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Quant’è bello esse laziali…

I derby si vincono o si perdono, ma c’è una partita più grande e drammatica che il mondo Lazio sta giocando ora

Visto dalla sponda biancazzurra, il derby perso domenica finisce per mimetizzarsi dentro l’agitazione e la preoccupazione che serpeggiano tra noi, ormai da tempo.

Non perché perdere un derby ci sia diventato indifferente, quanto perché il peso specifico si è ridimensionato alla luce del momento che noi laziali stiamo vivendo. Tutt’al più è la fragolina – avvelenata – sopra una torta già acida e scaduta.

I derby si vincono o si perdono, ma c’è una partita più grande e drammatica che il mondo Lazio sta giocando ora, la cui durata e il cui esito non sono affatto scontati. Ne riparleremo ancora.

La partita in sé non ha riservato emozioni particolari, semmai ha confermato quel tatticismo prudenziale che è diventato d’obbligo per entrambe le squadre, soprattutto da qualche anno a questa parte: sarà l’episodio a determinare l’esito della partita, non il furore agonistico, né la supremazia tecnica: dalla stagione 2022/23 i derby sono stati particolarmente noiosi e sempre più giocati secondo l’obbligo di non perdere, piuttosto che sulla spinta della brama di vittoria.

Chi segna vince e si ritira come la marea: il pareggio diventa meno probabile e possibile solo per sorte avversa: decisamente più accettabile rispetto al rischio di essere recuperati sul tentativo di stravincere.

Perché il derby è il culmine del tifo e ai tifosi piace vincere: il bel gioco è l’aglietto triste, con cui ci si consola tra correligionari, il giorno dopo.

La Lazio è apparsa fin dall’inizio schierata secondo un preciso ordine tattico, volto al predominio quantistico del centrocampo: esemplare la scelta di Pedro e Dia, spesso, anche nella Lazio di Baroni, impiegati con il compito di aumentare la densità e riempire lo spazio tra il centrocampo e l’attacco.

Nella Lazio si apprezzano, quindi, raddoppi di marcatura, recuperi e schemi in velocità che la Roma subisce, lasciando a Koné l’onere di arginare: le fasce invece sono lasciate al predominio della Roma, secondo uno schema che spesso ritroviamo nei derby a cui Gasperini non si sottrae: lanci a pescare l’uomo in avanti e duello individuale.

È per quello che la Lazio della prima mezzora ci piace: ma Pedro, Zaccagni, Romagnoli di testa e Rovella involato che prende il tempo a Pellegrini, non sono cecchini. Lo sarà invece il solito Pellegrini che raccoglie da Soulé insacca da buona posizione, dopo il disastroso e inconcepibile errore di Tavares che tenta di marcare Rensch che gli ruggisce alle spalle, gli ruba la palla (e forse subisce pure un fallo in area). Il gol anestetizza la Lazio che dopo l’evanescente Dele Bashiru sostituito da Belahyane deve rinunciare anche a un malconcio Rovella, sostituirlo con Cataldi.

La cronaca dice che all’inizio della ripresa e sotto di un gol, la Lazio ha perso la sicumera del primo tempo, per cui retrocede il baricentro e consente alla Roma di avanzare, ma manca un tempo da giocare e un gol non è niente che non sia recuperabile. Sarri mette dentro Pellegrini e fuori Tavares a riflettere su come si gioca in serie A e soprattutto un derby e alla Lazio capita in sorte l’episodio che potrebbe riaprire la partita: Dià riceve da Cataldi una splendida imbucata e quello che per Dia doveva essere un sendero luminoso verso una gloria sempiterna si tramuta nel grande errore di avere paura di farne uno: palla sparata molto alta e respirone di sollievo della Sud: quante altre palle così gli potranno capitare alla Lazio?

In effetti alla Lazio ne capiteranno altre, anche interessanti, sui piedi di Castellanos che si libera benissimo in area e lambisce il palo a sinistra di Svilar e poi Cataldi che mira al sette e prende il palo con Svilar che segue sgomento la traiettoria. Ma non era giornata!

A ciò si aggiungano le espulsioni giuste di Belahyane e Guendouzi, addirittura fuori tempo, che lasceranno il centrocampo della Lazio completamente sguarnito nella partita contro il Genoa che dovrebbe rappresentare la prima ciambella di salvataggio di questa stagione maledetta.

L’errore di Tavares e l’irruenza di Belahyane e la vis polemica di Guendouzi sono, ognuno a suo modo, segnali di uno scollamento preoccupante: danno l’idea che ognuno risponda a se stesso, si lasci andare al proprio istinto, alla rabbia personale, alla giocata rischiosa, senza cognizione delle conseguenze nefaste per l’intera squadra.

Se questi atteggiamenti riflettono stati d’animo, è su questo, prima ancora che sulla tattica, che Sarri è chiamato a dimostrare la sua competenza e esperienza.

Se poi allarghiamo l’inquadratura e dal particolare passiamo al generale, vediamo tre punti dopo quattro giornate e una società che si rifugia dentro narrazioni grottesche: è l’essenza del lotitismo! Un approccio approssimativo, scadente, che si tenta di coprire con una comunicazione insolente, come tale infantile e offensiva.

E’ questo il clima in cui si è preparato questo derby: non l’eccitazione della stracittadina in cui si pregusta la presa in giro dell’amico giallorosso, ma il sottotono di chi quest’anno sente che la Lazio sta andando verso un inevitabile redde rationem.

Questo ormai lo sa pure Lotito, che ormai sente (come non potrebbe?) come l’ambiente gli sia sempre più ostile e una profonda insoddisfazione vada diffondendosi anche in quei settori che fin qui si sono mostrati più tolleranti.

Lotito sa di non avere a disposizione leve economiche, né capacità manageriali per cambiare la situazione, se non al prezzo di trasformare il suo ruolo: a meno che non decida, per soverchio orgoglio, che la macchina debba affondare come lui, con lui.

È questo il dubbio atroce che serpeggia in molti di noi.

Sembrano parole eccessive, fuori luogo, estreme, ma l’intero repertorio del Claudio Lotito-pensiero trapelato dalla telefonata bluff della scorsa settimana definisce in modo evidente la disperante condizione in cui la Lazio rischia di ritrovarsi

Nei confronti di tifosi mitici che sono corsi ad abbonarsi, che riempiono i settori ospiti in trasferta, nonostante tutto e che continuano a essere la principale entrata nel bilancio della Lazio il Senatore elargisce solo spocchia (… se sei un tifoso fai il tifoso… Hai i soldi? Se non li hai e il presidente sono io segui quello che faccio io…. se proprio volete, mettetevi le mani in tasca, tirate fuori i soldi e compratevi la società. Poi decidete voi cosa fare…) o minaccia (… il tifoso è autorizzato ad andare allo stadio, sempre che io voglia. Ma se mi si fate stalking io poi vi emetto il daspo…), il giudizio mai critico, anzi celebrativo del proprio operato (… fino ad adesso siamo la società più forte dal punto di vista economico che c’è sul mercato… non stiamo affondando, dove stanno i problemi? Ho pagato 50 milioni di stipendi ai giocatori…), l’attacco senza filtri a altre società (… la Roma, il Milan e l’Inter stanno in mezzo alla me*da…), l’allusione a sedicenti complotti (…la Lazio non ha problemi. Non li ha avuti neanche quest’anno, ma li hanno creati altri. E invece che attaccare loro ve la prendete con me…).

Quant’è bello esse laziali, me vojo mbriacà….

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