

Occorrono però: osservanza delle regole, ascolto dei ragazzi e comunicazione tra famiglie e scuola
Arginare il fenomeno “bullismo” si può: osservanza delle regole, ascolto dei ragazzi e comunicazione tra famiglie e scuola. Questa la ricetta condivisa dai cittadini di Settecamini in un caloroso dibattito tenuto presso l’Associazione culturale “Ritorno in formazione”.
Diciamo subito che prendersela coi più deboli e i “diversi”, come fanno i giovanissimi “bulli” del branco, è un fenomeno che non nasce oggi. Basta ricordare Pasolini, che, nelle “Lettere Luterane”, riferendosi a certi ragazzi delle borgate romane, scriveva: “Sanno raffinatamente come far soffrire i loro coetanei, meglio degli adulti. La loro volontà di far soffrire è gratuita”. La società, oggi, giustamente è allarmata dai ripetuti episodi di violenza che si consumano nelle aule scolastiche e nelle strade, ai danni di ragazzi indifesi, magari timidi, forse grassottelli o con le orecchie a sventola. Il recente episodio del ragazzo di Torino, costretto al suicidio in seguito alle vessazioni dei suoi “amici” perché accusato di (presunta) omosessualità, conferma che il livello di guardia è stato superato.
Come prevenire e arginare allora queste pericolose devianze? Come intervenire anche nei confronti del branco violento e, così, cercare di “liberare gli schiavi che si credono liberi”, come recita una bella poesia di Gianni Rodari, che sembra appropriata alla condizione dei giovani carnefici? A queste domande complesse hanno cercato di rispondere i partecipanti all’incontro promosso il 28 marzo 2008 a Settecamini presso i locali dell’Associazione “Ritorno in formazione”.
Due le relazioni degli esperti invitati a introdurre il tema: una di Luciana Santoro, dirigente scolastico di Via Casalbianco, l’altra di Antonio Lemma, psicologo psicoterapeuta. C’è da dire, intanto, che la pratica odiosa del bullismo non avviene solo tra i ragazzi. Basta accennare, per esempio, a simili fenomeni che avvengono tra i grandi: nelle caserme (“nonnismo”), o nei luoghi di lavoro (“mobbing).
Il bersaglio predestinato delle angherie e delle violenze di gruppo è sempre lo stesso: quello più debole o quello che non si integra col capo-branco (la recluta, nel primo caso, o il lavoratore che, magari, non rientra nei programmi di produttività e di performance dell’azienda, nel secondo caso).
D’altronde, a conferma che le responsabilità di atti gratuiti di vessazione non sono dei soli ragazzi, basta leggere le schede mediche degli psicologi, dalle quali si evince che il fenomeno del bullismo ha origine familiare, perché (così c’è scritto) “i figli replicano il modello genitoriale”.
Se, poi, trasferiamo la logica del bullismo su scala internazionale, quante guerre e genocidi (pulizie etniche, sterminio degli ebrei, ecc.), dobbiamo contare per dimostrare che, anche tra i grandi, è stato sempre facile scaricare sugli altri le proprie colpe o i propri fanatismi?
Agli oratori della manifestazione, non è dunque sfuggita l’estrema complessità del fenomeno, che tra l’altro interessa tutti gli strati sociali, e che è pure sintomatica della crisi della cosiddetta società post-moderna.
Ma quali possono essere le cause specifiche? Prime fra tutte, forse la principale, quella di una società che sembra non educare più ai sentimenti e alle emozioni. Molti giochi cretini a danno delle vittime, che si organizzano nei luoghi di incontro giovanili e nelle strade, sembrano infatti consumati come se i responsabili stessero giocando alla playstation. Come se ad essere colpiti dal furore del branco non fosse una persona, ma un pupazzo elettronico, virtuale, irreale. Per i bulli, forse, la loro vittima è veramente una sagoma elettronica che si muove a loro comando e che riproducono su you tube attraverso le foto dei telefonini.
Realtà o sogno si confondono. Questa è stata l’assurda percezione che, ad esempio, ha confessato di provare una degli accusati del delitto di Perugia nel raccontare i fatti delittuosi davanti agli inquirenti. I loro confini oggi, grazie anche al ruolo della tecnica, sembrano non esistere più, insieme a quelli tra possibile e impossibile. Niente oggi sembra, infatti, impossibile. Una società, la nostra, insomma, dove sembra sparito persino il concetto di limite. In tutto, persone e sentimenti compresi, non solo in quello dei consumi.
“Analfabetismo affettivo”, “impedimento sistematico alla vita di relazione”, sono alcune definizioni delle cause del bullismo che il relatore psicologo intervenuto ha proposto al pubblico; oppure: “Analfabetismo emozionale” e “desertificazione della vita interiore”, come invece le ha definite il filosofo Umberto Galimberti, nei suoi ultimi interventi scritti e parlati su stampa e tv riferendosi allo stesso problema.
L’altra domanda, quella più pressante, che si è posto l’auditorio e i relatori di Settecamini, è stata: cosa possiamo fare, genitori, scuola, educatori, per arginare e prevenire il bullismo?
Le risposte non si sono fatte attendere, soprattutto grazie alla esauriente introduzione ai lavori della direttrice scolastica. La prima risposta: educare al rispetto delle regole condivise; la seconda: lo stare vicino e (soprattutto) ascoltare i propri figli, in ogni manifestazione del disagio o del comportamento deviante, anche piccole (inappetenza, paura di andare a scuola, svogliatezza negli studi, tendenza a non socializzare coi coetanei, aggressività anche in famiglia, ecc.).
La terza: educare e prevenire i comportamenti incivili, dialogando coi ragazzi, senza assumere atteggiamenti esclusivamente repressivi; l’ultima, la più decisiva: comunicare in famiglia e fuori, con gli insegnanti e la scuola, insomma: “Lavorare in rete, sviluppando tra questi soggetti le capacità relazionali e umane”, come ha ribadito lo psicologo Lemma.
Ma, in particolare, ha asserito la direttrice scolastica nella relazione: “occorre formare gli insegnanti a nuove strategie didattiche” per ciò che riguarda pure l’aspetto della crescita professionale dei docenti, che non può essere, appunto, solo quello di insegnare, ma soprattutto quello di “motivare lo studente agli studi”.
Sconfiggere il bullismo, vogliamo così concludere noi, è come sconfiggere il senso di disorientamento morale e il nichilismo che rischiano di minare la nostra democrazia. Lavoro lungo e faticoso, quello che ci attende, anche perché, per citare Sofocle (Antigone): “molte sono le cose inquietanti, ma nessuna lo è più dell’uomo”.
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