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“Woyzeck!” di Letizia Russo al Teatro Biblioteca Quarticcciolo 

In scena 12 e il 13 novembre. Regia Carmelo Alù con Marco Quaglia

Non sono ancora passati duecento anni dalla condanna e decapitazione di Johann Christian Woyzeck, avvenuta a Lipsia nel 1824 in seguito all’uccisione della donna con cui stava. Eppure quest’uomo è diventato ormai un nuovo mito del teatro occidentale, al pari di Antigone o di Macbeth. Büchner aveva ventiquattro anni quando scriveva il suo Woyzeck, ha cambiato il nome in Franz ma per il resto i fatti sono ispirati alla realtà. Quell’interesse nel buio ha generato un testo incompiuto che nell’ultimo secolo è stato sempre un caso artistico perché custode di un mito tragico: la società suggerisce il male al singolo per poi condannarlo e ucciderlo. Chi si è macchiato le mani di sangue, il singolo o la società? Chi uccide cosa?
L’autore muore e il dramma resta un insieme di frammenti disordinati e spesso incomprensibili.
Nonostante i frammenti confusi Woyzeck è una bocca spalancata che urla, una voce sgolata e asciutta. In fondo a quel grido c’è il pudore di chi non riesce a stare al mondo perché il mondo si è rivelato solamente un posto dove poter sudare, un pianeta sfibrato dove l’uomo alla fine è sempre un soldato che deve obbedire, con una luna dipinta al posto del sole e un figlio bastardo che piange perché ha fame. In occidente non esiste colpa senza una pena e non esiste inferno senza un corpo. I muscoli e le ossa diventano una compagnia insopportabile, Woyzeck è solo, non ha più trent’anni, è più vecchio adesso, il buio è cresciuto e il tempo passato lo ha abituato a sentire nella carne il dolore di esistere ancora, di dover fare ancora, di dover capire ancora, di dover ancora sudare. Woyzeck non è più una voce fuori dal coro. È lui stesso un coro ma la voce è sempre la sua. E tutte le volte che lui si rivela noi vediamo un uomo che ascolta, perché l’obbedienza è cieca ma non è mai sorda.

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