Categorie: Libri e letteratura
Municipi:

Tutte storie vere, parola der Poeta Metropolitano

In un’intervista al nostro giornale, Giuseppe Mincuzzi racconta le sue poesie di borgata

Ogni forma d’arte che descrive il nostro vissuto ci colpisce maggiormente. Anche la poesia non sfugge a questa regola. E proprio per questo le prose di Giuseppe Mincuzzi, in arte Er Poeta Metropolitano, lasciano un segno nel cuore e nella mente di chi ascolta o legge le sue composizioni. 

Giuseppe, sono veramente tutte storie vere?

«Tutto ciò che io riporto in musica o in prosa – risponde Er Poeta Metropolitano – rappresenta fatti accaduti a me personalmente o a chi sta intorno. E anche quando parlo di tematiche internazionali prendo spunto da avvenimenti reali che mi hanno colpito. Non c’è niente di costruito. Qualche poeta compone su commissione; io scrivo solo quando è l’anima che me lo detta. E le mie poesie sono di tutti, perché ognuno ha sempre qualcosa da dire. Ricevo molte e-mail di persone che si riconoscono nei miei componimenti. Come, per esempio, con Cecilia, una poesia che narra la storia di una mia amica la quale, picchiata dal marito che aveva il vizio del gioco e del vino, ha avuto il coraggio di non aprirgli più la porta di casa, nonostante l’amasse molto». 

Allora Famme sogna’ di chi parla?

«Famme sogna’ – rivela Mincuzzi – è la storia di mio cognato. Lui ha trascorso tutta la sua adolescenza in collegio e all’età di sedici anni, tornato a casa, il compagno di sua madre non lo volle tra i piedi. Fu costretto, così, a vivere per strada. E per strada dopo un giorno, due giorni puzzi, sei sporco. Se vai a chiede de lavora’, nun te lo dà nessuno. Quando comincia a fa’ freddo vai a dormì dentro le macchine. Poi c’hai fame. Al quinto-sesto giorno se nun trovi niente e non c’hai er coraggio de chiede l’elemosina, perché ce vo’ coraggio, cominci a ruba’. Per cui s’è incattivito molto, anche perché il rifiuto della madre è stato bruttissimo: trovarsi per strada quando sai di avere una casa, è una cosa allucinante. Crescendo, dai piccoli furti è arrivato a grosse cose. È stato arrestato più volte finché, te la faccio breve perché con la storia de mi’ cognato se potrebbe fa’ un romanzo, prese quattro anni da scontare in un carcere punitivo in Sicilia, in mezzo a ergastolani mafiosi. In questi quattro anni, dato che fondamentalmente è un buono, ha deciso di tornare alla normalità; diceva: “Ma che stamo a scherzà!? Io me trovo così pe’ colpa dell’altri: pe’ la società, pe’ mi’ madre, eccetera”.
Quindi, uscito dal carcere ha cercato subito lavoro. Fece prima il buttafuori per Renato Zero, quando si esibiva al Tenda a Strisce e tu potevi anda’ dieci minuti prima dello spettacolo e trovavi posto. Fu lì che mia sorella, amante di Renato Zero, ha conosciuto lui. Si innamorarono e lei lo portò a casa. Mio padre all’inizio non l’accettò, perché mio cognato gli raccontò tutta la sua vita senza nascondere nulla. Successivamente trovò posto come manovale in una ditta che lavorava per un ospedale. Il proprietario della ditta ha trovato in lui una persona incredibile, tanto che fece in modo di farlo entrare fisso a lavorare in ospedale.
Mio padre alla fine lo ha accettato e oggi mio cognato è una persona onesta, gran lavoratore, ha tre figli. Ce l’ha fatta, perché qualcuno l’ha aiutato. E Famme sogna’ è il grido suo dal carcere, la speranza di una mano tesa, che poi lui ha trovato. La poesia finisce con una frase che io ho censurato, perché troppo forte, ma si capisce cosa volevo dire: “li sapienti e li saccenti diceveno ch’era ‘n pazzo, invece ce l’ha fatta, ‘ttaccateve…”.
Io spero che de queste storie ce ne siano tantissime altre. L’importante è trovare qualcuno che ti tenda una mano. E le persone brave ci sono. Io, per esempio, dopo tre anni di disoccupazione adesso lavoro all’ospedale San Pietro, sulla Cassia. E lì ho trovato delle persone fantastiche, come il mio collega Michele e gli angeli del reparto oncologico: Wilma, Manuela, il Professor Di Palma, la dottoressa Pavese, Michela e Antonietta. Sono persone eccezionali, hanno sempre il sorriso sulla bocca. Loro non hanno bisogno delle mie poesie». 

Tu hai cominciato a scrivere dopo la perdita del lavoro. Ti ha cambiato la poesia?

«La disoccupazione mi ha smosso una vena poetica che, probabilmente, avevo anche prima. E comunque la poesia m’ha cambiato il carattere. Una volta ero una spugna, me tenevo tutto dentro. Non avevo mezze misure. Adesso so’ più calmo e riflessivo. L’unico rammarico è avere iniziato tardi, perché pe’ diffonde’ il mio messaggio dovrei esibirmi tutte le sere. E quando hai famiglia e il giorno dopo devi anda’ a lavora’, nun ce la fai. Per questo ho preso contatti con un giovane gruppo rap di Serpentara-Talenti, Branco de Servaggi. Tutti pischelli de diciott’anni, che cantano in dialetto romano, quello d’adesso, come le mie poesie, non in romanesco; si vestono da covatti e parlano dei problemi reali, quelli della nostra città, non quelli delle metropoli americane. Loro hanno il tempo e la forza per esibirsi ogni notte in discoteca. Musicheranno le mie poesie. A settembre dovrebbero essere pronti un paio di pezzi. Per me sarebbe un sogno vederli interpretare È mejo la borgata e Rabbia Metropolitana. Un altro mio sogno sarebbe sentire Franco Califano recitare due mie poesie che io ho scritto pensando a lui: Cecilia e Finarmente libbero. Intanto, tempo fa mi ha contattato il figlio di Peppino Gagliardi, Massimiliano, un musicista affermato, che vorrebbe fare delle cose insieme a me. Sto ‘n contatto anche con Lando Fiorini. Ci sentiremo dopo l’estate perché attualmente, tra il lavoro, gli impegni artistici e dolori familiari grossi sono stanchissimo». 

A settembre ti attendono molti impegni.

«Non solo a settembre. Ad ottobre ricomincio ad esibirmi con Remo Remotti al Solea Club, a San Lorenzo. In quell’occasione arricchirò le mie esibizioni con dei travestimenti. Per esempio, mi presenterò vestito da barbone e legherò le mie poesie a dei monologhi.

Eppoi ho un altro importante progetto che vorrei si concretizzasse ovvero, pubblicare il mio secondo libro associandolo ad una mostra fotografica, con mie fotografie, più un’esibizione del mio gruppo, I POèSIA. Il tutto a scopi benefici. Spero nell’aiuto dell’XI Municipio: attualmente tutto il materiale è in visione a Carla Di Veroli, delegato all’Assessorato alle Politiche Culturali dell’undicesimo. Io spero che si possa realizzare qui, nel mio municipio, e magari anche in altri. Tra l’altro in questo mio secondo libro c’è una nuova poesia che ho dedicato a tutti i miei colleghi, dal titolo: ‘Ndo lavoro io. Naturalmente è un quadro dell’ospedale con l’odore della mensa, le chiacchiere del bar e il pianto di un ragazzo; con tutti i suoi contrasti, in cui dall’ostetricia, dove si lavora per la vita, si passa al reparto oncologico, dove si combatte per la morte». 

Sono appena tre anni che coltivi questa tua passione, ma hai già avuto delle soddisfazioni. Qual è stata la più grande fino adesso?

«Quando Fiamma Satta, conduttrice insieme a Fabio Visca de La Trave nell’occhio, su radio 2, ha inserito una mia poesia che parla del disagio mentale, Colori pastello, nel suo libro, Rose d’amore (Newton Compton Editori), un’antologia di 57 famose poesie collegate alla parola “rosa”. C’erano poesie di Goethe, di Totò, di Patrizia Cavalli, eccetera. Il giorno della presentazione del libro, San Valentino scorso, Fiamma mi invitò al Circolo Canottieri Aniene: incredibile, Er Poeta Metropolitano in mezzo a tanti personaggi famosi. C’era Mughini, Jacopo Volpi, che presentava, il direttore della Gazzetta dello Sport, Rodolfo Laganà, Fabrizio Frizzi, Margherita Buy, e tanti altri. Io sono andato vestito da poeta metropolitano, nun me fregava niente de la giacca e la cravatta. In questa presentazione alcuni personaggi noti, attori teatrali e cinematografici, dovevano leggere dieci poesie, delle cinquantasette che erano nel libro, le più rappresentative. Ad un certo punto Rodolfo Laganà è stato invitato sul palco per recitare la poesia di un famoso poeta metropolitano, Colori pastello, la mia poesia. Ti rendi conto? Fiamma ha voluto che io mi alzassi per prendere gli applausi di tutti i presenti. Me s’è accapponata la pelle. È stata la mia più grande emozione, una serata indimenticabile». 

Bravo Giuseppe, continua così. Facce sogna’.

Famme sognà

http://it.youtube.com/watch?v=wpv5Rt9kAb4

Le foto presenti su abitarearoma.it sono state in parte prese da Internet, e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo alla redazione che le rimuoverà.


Sostieni il nostro lavoro indipendente
Anche un piccolo contributo fa la differenza

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Scrivi un commento