’Hotel "Apeneste" di Mattinata (FG), immerso tra gli ulivi della ridente cittadina garganica.
Per l’occasione l’Hotel "Apeneste" offrirà ai cultori della poesia di Granatiero condizioni di vitto e alloggio particolarmente vantaggiose, che verranno rese note attraverso il sito www.mattinata.it.
La presentazione, organizzata dalla Pro Loco, dal Comune di Mattinata e dal Consorzio Matinum, verrà introdotta dal saluto di Domenico Cofano, ordinario di letteratura italiana presso l’Ateneo di Foggia, proseguirà con la relazione dello scrittore Sergio D’Amaro e si concluderà con l’intervento di Salvatore Ritrovato, professore di letteratura italiana presso l’Università di Urbino.
Alla manifestazione sarà presente Francesco Granatiero, che leggerà alcuni dei testi più significativi del libro.
____Pubblichiamo qui di seguito una recensione del libro di Teresa Maria Rauzino
“Passéte” di Francesco Granatiero: la maturità di un dialettale di grande valore
Il nuovo libro di Francesco Granatiero («La maturità di un dialettale di grande valore», recita la nota editoriale dell’ultima di copertina) è intitolato “Passéte”, parola dal duplice significato di "passata", cioè traccia, orma, usta, e di "passato", ossia memoria.
La intensa, penetrante e bellissima postfazione al libro porta la firma di Giovanni Tesio. Tesio con Franco Buffoni, Luciano Erba e Roberto Cicala forma il comitato editoriale della collana. Ma Tesio è anche lo scopritore, il massimo interprete e specialista convinto assertore, starei per dire testimone, della poesia di Granatiero. In effetti il noto critico, fin dal 1994, venne a Monte Sant’Angelo per parlare del poeta di Mattinata, in occasione dell’uscita del suo volumetto “Énece” (Nidiandolo), pubblicato da Campanotto con l’introduzione di Pietro Gibellini. Tesio venne allora sul Gargano – mi confida Granatiero – «per conoscere le mie tane grotte voragini (Cafúerchie irótte iréve)» e trovava conferma alla parola del poeta che gli additava ad una ad una per Sellino Cavola, sopra la necropoli di Monte Saraceno, tutte le piante che calpestava, pronunciandone il nome dialettale, quello comune e quello scientifico.
«Dalla lontananza (e dalla memoria) – dice a ragione Giovanni Tesio – Granatiero ha estratto le vibrazioni di un tempo bambino, l’asprezza e il mistero di un rituale arcaico, di fatica e di magia. Nel correlativo di un paesaggio di grotte e di dirupi ha incontrato ansia e segreto, solitudine e tremore. Crepacci, strapiombi, tane, antri, ricetti, caverne, voragini, inghiottitoi, che conservano gli arcani di una civiltà primordiale. La storia di un paesaggio drammatico e dolce, aspro e materno, cuoio duro di una terra di pietre e di radici, di muricce e di ulivi storti al vento. Tutto il contrario di un’arte come fuga dall’emozione personale».
“Passéte”, sebbene distinto in tre parti (La passéte, La bbèlla nóve, La mala nóve) – dice ancora il critico – «interpreta il suo statuto di opera non addizionale: ossia di libro, non di raccolta». La prima sezione insegue la traccia, apre uno scenario, annuncia e sviluppa una poetica: la fame di terra che prorompeva in “Scúerzele” (‘Fuqualite’, Terra di selci) diventa qui metamorfosi dell’uomo in ulivo, come nei sonetti di settenari ‘Cúrpe’ (Tronchi) e ‘Lu lèbbre’ (La lepre). La seconda riprende, in parte rielaborandola, la buona nuova, l’annuncio protratto della nascita della sorella Rosanna. La terza evoca la mala nuova della sua tragica morte, mirabilmente congiunta al dolore universale suscitato dallo Tsunami.
Nella poesia ‘in limine’ Granatiero dice: «Il cane che non trova / la traccia non prende caccia. / Chi non fiuta dietro // il cacherello della lepre / – dentro a ciò che è stato – / non è morto, non è mai nato» (La cacaròzze u lèbbre). Questi stessi versi sono dall’Editore posti in fondo al volume (dopo il sommario), quasi a sottolinearne una struttura a chiasmo.
Torna in “Passéte”, ancora e più insistente, la ‘vòuce annatavanne’, la «voce altrove» di “Scúerzele” (Spoglia), quella che «detta (ditta) tempi, ritmi, parole» di un fare poetico artigianalmente discreto, sorretto da un lavoro di scavo filologico e linguistico, che è sempre uno «scavare ‘dajindre’, ossia dentro di sé», un’archeologia della parola che è, prima di tutto – come evidenziato anche da Pietro Gibellini – «archeologia della psiche».
«Lo studio metrico o metricistico è consapevolezza di una probità poetica necessitante», – sottolinea Tesio – evidenziando le qualità particolari del verso di Granatiero, delle sue paronomasie e apofonie, delle sue rime «giocate con dissimulata variatio» nelle terzine del poemetto “La bbèlla nóve”, nelle quartine e nei sonetti di settenari, ora più frequenti (‘Veddecòuse’, Vitalba; ‘Jabbamínde’, Scherzetti; ‘Prescézza nzúnne’, Gioia in sogno; ‘Lu uéte’, Il guado; ‘L’arie’, L’aria).
Tesio parla, ancora, di corrispondenza perfetta di cosa e di parola. Corrispondenza che va oltre la caratteristica intrinseca del dialetto. Qui si tratta di esiti raggiunti – come lo stesso critico scrisse altrove – «in forza di studio e di memoria».
Libro denso, vivo, profondo, la cui parola è «ngènete che ce avvite / nd’a nnu libbre, nd’u nite / de ciappítte óu me sònne» («germoglio che si avvita in un libro, nel nido di scarabocchi dove sogno», ‘Ciappítte’, Scarabocchi), ma è anche vergogna per una colpa antica, per inquisizioni e imperialismi che oggi partoriscono follie integraliste: «Chi ce nzòure p’la mòrte / ce pigghie a ssecherdune, / ce sckande, ce schemmògghie… / ce scètte, vrevegnòuse, l’àneme / nd’u stírche de na cólepa andecòrie...» (Chi sposa la morte / ci prende di sorpresa, / ci scuote, ci spiazza… / ci getta, vergognosa, l’anima / nell’immondezzaio di una colpa antica…).
‘La passéte’ (l’usta) e ‘lu ppasséte’ (il passato) non sono che memoria, ma la memoria è tutto. Chiedetelo ai familiari di un malato di mente: «Sènza memòrie, píte / cíche, surde, sbauttune, / óu vé la vècchia vèdue?» (Senza memoria, piedi ciechi, sordi, vacillanti, dove va la vecchia vedova?, ‘La passéte’, L’orma).
Ma il passato è qui soprattutto dolore, come in ‘Sucuté’ (Inseguire): «Chi sucutèisce la passéte u lèbbre / è nu quéne che ce allécche la frite» (Chi insegue la pista della lepre / è un cane che si lecca la ferita).
Il ricordo degli asfodeli, però, anche se non li accendi, un poco ti scalda (‘Veluzze’, Asfodeli) e la chiocciolina «svavógghie» (sbavuglia), lustra d’acqua e di sole (‘Cambescènne’, Pascolando).
Il poemetto ‘La bbèlla nóve’, parte centrale del libro, fu già pubblicato in ‘Iréve’ (Voragine), nel 1995, quando la sorella del poeta era in vita, ma diventa qui non solo parte integrante, necessaria all’architettura del libro, bensì principio fondante, vitale, della sua ‘substantia’, in quanto – come lo stesso Tesio evidenzia – «tutto si tiene in una circolarità che resta radicata nell’intimità più profonda del dire poetico di Granatiero, fatta di calibri e richiami, di corrispondenze e citazioni interne» e il poemetto, che è la sezione più narrativa, ma non meno lirica, diventa qui il fulcro del «lirismo narrativo», l’occhio che si spalanca e illumina le altre due sezioni, forse più intense, compatte, dove lo scavare apre zone della psiche più oscure e dolorose.
La madre-basto e il padre-aratro; lo scorrere di luci e ombre, di assillanti ‘murèisce’ o fotogrammi; la confessione di strazianti scherzetti (Jabbamínde); il ricordo di gioie e privazioni, intessute di una sola rima o assonanza, dissimulata, in genere interna al verso, in “ ande o –anne”, come ‘Rosanne’, in ‘Cachille’ (Cachi); gli «occhi grandi» del bimbo dell’esodo iracheno in ‘Prescézza nzúnne’ (Gioia in sogno); l’invocazione a Virgilio, a Omero, a Dante e a san Francesco in ‘Cacaròzze’ (Cacherelli), perché aiutino il poeta a dire (e a lenire) lo strazio della tragica morte di ‘Bbèlle, tròppe bbèlle’ (Bella, troppo bella); la mala nuova di ‘L’arie’ (L’aria); la pena grande di ‘Nnanda l’úcchie’ (Davanti agli occhi); il timo, l’odore acerbo di memoria di ‘Tume tume’; il guado che divide il passato dal futuro e che si vorrebbe "traboccante" di cielo (Lu uéte); il niente e i porcellini di terra (Li purcedduzze); la seggiolina, la preghiera e l’attesa di una madre (La siggijòule); la sorella-corbello di vimini che si fa terra e germoglia in forma di rosa (La cruuèdde).
Poesia, poesia e ancora poesia. Granatiero coniuga la vicenda personale con le parole-cose della nostra terra, dilatando l’orizzonte della povera lingua garganica fino a comprendere l’universale.
Chiudo con Giovanni Tesio: «Nel segno della lepre – se vogliamo legare la soglia al congedo – non solo il poeta non è morto, ma non è mai stato così vivo».
Nota biobibliografica di Francesco Granatiero
Nato a Mattinata nel 1949, è medico di patologia clinica e vive a Torino. Dopo alcuni volumetti di poesia in lingua, tra cui “Stormire” (1974), si è rivolto al dialetto pubblicando: “All’acchjitte”, A riparo dal vento (Italscambi, Torino 1976), “U iréne”, Il grano (Edizioni di Mario dell’Arco, Roma 1983), “La préte de Bbacucche”, La pietra di Bacucco (Boetti, Mondovì 1986), “Énece”, Nidiandolo (Collezione di poeti dialettali diretta da Amedeo Giacomini, Franco Loi e Giovanni Tesio, Campanotto, Udine 1994), “Iréve”, Grava (patrocinio della Comunità Montana del Gargano, Grenzi, Foggia 1995), “L’endice la grava” (Foggia 1997), “Scúerzele”(Cofine, Roma 2002), “Bbommine”, Asfodeli/Bambino (Joker, Novi Ligure 2006), “Giargianese”, Poesia in altre lingue (Grenzi, Foggia 2007), “Passéte”, Passata/Passato (Interlinea, Novara 2008).
È presente in numerose antologie e storie di letteratura, come “Primavera della poesia in dialetto” di Mario dell’Arco (1979, 1980, 1981), “Le parole di legno” di Mario Chiesa e Giovanni Tesio (Mondadori 1983), “Le parole perdute” di Franco Brevini (Einaudi 1990), “Poesia dialettale dal Rinascimento a oggi” di Cesare Viviani e Giacinto Spagnoletti (Garzanti 1991), “Via terra” di Achille Serrao (Campanotto 1992 e, in edizione americana, Legas 1999), “Dialect Poetry of Southern Italy” di Luigi Bonaffini (Legas 1997), “Vuit Poetes (dialectals?) italians” di Ignazio Delogu (traduz. in catalano di Jordi Domènech, Sabadell 1998), “The Other Italy. The Literary Canon” in “Dialect” di Hermann W. Haller (University of Toronto Press 1999), “Le letterature dialettali” di Luigi Reina e Marcello Ravesi in “Storia della letteratura italiana” a c. di E. Malato (Salerno Editrice 2000).
Come studioso di dialetti ha pubblicato una “Grammatica del dialetto di Mattinata” (Foggia 1987), un “Dizionario del dialetto di Mattinata – Monte Sant’Angelo” (Foggia 1993), due dizionari di proverbi garganici (“Arcanüé ”, Foggia 2001 e “Rére ascennènne”, Grenzi, Foggia 2002), un profilo storico-linguistico-letterario dell’Apulia augustea a uso scolastico, dal titolo “La memoria delle parole” (Grenzi, Foggia 2003), alcuni saggi linguistici, tra cui uno, “Vestigia slave nel dialetto di Peschici”, appena uscito nell’opera collettiva del Centro Studi "Giuseppe Martella": “Chiesa e religiosità popolare a Peschici”, a cura di Liana Bertoldi Lenoci e Teresa Maria Rauzino (Edizioni Centro Grafico Francescano, Foggia 2008).
I suoi studi dialettologici sono utilizzati nei due volumi “I dialetti italiani” di Manlio Cortelazzo et alia (UTET 1998 e 2002). Di Francesco Granatiero è in corso di stampa, presso Grenzi, il “Vocabolario dei Dialetti Garganici”, un’opera di grande valorizzazione culturale del nostro territorio, che mette insieme il lessico dei 16 comuni del Promontorio, offrendo alla Puglia il secondo dizionario di area. Il primo (e unico) era stato finora il fondamentale “Vocabolario dei Dialetti Salentini” di Gerhard Rohlfs edito per la prima volta a Monaco di Baviera negli anni 1956-61.
Le foto presenti su abitarearoma.it sono state in parte prese da Internet, e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo alla redazione che le rimuoverà.