Comunità di S.Egidio contro pena di morte, al Teatro Tor Bella Monaca

Il 2 dicembre un'iniziativa cui sarà presente l'ex-condannato afroamericano Billy Moore. Scichì (Comunità S.Egidio): la pena di morte non è un deterrente
di Massimiliano Napoli - 29 Novembre 2008

Forse non tutti sanno che uno dei più grandi valori promossi e trasmessi dalla Comunità di Sant’Egidio – associazione di laici della Chiesa instancabilmente al fianco di chi “cerca e chiede un senso nella vita” – è quello della pace. Una pace che la Comunità insegue non solo nella quotidianità, ma anche attraverso una serie di iniziative come quella di martedì 2 dicembre al Teatro Tor Bella Monaca (ore 16.30) e intitolata “Voci e testimonianze contro la pena di morte nel mondo”.

Questo mini-evento si inserisce all’interno di un percorso socio-politico che la Comunità sta portando avanti ormai da 5 anni: l’unione di tutte le città del mondo contrarie alla pena di morte. Domenica 30 novembre, infatti, la Comunità aprirà ufficialmente la Giornata Mondiale “Città per la Vita Città contro la Pena di Morte”, che quest’anno coinvolge ben 50 capitali e più di 900 località in tutto il globo, portando in giro storie, dati sulla pena di morte, iniziative internazionali e nazionali e soprattutto testimoni coinvolti. Ex-condannati, colpevoli e innocenti, racconteranno le loro esperienze e insieme ai collaboratori di Sant’Egidio e alle personalità presenti, cercheranno di togliere ogni velo di legittimità, ogni significato, ogni pregiudizio, intorno ad una pratica che – per ricordare le parole di un ex-condannato a morte, Billy Moore – “non è mai la risposta giusta”.

Ecco perché martedì 2 dicembre il Teatro Tor Bella Monaca sarà prima di tutto un luogo di ascolto. Perché solo ascoltando la realtà possiamo farci un’idea su chi siamo e su cosa è giusto e cosa sbagliato. Sarà una giornata che resterà impressa in molti come un’occasione unica per comprendere sé stessi, mentre si comprende «l’altro». Perché a volte occorre cominciare dagli altri per giungere a noi: il principio è quello della differenza, che la linguistica e la semiotica vantano, secondo cui due elementi esistono perché diversi e opponibili.

Molti di noi non conoscono nulla, e quel poco che sanno gli viene fornito (qualcuno dice anche ‘somministrato’) dai mass-media: filtrato e costruito più dai manager delle vendite che dai giornalisti. E così finiscono per farsi un’idea di «mondo» che solo a grandi linee è reale; una realtà fittizia che cela tutto ciò che non possiamo/dobbiamo sapere.

La sfida che lancia la Comunità di Sant’Egidio è invece quella di cominciare ad ascoltare, a capire e a toccare la realtà, conoscere i personaggi, ri-costruire una nuova realtà. Ci vuole coraggio per farlo.

“Martedì 2 dicembre – commenta Renata Scichì, responsabile della Comunità di Sant’Egidio per il Municipio VIII di Roma – avremo la fortuna di conoscere Billy Moore, un afroamericano che è stato quasi venti anni nel braccio della morte, ed è un colpevole. Quando era ragazzo ha effettivamente ucciso una persona. Dopo aver ottenuto la grazia è uscito ed ora è un uomo completamente trasformato dall’esperienza vissuta. Lui racconterà perché nel carcere per vivere e per continuare a vivere – cioè, per non perdere la propria umanità – ha cominciato a pensare agli altri. Questo cambia completamente l’idea che chi commette un delitto efferato debba essere per sempre ancorato a quel momento”.

E Tor Bella Monaca è un quartiere dove c’è davvero bisogno di capire quanto è importante non perdere la propria umanità – ‘perdersi nel mondo’, direbbero gli etnologi. “Noi conosciamo i ragazzi che sono stati protagonisti delle recenti aggressioni a Tor Bella Monaca – ricorda Scichì – e alcuni di loro, dopo quello che è successo, hanno cominciato a frequentare alcuni momenti con noi, ad esempio di aiuto ai bambini… purtroppo però c’è un clima che tende a fare un ritratto di loro del tutto diverso dalla realtà (li hanno descritti come irrecuperabili e non è vero). Quello che dobbiamo fare, quindi, è cambiare questo clima. Ad esempio, da anni si sa che in questo quartiere quando si compiono diciotto anni si fa una specie di rito che è il ‘pestaggio dello straniero’; non è il caso dei ragazzi che ho citato prima, ma comunque esistono anche queste derive. La sfida dunque è quella di stare accanto ai giovani”.

E per quanto riguarda la pena di morte, un tema profondo e difficilmente interpretabile, “è un’eredità del passato”, prosegue Renata Scichì. Il luogo comune, o il pregiudizio, sono sempre in agguato in questo ambito, “ma oggi si è innescato un meccanismo che non avrà possibilità di ritorno. Siamo passati, dagli anni 70 a oggi, ad una maggioranza schiacciante di Stati che hanno abolito la pena capitale; questo significa che c’è un movimento mondiale che comincia a recepire il concetto che la pena di morte non è un deterrente”.

Questo è il punto chiave, che questa iniziativa vuole sottolineare attraverso testimonianze e dati statistici: “abolire la pena di morte non significa abolire la pena – prosegue Scichì – ma esiste un diritto alla vita”. E a chi pensa che sia giusta e legittima la Comunità risponde a suon di numeri: in Canada, ad esempio, da quando non c’è più la pena capitale i reati gravi sono aumentati molto meno che in USA (dove continuano a crescere, insieme ai reati minori). Questo è solo un caso che la Comunità mette in luce, ma esistono ricerche simili anche in altri Stati.

Dal 1970 ad oggi i Paesi che hanno abolito la pena di morte (‘de iure’ e ‘de facto’, cioè sia al livello giuridico che di fatto) sono passati da 55 a 141. Ma c’è un dato interessante da rilevare: oltre l’Europa, il secondo Continente (completo, per intero, senza cioè Stati che eccepiscono) che si avvia all’abolizione della pena capitale è l’Africa. Di fatti l’ultimo Paese che ha abolito “de iure” la pena di morte è stato il Borundi, poco più di una settimana fa, ed è un Paese che notoriamente si trova in una situazione di violenza enorme, che sta sull’orlo di una guerra civile. “Il fatto che in un Paese (e un Continente) così si riesca ad arrivare ad una abolizione della pena di morte – conclude Renata Scichì – indica che la volontà è molto diffusa”. Insomma: il diritto alla vita sta vincendo.


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