

La commercializzazione della “kill pill” riaccende i dubbi sui principi etici e sugli interessi politico-sociali che ruotano intorno l’interruzione di gravidanza
Nel pieno dell’estate, quando già tutti sono “mentalmente” in vacanza, i media si interessano della RU 486, esponendo le tesi diametralmente opposte di intellettuali, politici e qualche scienziato. Il dibattito sulla pillola abortiva non è recente in quanto l’assunzione del farmaco ha già prodotto vari decessi, ma a breve le donne italiane che desiderano interrompere la gravidanza potranno ricoverarsi per prendere la “kill pill” due volte: la prima pillola per uccidere la “cosa” ed in seguito una seconda pillola per liberarsi della “cosa”, il tutto nell’ospedale pubblico, entro la settima settimana di gestazione.
Anche se la comunità scientifica conferma che alla fine della sesta settimana l’embrione diventa “feto” con cuore, mani e piedi formati e genitali interni differenziati, oggi purtroppo è opinione comune che la donna ha il diritto di disporre del proprio corpo, ma ci si dimentica che il nascituro, anche se si sviluppa “nel” corpo della madre non coincide “col” corpo della madre ed ha la propria dignità esistenziale.
All’aspetto etico si aggiunge quello sanitario: il farmaco ha una scarsa tollerabilità sotto il profilo fisico e clinico, infatti vengono attestate da numerosi studi “emorragie, gravidanze non risolte, morti da shock settico e, nel migliore dei casi, il tonfo sordo dell’embrione nello scarico igienico dopo giorni di attesa” quindi più che il tempo “di una liberazione” sembra si parli di “un tempo di morte e basta” (cfr. La vera storia sulla pillola abortiva RU 486, di Cavoni e Sacchini, Edizioni Cantagalli).
Dobbiamo porci il problema, anche alla luce dei vari scandali della sanità, che la medicina non si comporti in modo meccanicistico considerando il paziente come materiale di lavoro, ma lo consideri innanzitutto come una persona.
Come si può parlare di “terapia”, quando l’obiettivo del farmaco non è la cura da una malattia, ma il porre fine ad una vita umana? Forse che la vita è da considerarsi malattia?
E ancora, come si può usare questo farmaco per abortire la vita in “sperimentazione”, quando la sperimentazione dovrebbe essere riservata ai casi estremi, nei quali l’alternativa è la morte?
Ma c’è anche un aspetto politico e sociale: forse siamo di fronte a lobbies pro aborto che diffondendo tale cultura, desiderano edulcorare il messaggio di dolore e sofferenza psichica a cui tutte le donne vanno incontro, facendo passare come semplice quella che è tra le più difficili e sofferte delle scelte, il più delle volte prese individualmente senza un confronto sincero con il partner o nelle migliori delle ipotesi guidate dal consiglio “amorevole” di amici e parenti.
Oggi più che mai dobbiamo incrementare occasioni di confronto su questi temi, ed urge riflettere su cosa voglia dire rivoluzionare il rapporto tra sessualità e procreazione, cercando però di non cadere nel bluff del “liberismo” in quanto una assolutizzazione della libertà porta alla violazione della libertà dell’altro (ad esempio quella del nascituro).
Maurizio Martinelli
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