Municipi:

Sanità, nel Lazio arrivano i primi 120 infermieri di famiglia: ecco cosa faranno

Iniziata allo Spallanzani la formazione dei professionisti che opereranno nelle Case della Comunità

Una popolazione sempre più anziana, una piramide demografica ormai rovesciata e l’aumento costante delle patologie croniche. È da questo scenario che nasce la necessità di una nuova figura capace di fare da ponte tra i cittadini e il sistema sanitario.

Nel Lazio il percorso è partito: i primi 120 infermieri di famiglia e di comunità, selezionati dalle Asl, sono pronti a entrare in servizio nei distretti sanitari, diventando un riferimento stabile per famiglie, anziani soli e caregiver.

L’infermiere di famiglia e comunità (IFeC) non è un professionista che aspetta il paziente dietro una scrivania. Al contrario, il suo compito è intercettare precocemente i bisogni di salute, accompagnare le persone nei percorsi di cura e prevenire il peggioramento delle condizioni cliniche.

Una presenza diffusa sul territorio, pensata per rafforzare quella sanità di prossimità che negli ultimi anni è diventata una priorità anche a livello nazionale.

Il raggio d’azione dell’IFeC si muove all’interno delle nuove strutture dell’assistenza territoriale: dalle Case della Comunità, destinate a diventare i veri hub sanitari di quartiere, alle Centrali Operative Territoriali (COT), dove si coordinano i servizi. Fino agli Ospedali di Comunità e alle Unità di Continuità Assistenziale, fondamentali nella gestione delle fasi post-acute o delle fragilità temporanee.

Una figura, dunque, trasversale e flessibile, che opera su tre livelli. C’è l’ambito ambulatoriale, con attività di monitoraggio e visite di routine; quello domiciliare, che prevede la valutazione dei bisogni direttamente a casa del paziente e la costruzione di un’assistenza personalizzata, coinvolgendo anche il volontariato e il privato sociale; e infine la dimensione comunitaria, con iniziative di educazione alla salute e prevenzione rivolte a interi quartieri o gruppi di popolazione.

Per Andrea Urbani, direttore della Sanità regionale, l’infermiere di famiglia è una figura “strategica”, soprattutto nella gestione della multimorbidità degli anziani che vivono soli. Un tassello fondamentale per evitare ricoveri impropri e migliorare la qualità della vita.

Sulla stessa linea Cristina Matranga, direttrice dell’Istituto Spallanzani, che ha evidenziato il ruolo centrale del Centro di formazione nel rafforzare l’assistenza territoriale e accompagnare il cambiamento del sistema sanitario.

Soddisfazione arriva anche dall’OPI, l’Ordine delle Professioni Infermieristiche. Il presidente Maurizio Zega, però, lancia un monito sui tempi: «La sanità territoriale è l’unica risposta possibile all’invecchiamento della popolazione. Bene l’avvio della formazione, ma dobbiamo accelerare: siamo quasi in ritardo rispetto alle necessità del futuro».

Le foto presenti su abitarearoma.it sono state in parte prese da Internet, e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo alla redazione che le rimuoverà.


Sostieni il nostro lavoro indipendente
Anche un piccolo contributo fa la differenza

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Scrivi un commento