

Un gruppo di studenti ha deciso di dire basta. E lo ha fatto attraverso una petizione online per chiedere la fine dell’occupazione
All’alba di lunedì 7 ottobre il cortile del liceo Augusto si è riempito di striscioni, megafoni e cori. “Solidarietà alla Palestina”, “La scuola è nostra”, gridavano i ragazzi del collettivo.
Le porte dell’istituto si sono chiuse dietro di loro: iniziava così l’ennesima occupazione di questo autunno romano, quello che il movimento Osa – Opposizione Studentesca d’Alternativa chiama con orgoglio “uno tsunami”.
Ma mentre la marea cresceva – dal Rossellini al Cavour, dal Socrate al Plauto – dentro l’Augusto qualcosa si è incrinato.
Un gruppo di studenti ha deciso di dire basta. E lo ha fatto con le armi della parola: una petizione online per chiedere la fine dell’occupazione e il ritorno alle lezioni.
La lettera, pubblicata su Change.org, inizia senza giri di parole:
“Noi, studenti del liceo Augusto, vogliamo esprimere con fermezza la nostra opposizione all’occupazione in corso e dissociarci completamente da questa iniziativa, che riteniamo ingiusta, dannosa e poco democratica.”
Il testo scorre come un atto d’accusa contro chi – secondo i firmatari – avrebbe “imposto” la decisione a tutta la scuola.
“Non c’è stato un confronto vero e trasparente – scrivono – ma una scelta calata dall’alto da una minoranza del collettivo. Non è questo il modo di farsi ascoltare”.
E poi la precisazione, quasi un manifesto di metodo: “Non contestiamo la libertà di esprimere idee o di chiedere cambiamenti. Contestiamo che tutto questo avvenga senza ascoltare tutti”.

Dietro la protesta dei “contrari” c’è anche la paura di pagare un prezzo troppo alto. Ore di lezione che si accumulano, viaggi annullati, attività bloccate.
“Gli studenti delle quinte – scrivono – rischiano di compromettere la preparazione all’esame di maturità, un traguardo che dovrebbe unire, non dividere.”
Ma c’è anche qualcosa di più profondo: “Si deteriora il rapporto di fiducia tra studenti, docenti e dirigenza. Una scuola occupata è una scuola ferma, e una scuola ferma non insegna più.”
La fiammata, partita il 24 settembre dal Rossellini, si è propagata in tutta la città come una catena di fuochi: prima il Cavour e il Socrate, poi il Kant, il Tullio Levi-Civita, il Plinio Seniore, il Plauto e l’Enzo Rossi. Un’ondata che, secondo i collettivi, “ha un consenso di massa incredibile tra studenti, genitori e professori”.
Dietro le parole d’ordine – Palestina, diritto allo studio, caro affitti, crisi climatica – si intrecciano storie diverse, entusiasmi e contraddizioni.
Gli occupanti parlano di “partecipazione e solidarietà”, i detrattori di “caos e imposizione”.
All’Augusto le due anime del liceo convivono con fatica. Nei corridoi si discutono le modalità della protesta più che le sue ragioni.
C’è chi parla di un’occasione storica per ripensare la scuola pubblica e chi, invece, vede nell’occupazione “un gesto simbolico che però lascia macerie reali”.
Intanto Roma continua a svegliarsi tra striscioni e assemblee permanenti. Il collettivo Osa rivendica la forza del movimento: “Non è solo protesta, è partecipazione dal basso. Gli studenti stanno riprendendo parola.”
Eppure, tra le firme digitali che crescono sulla petizione dell’Augusto e le tende improvvisate nei cortili dei licei, si consuma un confronto generazionale e politico che va oltre i banchi di scuola.
Un dialogo difficile, fatto di voci che si sovrappongono. Alcune gridano slogan, altre chiedono silenzio per poter parlare. Tutte, in fondo, raccontano lo stesso bisogno: quello di essere ascoltati.
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