

Abitare A incontra la piccola comunità Kalderasha a fianco del parco omonimo nel Sesto Municipio
La “Città Eterna” trema. Uno spettro si aggira fuori delle sue tranquille mura: gli extracomunitari.
Non importa se si tratta, come nel caso del piccolo insediamento ai margini di Villa De Sanctis (Sesto municipio), di cittadini della Romania, dunque Comunitari.
I nuovi barbari sono alle porte della cittadella assediata, anzi già si mescolano alla sua gente e chiedono invano il diritto più universale riconosciuto dalle Carte dei Diritti dell’Umanità: l’accoglienza.
Come tali, l’unico sistema per rassicurare la Polis e le vacillanti certezze dei suoi abitanti è il solito: cacciarli fuori dei confini fisici e, soprattutto, mentali, della collettività integrata.
Per questo si raccolgono firme (domenica 11 gennaio) davanti la chiesa di S.Gerardo Maiella, come ha fatto (poco cristianamente, oseremmo dire) persino l’UDC che promette niente di meno che “battaglie di civiltà”; si stampano manifesti tra i partiti che fanno la gara della “tolleranza zero”; si convocano (mercoledì 21 gennaio) straordinari Consigli di Municipio aperti alla cittadinanza, presso il Casale Garibaldi, proprio a due passi dai luoghi incriminati; ecc….
A dispetto di tutti i luoghi comuni, noi cronisti, allora, siamo andati a incontrare lunedì 19 gennaio le prossime vittime del sospirato bisogno d’ordine, cioè questo nucleo di Rom che si accampa sotto il tetto di un vetusto manufatto nei pressi del parco, semplicemente per ascoltarli, per conoscerli come persone (clandestini o no, per noi è indifferente).
Ci accoglie (sì, ci accoglie) Sandro, circondato da molte donne e bambini, sorpresi e sorridenti, il quale ci racconta tra una baracca e l’altra, facendoci visitare persino la sua stanza, la loro condizione attuale (un letto, una bombola per riscaldarsi, una lampada alimentata dal generatore, un fornello per cucinare) e quella sperata nel prossimo futuro.
Da due anni e mezzo, ci dice, vivono in questo luogo. Si tratta di circa 45 persone in tutto, di cui pochi bambini (tutti scolarizzati, si badi) e 23 donne.
Provengono tutti dalla Romania, originari di un’unica etnia: i Kalderasha, dal rumeno calderas, ossia calderai.
Rom di religione cristiana ortodossa, che vantano una grande tradizione nella lavorazione del rame, abili artigiani, massacrati dagli ustascia o deportati nei campi di sterminio nazisti nel corso del secondo conflitto mondiale.
L’appartenenza ad un’unica etnia potrebbe già rassicurare gli abitanti della zona, in quanto tale condizione scongiura in partenza quei conflitti che, anche per amministratori poco accorti, in campi attrezzati in cui convivono etnie diverse ci siamo abituati a vedere. D’altronde, ciò che ci colpisce è proprio l’aria solidale e serena che si respira nella piccola comunità. Né Sandro, il nostro cicerone, lamenta discussioni o incomprensioni avvenute fuori del campo, tra loro e i residenti di Villa de Sanctis.
Una donna Rom ci fa presente che, semmai, se c’è un problema esso è rappresentato da alcuni giovani (non Rom) che la sera stazionano davanti all’ingresso del campo per bucarsi. Sandro poi ci assicura che qualcuno di loro parteciperà alla riunione municipale dove si parlerà del loro insediamento, perché intendono “stare in pace con tutti”, così vuole che scriviamo sul nostro notes d’appunti.
Al momento dell’incontro, erano le 16,30, più della metà erano ancora al lavoro: chi fa il benzinaio, chi il lavoratore dell’edilizia, chi l’uomo di fatica, ecc..
Insomma, i nostri vicini sono per lo più quelli che (non) vediamo la mattina sulla Palmiro Togliatti in attesa di essere comprati ad ore da vari caporali (ma, ciò, perché non ci indigna e non ci allarma)?
La comunità, così ci informa ancora Sandro, riceve sporadiche visite della Polizia o dei Vigili Urbani per essere censiti o per subire controlli vari. Più spesso, invece, sono i volontari della Comunità di S. Egidio a visitarli per assisterli con medicine, coperte, alimenti.
Alla domanda finale dei cronisti, cosa chiedete al mondo cosiddetto civile?, alcuni ci hanno risposto: “nulla, solo stare in pace”; altri:”vivere in un campo attrezzato”.
Rappresentano dunque un pericolo, una minaccia, una paura? A noi è parso di no.
I veri barbari, forse, sono dentro di noi. Quanto più, infatti, una civiltà si chiude e si difende, tanto meno ha qualcosa da difendere.
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