Ritorna sulle scene Il diario di Anne Frank

L’opera di Frances Goodrich e Albert Hackett al teatro Belli in Trastevere
Francesco Sirleto - 26 Gennaio 2020

“Non penso a tutta la miseria, ma alla bellezza che rimane ancora”

(Dal Diario di Anne Frank)

 

Venerdì 24 gennaio 2020, nel piccolo teatro Belli di Trastevere, è andata in scena la Prima de Il diario di Anne Frank, pièce realizzata dalla Compagnia Mauri Sturno in collaborazione con il teatro Belli di Antonio Salines, regia di Carlo Emilio Lerici.

La pièce, di Frances Goodrich e Albert Hackett (1956), è tratta ovviamente dal celebre Diario della giovanissima vittima della Shoah, l’ebrea tedesca Anne Frank (rifugiatasi fin dal 1934, insieme alla famiglia, ad Amsterdam in Olanda), e risale al 1956. Gli autori Goodrich e Hackett, tre anni dopo averlo portato in teatro, furono coinvolti, quali sceneggiatori, nella produzione del film Diario di Anne Frank, per la regia di George Stevens, interpretato da Millie Perkins (Anne) e la celebre Shelley Winters (signora Van Daan). Nel 1960 lo stesso film fu premiato con ben tre Oscar (tra cui quello destinato alla migliore attrice non protagonista: Shelley Winters), e altre cinque Nomination.

In Italia, da moltissimi anni, la pièce teatrale non veniva più rappresentata. La prima volta fu nel 1957, a cura della Compagnia dei Giovani di De Lullo e Valli; l’interprete di Anne era una giovanissima Annamaria Guarnieri. L’ultima volta fu nel 1977, a cura della Compagnia di Giulio Bosetti, che ne curava la regia e che aveva scelto, come interprete di Anne, la cantante Nada. L’occasione per il suo ritorno sui palcoscenici italiani è rappresentata, in parte, dal novantesimo anniversario della nascita dell’autrice del Diario, ma, soprattutto e a maggior ragione, dalle crescenti e inquietanti manifestazioni di antisemitismo che si verificano nei principali paesi d’Europa. A questo triste fenomeno fa da contraltare, purtroppo, la progressiva riduzione del numero dei sopravvissuti alla Shoah, nonché testimoni oculari della stessa.

Come si afferma nella locandina illustrativa: “Oggi questo spettacolo è rivolto soprattutto ai giovani, ed è necessario che mentre gli ultimi testimoni diretti muoiono, la memoria si sedimenti e prenda voce nelle nuove generazioni”.

Nella Prima, della quale siamo stati spettatori venerdì sera, durata ben due ore, erano presenti tra il pubblico, e fortunatamente, molti giovani, i quali si spera saranno seguiti, nei prossimi giorni, da numerose scolaresche formate da studenti medi e liceali delle scuole romane.

Anche perché questo spettacolo non ha soltanto un importante valore civile ed etico oltre che storico, ma è anche molto bello dal punto di vista artistico ed è validamente e con molto sentimento e impegno recitato da ottimi attori, a partire dal veterano Antonio Salines (ancora ci piace ricordarlo nel difficile ruolo di Smerdiakov, nella riduzione televisiva di Sandro Bolchi, 1970, de I fratelli Karamazov di F. Dostoijevskij) nella parte del padre di Anne, Otto, e dalla giovane e vivace interprete di Anne, Raffaella Alterio, autentica dominatrice della scena.

Questa messa in scena del Diario è occasione di alcune considerazioni, tanto di natura estetica quanto di carattere storico.

Innanzitutto il Diario, quello vero, cioè quello iniziato da una ragazzina ebrea di 13 anni, rinchiusa in una soffitta di Amsterdam per interi due anni (1942-1944), insieme alla sua famiglia e a quella dei Van Daan, e concluso il giorno prima della sua cattura (agosto 1944) e del suo trasporto nel lager di Auschwitz prima, di Bergen Belsen dopo (non sappiamo il giorno preciso della morte di Anne, ma fu sicuramente nel mese di febbraio 1945): si tratta di un autentico capolavoro, anche dal punto di vista letterario, un libro che tutti dovrebbero leggere, non soltanto i giovani. Ben vengano quindi le nuove e future edizioni dello stesso. Un’iniziativa buona e intelligente sarebbe, da parte del Ministero dell’Istruzione, dare una copia in regalo ad ogni studente delle medie e delle superiori.

In secondo luogo la vicenda e il destino di Anne e della sua famiglia – così come di centinaia di migliaia di altre famiglie ebree nei paesi occupate dalle armate hitleriane, e catturate a causa di delazioni da parte di persone non solo indifferenti ma anche desiderose di intascare le taglie che le autorità naziste promettevano a coloro che ne permettessero la cattura – richiama alla responsabilità dei cosiddetti “collaborazionisti” nei vari paesi  sottomessi al III Reich.

Il comportamento delle popolazioni civili, ma anche delle autorità imposte dai nazisti, non fu dappertutto eguale: vi furono differenze, a volte molto rilevanti: moltissimi aiutarono, nascosero, si prodigarono; molti altri, purtroppo, collaborarono.

Ad esempio nella Bulgaria governata da un governo filofascista, e alleata della Germania nazista nella guerra contro l’URSS, nessun ebreo bulgaro venne catturato e deportato nei lager: tanto il governo quanto la popolazione civile si opposero strenuamente alle richieste delle autorità naziste, costringendole a desistere. Esempi negativi furono invece tanto la Francia di Vichy, dove il governo di Petain e Laval collaborò attivamente nella caccia e nella cattura degli ebrei, quanto, su più larga scala, l’Olanda, il paese in cui, in teoria (considerate le sue tradizioni liberal-democratiche), doveva essere più forte la resistenza al nazismo.

In questo paese, dove vivevano 120.000 ebrei olandesi e ai quali, a causa delle leggi razziali tedesche, si aggiunsero altri 20.000 ebrei soprattutto tedeschi  (tra i quali la famiglia di Anne), vi fu un’ecatombe: gli ebrei massacrati nei campi furono addirittura 105.000, una percentuale di gran lunga maggiore rispetto a quella fatta registrare dall’Italia (qui, su 50.000 ebrei italiani, quelli deportati furono circa 9.000 e quelli che trovarono la morte nei campi circa 7.000, e questo senza voler attenuare in nessun modo le colpe dei collaborazionisti italiani). Il problema del collaborazionismo nei paesi soggetti alla dominazione nazista fu sollevato, per la prima volta, da Hannah Arendt nel suo libro La banalità del male (1965), ma, nonostante le molte ricerche dispiegate, è ancora ben lungi dall’essere esaurito.

Comunque, per ritornare alla pièce del teatro Belli, un plauso e un commosso ringraziamento alla Compagnia Mauri Sturno, ad Antonio Salines e a tutti i bravissimi attori che hanno prodotto questo evento, reso possibile anche dal contributo di diverse associazioni ed enti che fanno capo alla Comunità ebraica romana.

 

Francesco Sirleto


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