

Dedicato a Vittorio Veltroni, uno dei padri della televisione italiana, morto a 37 anni. Nostalgia di un padre mai conosciuto
“Raccontare è vivere. Io ho avuto poco tempo e posso dire di averne dedicato la gran parte a raccontare qualcosa. La nostra vita, nella memoria, è come una città fatta di palazzi, i ricordi, che già conosci. Li hai dentro di te perché li visiti costantemente. Se per troppo tempo non vai a trovarli finiscono con lo sparire, risucchiati dall’oblio che qualunque cosa corrode e inghiottisce. Ogni tanto dei flash, provocati da un odore, da un incontro, da un foglio dimenticato, fanno spuntare, nel paesaggio della città vissuta, un nuovo edificio, che rende la pianta urbana più affascinante e misteriosa” (W. Veltroni, Ciao, Rizzoli 2015, pp. 204).
Il 26 luglio del 1956 moriva, a Roma, all’età di 37 anni, Vittorio Veltroni, uno dei padri fondatori della televisione italiana, autore di programmi popolari e scopritore di talenti destinati ad entrare nella storia dello spettacolo e del costume dell’Italia repubblicana.
La causa della sua morte fu individuata nella “mielosi eritremica acuta”, rara malattia degenerativa avente caratteristiche simili alla leucemia ma che, al contrario della leucemia, aggredisce i globuli rossi, invece dei globuli bianchi. Walter Veltroni, secondogenito di Vittorio, aveva allora appena un anno, con la conseguenza che crebbe: 1) senza aver potuto conoscere il proprio padre, e 2) con il sempre più forte e acuto desiderio, almeno a far data dalla raggiunta fanciullezza e fino alla piena maturità, di ricostruire la figura paterna, la sua breve parabola terrena, i tratti della sua personalità, tanto nella sua individualità quanto nella sua socialità e professionalità.
Prodotto di questo desiderio e, ancora di più, di questa “nostalgia di un padre mai conosciuto”, è rappresentato dalla lunga, pluridecennale ricerca operata dal figlio che, attraverso documenti, carte, lettere, filmati e testimonianze orali e scritte di familiari, amici e collaboratori del padre, è approdata, infine, alla stesura di questo bello e commovente libro che ha per titolo un semplice “Ciao”, nel contempo paterno e filiale.
Un libro che si legge – ma sul serio, senza alcuna retorica – tutto d’un fiato, quasi fosse veramente quel “romanzo” che, scritto sulla copertina del libro, l’autore ci suggerisce di ritenere. Ma, sebbene si presenti come “romanzo” (opera, cioè, di fantasia ed immaginazione) esso tale non è, né vuole esserlo. Potrebbe piuttosto essere definito “diario intimo”, considerata la rilevante e inevitabile e dilatata presenza che occupa, nella narrazione, l’auto-ritratto di Veltroni figlio.
Sembra quasi che il figlio abbia voluto, attraverso la ricostruzione della biografia e dell’opera paterne, andare alla ricerca delle proprie radici, delle motivazioni e delle cause profonde che lo hanno indotto a fare determinate scelte, ad intraprendere alcune strade invece di altre, a registrare con orgoglio conquiste e realizzazioni e a prendere atto, con amarezza, di involontari e malinconici insuccessi.
Quanto c’è, quindi, di Walter Veltroni nell’immagine che egli faticosamente costruisce del proprio padre, e quanto vorrebbe vi fosse (o avrebbe voluto vi fosse stato), di Vittorio Veltroni, nella personalità e nelle vicende biografiche che hanno contrassegnato la carriera dell’autore? In questa domanda (che il lettore farà fatica a decifrare tra le righe e le pagine del libro) è compendiata la dimensione umana e personale di “Ciao”.
Ma, oltre agli aspetti intimi e familiari, destinati ad attrarre l’interesse dei lettori da un punto di vista sentimentale, ci sembra altrettanto importante sottolineare, del libro, quegli aspetti che concernono la più vasta dimensione storica e sociale che la figura e la breve vita di Vittorio Veltroni ha avuto modo di toccare e di attraversare. E’ la storia di un giovane formatosi durante il fascismo e nelle sue organizzazioni giovanili, entrato giovanissimo all’EIAR (l’ente progenitore della RAI), qui impostosi come valente radiocronista e inventore di rubriche radiofoniche e successivamente (a causa della guerra e della conseguente presa di coscienza delle contraddizioni insite nel regime) approdato alla Resistenza. Una storia, fino a quel punto, comune a tanti giovani divenuti adulti nel tragico periodo bellico.
Molto più interessante e importante, per Vittorio Veltroni e per il suo ruolo nel mondo delle comunicazioni e dello spettacolo televisivo, è il decennio successivo alla fine del conflitto; è il periodo della ricostruzione e del passaggio dell’Italia da nazione ancora prevalentemente agricola a paese fortemente industrializzato. Veltroni si afferma come dirigente RAI, come ideatore di popolari rubriche radiofoniche, come scopritore di nuovi talenti (da Alberto Sordi a Mike Buongiorno) e, dal 1954, come direttore del primo telegiornale. Una carriera folgorante e improvvisamente troncata da un male allora incurabile.
E’ la storia di un intero Paese che, pian piano, emerge con prepotenza attraverso le vicende umane e professionali di un giovane padre (Vittorio) e che, a distanza di quasi sessanta anni dalla sua morte, un figlio ormai sessantenne cerca di far rivivere al lettore di oggi, ricorrendo alla propria memoria, alle memorie degli amici del padre, a ritagli fotografie filmati e immagini. Il tutto attraverso il filtro della tenerezza e della nostalgia.
Walter Veltroni, Ciao, Milano, Rizzoli, 2015.
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