“Brutti e Cattivi” di Cosimo Gomez alla Biblioteca Gianni Rodari

Lunedì 9 aprile alle ore 17 presso la Biblioteca Gianni Rodari in via Francesco Tovaglieri 237/a (Tor Tre Teste) ci sarà la proiezione del cortometraggio “Via Balilla” alla presenza del regista Marco Polimeni. A seguire “Brutti e Cattivi” di Cosimo Gomez.

“Via Balilla”  è un micro-documentario su Via Balilla, una piccola via nel multietnico quartiere Esquilino a Roma, dove ogni estate gli abitanti organizzano spontaneamente una festa di vicinato aperta anche a chi ci capita per caso. Premiato come miglior cortometraggio al Festival “Mamma Roma e i suoi quartieri 2016”.

Non è una sorpresa che il film di Cosimo Gomez, esagerato già nei cartelloni e in come trucca i suoi attori, sia il film sorpresa di questa stagione italiana. Brutti e Cattivi arriva a Venezia (nella sezione Orizzonti) mentre il festival volge alla chiusura e porta un colpo di genere e demenziale molto atteso, con una storia di rapine, fughe e inganni tra la periferia e la parrocchia. La versione paradossale delle ambientazioni del solito cinema italiano.

Eppure il dettaglio meno consueto e prevedibile di Brutti e Cattivi non è il look assurdo dei personaggi (quello è semmai il più godereccio) quanto il rapporto particolare e malato che questi hanno con la religione. Non la religione istituzionale ma quella dei culti periferici, tra il deviato e l’improbabile, versioni deformi delle vere religioni nate e fiorite ai margini della società, in quelle che sono vere e proprie discariche umane.

Sembra insomma il medesimo bacino umano marginale in cui si muovono le gemelle di Indivisibili, quei posti in cui si mescolano l’immigrazione straniera e la disperazione nazionale, però qui all’insegna del ridicolo.

In Brutti e Cattivi i preti raccolgono le speranze e le canalizzano in culti personali per dominare i propri fedeli e se Indivisibili aveva quasi timore di questi personaggi per quanto sono abietti, a Cosimo Gomez invece quest’umanità che mescola immigrati, storpi, fattoni e nani come fossero una comunità fa ridere per quanto è kitsch.

E del resto tutto il film gioca con il cattivo gusto, ne abusa per i suoi fini, per far ridere e per dare credibilità all’assurda casualità che domina la storia.

 Emanuele Merlino

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