“Why be extraordinary when you can be yourself?”

I ballerini di Daniel Ezralow in scena al Teatro Olimpico fino al 24 febbraio

Si è conclusa domenica 24 febbraio l’avventura dei ballerini del coreografo Daniel Ezralow al Teatro Olimpico (piazza Gentile da Fabriano), in scena a Roma su questo teatro dal giorno 12 dello stesso mese. Il debutto mondiale era avvenuto la corsa stagione al Teatro Ventaglio Smeraldo di Milano e, per il grande successo di pubblico e di critica riscosso, è tornato così con una tournée di diciotto settimane che li porterà ad esibirsi ancora sui palcoscenici delle principali città italiane.

Lo spettacolo, dal titolo-domanda “Why be extraordinary when you can be yourself?” è eloquente: perché dover essere per forza straordinari quando si può essere semplicemente se stessi? Perché cercare la straordinarietà quando abbiamo il nostro mondo e la nostra vita da vivere?

“Ricerca di se stessi. Rappresentare se stessi. Disimparare per riprogrammare la nostra vita. Perché la vita è un meraviglioso caleidoscopio di mille azioni semplici, normali, eppure assolutamente uniche, come è unico ciascuno di noi. È la nostra intrinseca unicità a renderci straordinari proprio nella ‘normale’ quotidianità. Non serve cercare di essere eccezionali, i migliori, gli insuperabili: lo siamo già! Solo che lo abbiamo dimenticato. E dal quotidiano nasce l’arte. Ogni espressione della vita è in sé una danza: ogni movimento, anche il più impercettibile dei sussulti può diventare esteticamente ‘bello’ semplicemente se guardato e riprodotto. La vita altro non è che lo scintillio di idee, sogni, progetti, realizzazioni, delusioni e conquiste che si affastellano nella nostra mente, nel nostro io” – sono queste le parole dello stesso Ezralow, che ci viene a spiegare le motivazioni del suo spettacolo. Sono motivazioni, se vogliamo, in un certo senso antiche: quando si decise di non considerare arte solamente la straordinarietà, ma di considerare straordinaria anche l’ordinarietà. Solo che abbiamo dimenticato di farlo, sempre di più, andando avanti. Abbiamo dimenticato di crederci.
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Lo spettacolo, mirabile dal punto di vista degli effetti scenici, speciali, di installazioni video, porta in scena tutto ciò che rende ogni persona viva su questa terra vera e unica: la follia, la gioia, il dolore, ma anche i gesti di ogni giorno, come spogliarsi o andare al lavoro, magari anche omologarsi agli altri, in un mondo che ci vuole sempre più succubi degli stereotipi che i media ci propinano, un mondo sempre più veloce dove non si può che correre. Un mondo in cui spesso e volentieri ci si combatte e vicenda. Viviamo insieme ai ballerini anche gli interni delle case e i loro abitanti, li guardiamo (spiamo?) attraverso le tendine delle loro finestre, osserviamo un ubriaco, una signora che fuma. Arriviamo a vedere anche la nascita dell’uomo, della creatura che impara a stare in piedi sulle sue stesse gambe. Esattamente come abbiamo “spiato” i ballerini nei minuti precedenti lo spettacolo, da telecamere dietro le quinte. Perché tutto è vita, e tutto è arte.

Ogni spettatore (forse perché è proprio lui il protagonista unico ed inimitabile dello spettacolo) si può rivedere rappresentato da Marcus Bellamy, Tyler Gilstrap, Santo Giuliano, Kristen Joseph, Irby, Roberta Miolla, Jessica Villotta, Katarzyna Skarpetowska, David Martinez, Geneva Jenkins, Bruno Centola… nei loro gesti, nelle situazioni in cui si trovano, nei loro sentimenti.

E, a concludere il tutto, un messaggio di positività totale: sulle note di “Beautiful Day” degli U2 una coreografia aperta, dal respiro profondo, che ci fa ringraziare (come anche la canzone di Alanis Morrisette aveva fatto, prima: “Thank you”) di essere vivi e semplicemente… noi stessi.

“Guarda. Ascolta. Pensa. Fai”, ama ripetere Ezralow ai suoi ballerini, “non nascondetevi dietro la vostra tecnica: la tecnica non è un fine, ma un mezzo per esprimere voi stessi”.

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