

L’emergenza alloggiativa è ormai una piaga sociale, tra sfratti, affitti altissimi e uno Stato poco impegnato
Pochi soldi per l’edilizia popolare, immobili abbandonati, affitti alle stelle e l’ombra dello sfratto per morosità sempre dietro l’angolo.
La casa, oggi, lungi dall’essere l’immagine del primo rifugio materiale e spirituale dell’uomo, è invece il primo problema con cui avere a che fare: all’abitazione è legata la vita, quindi alla casa è legata la certezza del vivere. Che oggi è, per molti, più che un diritto è solo un’ipotesi.
Di chi è la colpa? In cima alla lista nera troviamo proprio i governanti (che in questi ultimo decennio si sono alternati per un numero quasi uguale di anni di governo) e a fissare pacificamente la loro responsabilità sono i dati: l’Italia spende 3 euro pro-capite all’anno per l’edilizia popolare, mentre la media europea è di 110 euro e nel caso della Germania la spesa ammonta a 215 euro l’anno. Se non fosse sufficiente, possiamo scorrere i dati relativi agli sfratti per morosità: la percentuale di chi non ce la fa a pagare l’affitto è salito dal 13% (di tutti gli sfratti del 1983) all’attuale 70%. Il problema è legato a doppio filo con un altro, ovvero quello dei canoni alti; in molti casi (e in molti altri è ancora più alta) le cifre da pagare per l’affitto di un immobile coprono ben il 50% del reddito percepito.
Certo la soluzione potrebbe essere semplice e immediata: i canoni sociali, moderati dallo Stato rispetto a quelli di mercato, per cercare di sollevare dal baratro le fasce di cittadini attanagliate dal problema. Ma anche qui l’analisi dei numeri sconforta: ogni cento alloggi meno di 5 sono a canone sociale e mentre la media europea è di 16.
Probabilmente le cause del problema sono da individuare anche nella privatizzazione del patrimonio pubblico e nella deregolamentazione del mercato delle locazioni. Un primo passo verso l’inversione della rotta si è avuto con la Finanziaria di quest’anno, che ha dirottato 550 milioni di euro verso l’edilizia sociale; ma la presa di coscienza deve essere ancora più profonda.
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Alcune proposte arrivano dalla Sinistra Arcobaleno: secondo la coalizione le misure da adottare sono anzitutto l’istituzione di commissioni prefettizie permanenti di graduazione degli sfratti, per consentire che siano eseguiti con il passaggio da casa a casa, e l’adozione di un piano abitativo pluriennale, triplicando l’offerta di alloggi a canoni sociali; ciò, secondo il programma della Sinistra Arcobaleno, non dovrà avvenire costruendo indiscriminatamente, ma attraverso l’uso e il recupero di tutto il patrimonio abitativo esistente, vedi gli immobili abbandonati.
Obiettivi che sono stati portati direttamente nelle case dei cittadini dal leader Fausto Bertinotti, che il 25 marzo a Roma, a bordo dell’autobus scoperto a due piani, ha visitato gli inquilini minacciati da sfratto e quelli che hanno iniziato l’autorecupero degli immobili. Proprio a questo proposito il candidato premier si è voluto soffermare su un concetto spesso attaccato, ma poche volte analizzato con obiettività: quello dell’occupazione delle case. "La presa diretta sulle situazioni reali produce uno scarto di conoscenza- ha affermato Bertinotti -, perchè un conto è sapere che ci sono gli sfratti, altro conto è guardare in faccia uomini e donne che li vivono. ‘Occupare’ è una parola di solidarietà e umanità che non deve far paura: un gesto non violento, perché in case vuote ci vanno delle persone e le case diventano migliori”.
Più rispetto, dunque, per chi soffre e cerca di sopravvivere; per chi deve fare i conti, tutti i giorni, con l’ipotesi dell’esistere.
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