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Pensione ai parlamentari, la festa è finita

Fissata l’adozione di nuove regole dagli Uffici di presidenza della Camera

Chi si è sempre (e a ragione) indignato sull’entità degli stipendi dei parlamentari e sui loro scandalosi privilegi si metta il cuore in pace: lo scioglimento delle Camere non impedirà ai suoi membri di percepire ugualmente la pensione. Infatti, pagando i contributi residui, i parlamentari potranno riscattare il periodo mancante della legislatura e usufruire del vitalizio anche se non hanno raggiunto i “famosi” due anni e mezzo di mandato. Ma la “festa” ormai volge al termine perché dalla prossima legislatura entreranno in vigore le nuove regole dettate dagli Uffici di presidenza della Camera e volute fortemente da Bertinotti.

A cominciare proprio dall’abolizione della contribuzione volontaria, in modo da far coincidere i periodi di versamento con quelli di effettivo mandato. Inoltre, occorreranno 5 anni di attività e 65 anni di età per godere del vitalizio (60 anni per chi ha un’anzianità parlamentare di almeno dieci anni). La pensione del parlamentare (deputato o senatore che sia) scenderà dall’attuale 80% dell’indennità (oggi è pari a circa 14 mila euro) al 20% per chi ha fatto parte del Parlamento per 5 anni; del 40% per chi vanta un’anzianità di 10 anni e del 60% per chi ha all’attivo un minimo di tre legislature. A fare le spese di tali provvedimenti, varati dalle Camere appena sciolte nel luglio del 2007, saranno i nuovi inquilini di Palazzo Montecitorio e Palazzo Madama, non gli attuali parlamentari per i quali (giusto o no) valgono i diritti acquisiti.

Da segnalare che qualche piccolo taglio, nel frattempo, è divenuto operativo dal gennaio 2008.

Si tratta dei circa 3, 4 mila euro di cui ogni parlamentare poteva disporre per cosiddetti “viaggi di studio” e del divieto di cumulo del vitalizio con altre indennità extra parlamentari derivanti da incarichi di governo o presso istituzioni locali.

Doverosi piccoli passi che, tuttavia, non devono far distogliere l’attenzione dal problema di fondo: quello di avviare una più organica riforma istituzionale che porti alla riduzione del numero dei parlamentari e, magari, all’abolizione di una Camera, visto che il “bicameralismo perfetto” (uguali poteri di Camera e Senato), ha ormai mostrato tutti i suoi limiti.

Del resto l’idea “riduzionista” non è nuova, ogni volta riesumata attraverso i soliti proclami, da sinistra come da destra, quando la politica deve recuperare in credibilità. Ma questa demagogia di entrambi gli schieramenti non ha prodotto nulla di concreto se è vero che i cittadini italiani continuano ad eleggere (si fa per dire data l’attuale legge elettorale) 945 parlamentari per due Camere.

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