“In nome della madre” di Erri De Luca (Feltrinelli Editore, Milano 2006) è la storia di una gravidanza, ma anche di una ribellione contro la legge, contro i pregiudizi. Una storia d’amore che vince contro le convenzioni e le tradizioni: una ragazzina ebrea, Miriam, rimane misteriosamente incinta. Il suo fidanzato, Josef, invece di denunciarla alle autorità e di farla lapidare, sfidando l’intera comunità la difende, prendendosi cura di lei e del nascituro.
“Nella nostra storia gli angeli hanno un normale corpo umano, non li distingui. Si sa che sono loro quando se ne vanno …”. E’ uno dei primi brani con i quali inizia “In nome della madre”, uno degli ultimi libri pubblicati da Erri De Luca, scrittore partenopeo che vanta un’incredibile bagaglio di conoscenze e di pubblicazioni in tema di letteratura ebraica e, segnatamente, biblica.
Il precedente testo del nostro autore, “Montedidio”, era una delicata fiaba ambientata a Napoli nell’immediato dopoguerra, con protagonista un ciabattino proveniente dall’Europa dell’Est e con il desiderio di raggiungere Gerusalemme, terra dei suoi avi.
Di ambientazione ebraica anche questo racconto, esile in apparenza, ma denso di significati, innanzitutto sociali: in una società arcaica, basata su un insieme di leggi (Numeri, Deuteronomio, Levitico, ecc.) che regolamentano perfino i dettagli più minuti della vita quotidiana dei suoi membri, una ragazza non sposata che rimane misteriosamente incinta, da non si sa chi, è esposta alla più barbara delle sanzioni. Il fidanzato può, anzi deve, trascinarla davanti alla comunità affinché sia lapidata: “Quando sarà che una giovane vergine fidanzata ad un uomo: e la troverà un uomo e giacerà con lei. E farete uscire loro due verso una porta della città, quella, e lapiderete loro con pietre e moriranno …”. Così la Legge della comunità. Non così Josef, fidanzato di Miriam, il quale prima cercherà di convincere la ragazza a simulare una violenza carnale da parte di uno sconosciuto (l’unico mezzo ammesso ufficialmente per evitare la lapidazione), poi, davanti al rifiuto ostinato di Miriam ad inscenare la finzione, sceglie di mettersi contro la Legge, la Tradizione e i pregiudizi. Josef riunisce la sua famiglia e dichiara che, nonostante la gravidanza, sposerà lo stesso Miriam alla data prevista di settembre, sotto la tenda, in modo che tutti possano vedere lo stato della ragazza. La figura di Josef emerge, in questo frangente, in tutta la sua grandezza morale: è un uomo che, animato dal grandissimo amore che prova per la povera Miriam, sceglie di ispirare la propria azione non alla Legge, bensì alla Coscienza, quella Coscienza che, anche fuori dalla sfera privata, gli impone, lui Ebreo, di rifiutare i lavori di falegnameria commissionati dai Romani, mettendo così in crisi le buone relazioni instaurate, con la minaccia delle armi, tra gli occupanti e i sottomessi.
Accanto alla Coscienza, Josef pone l’Amore; quando la fidanzata gli domanda se tutta la comunità, che non approva la loro condotta, sia nell’errore, Josef risponde: “Nessuno ha torto, Miriam. Il fatto è che tu sei la più speciale eccezione e loro non hanno cuore sufficiente per intenderla e giudicarla. E’ una faccenda che ha bisogno d’amore a prima vista, mentre loro s’ingarbugliano sui codici, le usanze. Per loro tu sei pietra d’inciampo, per me sei la pietra angolare da cui inizia la casa”. La figura di Josef ricorda quella di Antigone, nella tragedia sofoclea: sola contro la Legge, in nome di una Legge più profonda, non scritta ma inscritta nel cuore, nell’intimità, una sorta di fondamento ontologico di un’etica superiore, universale, al di là dello spazio e del tempo. E’ l’Amore che unisce Josef e Miriam, e costei e il nascituro Ieshu: bellissima e poetica la descrizione del parto; attimo dopo attimo si svolge un dialogo dolcissimo tra la partoriente e il bimbo che fuoriesce dal suo ventre; essi sono soli, il mondo esterno dilegua, essi sono l’intero mondo: “Ma finché dura la notte, finché la luce di una stella vagante è a picco su di noi, noi siamo i soli al mondo. Possiamo fare a meno di loro, anche di tuo padre Josef che è il migliore degli uomini. Pensa: noi usciamo di qui all’alba del giorno e fuori non esiste più nessuno, né città, né esseri umani. Pensa: noi siamo i soli al mondo. Che felicità sarebbe, nessun obbligo all’infuori di vivere. Finché dura la notte è così”. Ecco: l’essenza del racconto, anzi del poema che narra di una fanciulla che, all’improvviso, rimane incinta e perciò viene allontanata dalla sua comunità e, nonostante tutto, non cessa di amare il suo uomo e il figlio che sta per nascere, è tutta in queste parole: “… nessun obbligo all’infuori di vivere …”. Storia di Miriam: un semplice canto d’amore.
Avvertenza finale: nonostante qualche apparente similitudine, la storia narrata nel libro di Erri De Luca non è da confondersi con un altro celebre racconto, più o meno conosciuto in tutto il mondo.
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