

Il debutto mercoledì 11 febbraio. Dal 20 le repliche proseguiranno al Teatro Quarticciolo
E’ la prima regia di Massimo Popolizio, uno degli attori cardine della nostra scena. Nasce dalla volontà di un altro artista, Michele Placido, direttore del “Tor Bella Monaca”. Che ha voluto affidare a un vero compagno di strada, innamorato del teatro, la realizzazione di un evento «capace di dare allo spazio in cui avviene una cifra precisa, di ribadire un’identità, di legarsi strettamente con il territorio sul quale e per il quale si forma».
Ploutos o della ricchezza, da Aristofane, nella riscrittura di Stefano Ricci e Gianni Forte (ebbene sì, gli stessi dei Cesaroni) debutta in “prima” nazionale assoluta, prodotto dal Teatro di Roma in collaborazione con la Biennale di Venezia, mercoledì prossimo 11 febbraio. Dal 20 febbraio, le repliche proseguiranno al Teatro Quarticciolo; il 24 febbraio l’approdo alla Biennale di Venezia. Il progetto è nato appositamente per quelli che a Roma si chiamano i Teatri di Cintura, sulla spinta di una precisa necessità: fare cultura dappertutto, non solo nelle sale del centro storico, chiamando alla sinergia il Comune, la Regione Lazio e l’Università.
«Popolizio continua Placido è molto noto come attore ronconiano. Luca Ronconi lo ha chiamato, sulla scena, a cose importanti. Io però l’ho apprezzato anche nel film Romanzo criminale, dove interpreta un personaggio della malavita romana con una pertinenza e una carnalità assolutamente speciali. Ho visto in lui la persona giusta per questo Aristofane in vernacolo, forse è meglio dire in gergo romanesco, che si crea nella periferia e coinvolge in prima persona la gente del posto».
Nello spettacolo lavorano infatti, assieme ad 11 professionisti, 20 attori presi dalla strada e i 40 componenti dell’indigena Banda Rustica, tutti ragazzi fra gli 9 e i 16 anni: «Popolizio ha un approccio, con il testo e con gli interpreti, di schietto stampo pasoliniano. Pasolini è riuscito, come nessun altro, a restituirci il sapore, i modi, i riti delle borgate. Qui, in tema di ricchezza e di disuguaglianza sociale, la sua lezione è assolutamente pertinente, assieme a quella dei fratelli Citti e mischiata con certe compromissioni linguistiche proprie del linguaggio attuale. Più alla lontana, c’entra anche il Gadda del Pasticciaccio brutto: Popolizio partecipò allo spettacolo che Ronconi trasse dal romanzo. Del resto, anche Ploutos è un vecchio progetto di Ronconi, che Massimo, con l’aiuto dei riscrittori, ha “stravolto” in base alle nostre necessità».
«Il dio Pluto – racconta Popolizio -, accecato da Zeus in modo che non possa distinguere i giusti dagli ingiusti, viene intercettato da un uomo e dal suo servo. I due decidono di provare a ridargli la vista in modo che le ricchezze possano essere distribuite a tutti. Ma nel momento in cui Pluto riacquista la vista, ecco apparire la povertà, che ammonisce il popolo: quando tutti diventeranno ricchi ci sarà la fine del mondo, perché nessuno vorrà più lavorare». Da qui, una comica apocalisse. I giovani che corteggiano le vecchie piene di soldi non si danno più da fare, essendosi a propria volta arricchiti. Gli avvocati perdono i clienti. Ermes in persona, ormai inutile come messaggero di offerte presso Zeus, cerca un buon portierato sulla Terra. Eccetera. Il mito e la contemporaneità si mischiano in un unicum volutamente spurio, fisico, allarmante. Dal testo antico rimesso in gioco emergono i grandi temi che ci agitano: «Sono la degenerazione politica, civile e culturale, in Aristofane attribuita al relativismo dei sofisti, oggi alimentata dalla barbarie di una tv cialtrona; e l’uso alchemico della fantasia che, mescolando tutte le forme del comico, ci restituisce uno degli esempi più straordinari di libertà di parola». Al di là di ogni moralismo, di ogni condanna specifica nei confronti della società borghese e perbenista. Ammettendo piuttosto che abbiamo definitivamente perduto ogni innocenza.
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