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Scene e costumi di Damiani, de Nobili e Tosi

Tre grandi artisti del XX secolo, in mostra all'Accademia di Francia

1-Skutarevskij, Leonid Lonov, regia di Carlo Zagni 1950-51; 2- Bozzetto Traviata di Lila de Nobili; 3- Bozzetto di Piero Tosi per l’abito da ballo di Angelica ne Il Gattopardo  

L’Accademia di Francia a Roma, Villa Medici in viale Trinità dei Monti 1, il 26 gennaio ha inaugurato un’importante mostra che si potrà visitare fino al 2 aprile, dedicata a Luciano Damiani, Lila de Nobili e Piero Tosi, diretta da Richard Peduzzi e curata da Gioia Fiorella Mariani, François Regnault e Dino Trappetti.

La mostra è divisa in tre sezioni, una per ogni artista, e sottolinea i punti più significativi della loro arte che si sviluppò all’interno della storia della scenografia in Italia nella seconda metà del secolo XX. In alcuni giorni della settimana sono anche programmate proiezioni delle rappresentazioni alle quali gli artisti hanno prestato la loro opera.

Con questa esposizione si è voluto privilegiare la storia della scenografia teatrale che contemporaneamente rappresenta l’epopea del testo, dell’architettura e della pittura.
Si è potuto constatare come Piero Tosi e Lila de Nobili, facendo buon uso dell’eredità di una lunga tradizione dell’arte scenografica, hanno seguito con buon esito, il cammino indicato dagli uomini di teatro del Rinascimento e dell’epoca moderna.
Luciano Damiani, invece, conoscitore profondo di questa tradizione, ha saputo proporre un linguaggio drammatico personale. Per Piero Tosi sono importanti i volumi, riempie infatti il luogo teatrale di elementi decorativi per mettere in luce i limiti fisici.
I costumi così acquistano una grande importanza, riavvolgono i personaggi e riescono a farne apparire l’unicità: questo mutare continuo della scenografia colma i luoghi teatrali, sviluppando un’eccezionale identità visiva.

Lila de Nobili invece è sempre alla ricerca di un elemento che faccia da cornice, da supporto alla scena principale, per renderla più efficiente, più attraente e persuasiva. Le scenografie di Lila de Nobili incorniciano l’azione scenica in una scatola che è di sostegno all’azione degli attori, con la sua curata raffinatezza.
Il lavoro di Lila de Nobili si sviluppa in tre momenti. Negli anni Quaranta è impegnata come disegnatrice di moda, a fianco dello zio, per Vogue ed Hermès.
Nel 1947 inizia la sua collaborazione come scenografa con il regista Raymond Rouleau, collaborazione che durerà quasi trent’anni; ma anche altri nomi importanti del teatro europeo sono legati all’artista, come Luchino Visconti, Peter Hall e Franco Zeffirelli.
Nel 1963 alla Scala viene rappresentata l’Aida, regia di Franco Zeffirelli, con scene e costumi della de Nobili: affascinante scintillio dell’oro, il riflesso dell’acqua e della luna sul Nilo, è l’Egitto che tutti sognano; è una visione molto personale, neo-ottocentesca, letteraria e romantica.
La bellezza e la poesia sprigionate dalle sue tele dipinte, sono diventate leggendarie; i suoi costumi e le sue scenografie affascinavano, facevano palpitare il cuore.
All’inizio degli anni Settanta Lila abbandona la scena per dedicarsi solo alla pratica e all’insegnamento della pittura. La vediamo anche a fianco del pittore e scenografo greco Yannis Tsarouchis che si occupa dell’icona e più tardi segue dei corsi presso l’"Ecole de Peinture et de Decoration" di Bruxelles, per poi aprire il proprio atelier ai bambini del quartiere. Lila si ritira così definitivamente nella sua casa in Francia, fino al giorno della sua scomparsa, il 19 febbraio del 2002.
L’artista può essere considerata l’ultima grande rappresentante della tela dipinta a teatro dove è presente il gusto per la pittura spagnola del Seicento: Lila utilizza infatti un complesso alternarsi di riflessi, siano essi naturali frutto di luce vera, siano prodotti da specchi visibili e ridotti.
L’artista ha lasciato e trasmesso ai suoi assistenti e amici scenografi e costumisti, come Pierluigi Samaritani, Emilio Carcano, Cristine Edzardi, Claudie Gastine, Gioia Fiorella Mariani, Chloè Olensky e Jean Marie Simon, l’amore per quell’artigianato che si sviluppa e si trasforma in arte.

La vocazione artistica di Piero Tosi si fa strada prematuramente, i suoi primi disegni ritraggono i volti delle star che sono sulle copertine della rivista "Cinema" e seguono l’esempio del grande costumista Gino Sensani. Entra nell’Istituto d’Arte di Firenze, dove fa amicizia con Danilo Donati e Anna Anni e come loro frequenta l’Accademia delle Belle Arti. Durante questi anni fa incontri decisivi: Mauro Bolognini e Franco Zeffirelli, che lo accompagneranno durante tutta la sua carriera.
Nel 1940 diventa assistente di Maria de Matteis che a sua volta era stata assistente del maestro Gino Sensani e insieme lavorano nella commedia di Shakspeare, "Troilo e Clessidra", rappresentata a Firenze nei giardini di Boboli: spettacolo imponente e rimasto famoso nella storia del teatro, sotto la regia di Luchino Visconti.
Piero Tosi poi si unisce ad altre personalità del cinema come Federico Fellini e Pier Paolo Pasolini. Malgrado i ripetuti tentativi di registi cinematografici stranieri di grande levatura, quali Stanley Kubrick e Ingmar Bergman, la sua carriera si è sviluppata unicamente in Italia.
Tosi ama la filologia che nasce da un’esigenza di verità, perché egli dà vita alle sue creature attraverso la conoscenza della verità.
Nel disegnare scene e costumi per la "Locandiera" con la regia di Visconti, Tosi recupera una verità rintracciata nella pittura del Settecento, che ci ha tramandato l’immagine della società contemporanea. Il sarto Peruzzi fu costretto a confezionare per gli attori abiti e non costumi e così gli attori, non più marionette ma persone, poterono dar vita a sentimenti palpitanti.
Tosi ha dedicato la maggior parte del suo impegno professionale al cinema piuttosto che al palcoscenico perché, essendo un perfezionista, sull’immagine cinematografica può esercitare un controllo più sicuro, ma anche perché, essendo sempre dubbioso, la macchina da presa gli crea un momento limite, dopo il quale nulla può essere modificato.
Le scene collettive sono quelle dove la sua arte giganteggia: il cantiere di "Metello", il ballo del "Gattopardo", la spiaggia di "Morte a Venezia". La creazione del contesto è il terreno dove trionfano la sua prontezza, la sua intelligenza, la sua sensibilità.

Luciano Damiani a Milano, dagli studi con il pittore Giorgio Morandi all’università teatrale di Bologna, passa alla collaborazione con Giorgio Strheler e il Piccolo Teatro, e risale fino all’antichità per studiare da vicino la seduzione del Rinascimento. Valido ricercatore, scopritore di spazi e forme, resta affascinato da Vitruvio e si sofferma su Serlio e su tutti i grandi maestri che lo hanno preceduto, pittori, architetti, scultori e studiosi.
Grazie a questa sua cultura approfondita, all’intelligenza e al suo talento è riuscito a diventare un grandissimo inventore, ha aperto porte segrete sulla scena e ha dato un senso originale alla scenografia teatrale come era intesa in precedenza. Artista di grande modestia, capisce e vive dall’interno le forme e la luce ed esercita il suo lavoro da storico, filosofo ed esteta.
Buona parte della sua carriera si svolge a Milano, presso il Piccolo Teatro e dal ’67 inizia a firmare personalmente diverse regie teatrali e d’opera.
Negli anni Settanta collabora anche al rinnovamento del Teatro di Trieste e dal 1982 si dedica completamente al suo teatro, il Teatro dei Documenti.
Luciano Damiani ha dato inizio alla scenografia contemporanea ed è stato il primo in Italia a rivendicare l’autorità artistica del decoratore scenografo, ottenendo, conn l’attribuzione dei diritti d’autore, il riconoscimento ufficiale di questa professione.

Lila de Nobili, Luciano Damiani, Piero Tosi hanno un diverso modo di impadronirsi del palcoscenico, ma tutti fanno levare nel cielo dei teatri, colori, forme e idee nuove affascinanti.

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