

Il colore dei sogni nei quadri del pittore Ivan Jakhnagiev
E’ stato un bel pomeriggio quello trascorso con Ivan Jakhnagiev, artista bulgaro nato a Sofia nel 1948, attualmente uno dei maggiori artisti contemporanei bulgari. Lo incontro nella piccola galleria d’arte del figlio Alexander in via Ostilia 41, dietro al Colosseo, in una calda giornata di Luglio. Da subito capisco che quella non sarà una solita intervista, tradizionale, dove arrivo con delle domande precise in mente per interrogare l’artista. Niente botta e risposta, Ivan non ama dare delle definizioni standard della sua esperienza artistica; lui vuole parlare, spiegarmi, discutere della sua vita e della sua arte; ama raccontare come la sua devozione alla pittura sia stata, fin dall’inizio, un bisogno manifestatosi piano piano, un percorso dettato da un bisogno vitale. Mi fa capire che la pittura per lui non è una professione bensì il suo modo di essere, di esprimersi e di comunicare.
Quando gli chiedo di raccontarmi come e quando ha iniziato a dipingere mi guarda ed alza le spalle con un sorriso che gli illumina i profondi occhi azzurri, come per dirmi che è difficile stabilire una data di inizio del suo percorso artistico. Mi racconta che viene da una famiglia di artigiani: sua madre ricamava e suo padre faceva borse di pelle colorate. Comincia a dipingere all’età di 20 anni, ma per 4-5 anni il suo lavoro sarà un altro, farà il pugile. Si dedica alla boxe fino al momento in cui capisce che quella non è la sua strada. Dà un taglio netto, butta molti trofei vinti in quegli anni e si iscrive alla locale Accademia di Belle Arti di Sofia dove studierà per sei anni.
Dopo questo periodo di formazione si dedicherà all’arte astratta; una scelta difficile, di rottura, in un paese ligio alle ferree leggi del realismo socialista.
«Sono stati anni di grandi difficoltà – conferma Alexander, suo figlio, che partecipa alla nostra chiacchierata aiutando di tanto in tanto il padre nella traduzione in italiano – Era visto come un oppositore, non era facile per lui fare mostre; per comprare colori, tele e cornici bisognava avere una ricevuta dell’Unione degli artisti, così finiva per dipingere sul legno o mescolare ai colori altri materiali».
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Ma nella metà degli anni ottanta l’atmosfera cambia. Ivan riesce a far filtrare la sua opera fuori dai confini e comincia ad esporre a Bruxelles, Amsterdam e Berlino. Con la caduta del muro, si spalancano anche le porte della sua città ed è in questo periodo che scopre un modo di fare arte già in voga in occidente: la body-art, ovvero quel dipingere corpi femminili che fa scandalo e che occuperà le prime pagine dei giornali quando, grazie a Ivan, arriverà anche in Bulgaria. E’ un grande chock mi dice Alexander, un vero scandalo.
La body-art, un’arte di rottura che utilizza il corpo come luogo del segno artistico, dove il corpo diventa protagonista assoluto, soggetto e oggetto dell’espressione artistica, si diffonde a partire dal 1968. Immediatamente creò grande scompiglio, poiché era contro ogni regola di buon costume, e presto si guadagnò la nomea di arte trasgressiva ed estrema.
Ho avuto modo di osservare Ivan Jakhnagiev in una performance di body-art durante l’inaugurazione della sua personale, il 5 Luglio 2007 alla galleria Tartaglia Arte, a Roma. Seguire attentamente dietro l’obiettivo della mia macchina fotografica i movimenti lenti ed attenti di Ivan intorno alla sua modella, in mezzo ai suoi colori sparsi al suolo è stato entusiasmante e mi ha permesso di comprendere a fondo il suo personale approccio alla body-art, mosso da un reale bisogno di confrontarsi con la materia viva. Egli realizza sul corpo della modella un quadro effimero, che vive nel breve tempo in cui l’artista interpreta la pelle della sua musa, che vive e cambia continuamente sotto strati di colore sempre nuovi. E’ un atto di pura interpretazione, dialogo e traduzione delle sensazioni che la pelle trasmette in quel momento.
Come mi spiega lo stesso Ivan “non c’è quadro”, è un atto di trasformazione da godere in quel preciso istante perché non è eterno.
«E’ un po’ come il rito del trucco per le donne – mi dice – alle donne piace molto vedere una nuova figura di se stesse, assistere ad una trasformazione del loro volto».
E la sua body-art è così, un atto di trasformazione alla ricerca dell’identità.
E’ questa intima ricerca sulla profondità del colore e sulla leggerezza delle forme che Ivan persegue da oltre 30 anni. Questo mondo evanescente, ricco di forme che generano altre forme, lo si riconosce, oltre che nel suo modo di fare body-art, anche nei suoi quadri. Un’esplosione di colori e linee delicate che si rincorrono in leggeri labirinti che in maniera sempre armonica enfatizzano paesaggi fiabeschi, sognanti e musicali. Paesaggi in cui c’è posto per i sogni, per i ricordi, per le tenere icone dell’infanzia di una volta, quando la felicità consisteva nell’ascolto di una bella fiaba o nell’immaginazione di realtà lontane. Atmosfere sospese dove può succedere di tutto.
Quando si osservano i quadri di Ivan, si è rapiti dalla calma delle immagini astratte, dalla maestria del pennello che traccia piani di colori che emergono lentamente. Piano piano ci si rende conto della molteplicità di soggetti e personaggi, dell’eccentricità nascoste in quegli strati di colore.
I suoi quadri parlano di tante cose e raccontano di un’arte vissuta con impegno sincero e continuo, l’unico capace di dar vita ad opere originali, semplici e complesse allo stesso tempo, dallo stile inconfondibile.
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