Cronache di Frontiera, l’ultima puntata su Sky Tg24 nella periferia romana

Ad un mondo nuovo oltre ogni frontiera. In bilico su un filo di speranza ma vicina al baratro
di Ilenia Puggioni - 2 Novembre 2015

La quarta e ultima puntata di “Cronache di frontiera” (andata in onda mercoledì 21 ottobre) è un mix tra il detto e il non detto nel classico intreccio tra storie di vita ai margini, presentate nello stile tipico di Sky Tg24.

Nel melting pot di culture e religioni, stili di vita e tradizioni, le voci dei protagonisti si fondono in un unico coro di periferia.

Dall’imprenditore italiano disoccupato allo straniero poco integrato, dall’islam al cattolicesimo, dalla politica al degrado, dalla disperazione all’esasperazione, tanti temi sono stati toccati, alcuni più evidenti di altri, riassunti in un collage finale che conclude la docu-serie di Sky (disponibile in streaming).

Ciò che in definitiva appare è un cinismo tipicamente italico di fronte a ciò che forse dovrebbe essere accolto con compassione e pronta reattività. Sì, forse. Ma forse ci trovimo dentro una situazione più grande di noi, in cui la testa, la disperazione, la fame e l’esasperazione viaggiano più velocemente del cuore e della compassione.

È raggelante la naturalezza con cui accettiamo che i fondali dei mari, che sono anche i nostri, siano ricoperti da cadaveri che puzzano di malsana politica, di squilibri sociali e di un inseguimento senza risultato al carnefice. Non troviamo un preciso carnefice perché in realtà sono troppi, ma ci rimane solo da parlare delle vittime di questo agire mondiale nei dibattiti dei salotti televisivi o durante un pranzo in famiglia. Ormai sapere che un uomo muore mentre attraversa il deserto, che un bambino su un gommone non vedrà mai più la luce tra le braccia strette della madre, o che una donna priva di vita viene gettata dal barcone perché il suo corpo morto pesa, non ci smuove più di tanto. Ci siamo abituati, e questo fa paura.

Forse essere così cinici serve a molti per sopravvivere, per provare a difendere un territorio violentato, ma la lotta che vien fuori dalla voce dei più  non è nei confronti dei disperati fuggitivi dei barconi, corollario del marcio che sta all’apice, ma nei confronti proprio di chi questo fenomeno non lo sa gestire. Il risultato è quindi una pessima integrazione in una gara tra disgraziati.

ANDREA “I disperati sul barcone sono disperati sul barcone come tra un po’ ci vado pure io, perché se stasera mi dici che pagando mille euro mi metti su un traghetto e mi porti in un paese dove mi danno 2000 euro per lavorare e una casa, io vengo subito, credente e stupido come sono ci casco pure io […] ma non mi dite che in Italia la colpa è degli stranieri, la colpa è la nostra. Se i criminali stranieri lavorano in talia è perché i criminali stronzi italiani glielo permettono”.

Andrea Cronache di Frontiera

Dar Ciriola

ABDERRAZAK (Imam) “Vengono a Lampedusa e che ne so chi sono? – riferito alla reazione degli italiani – Una volta quando venivano sapevamo che erano bravi e avevano bisogno di sopravvivere, la gente gli dava una mano […] la gente oggi ci pensa due volte prima di aiutare, magari aiuti un terrorista, uno cattivo, la gente era più spontanea ad aiutare prima”.

KAMAL “L’ospitalità è una responsabilità da tutte e due le parti. Lo straniero che riceve un aiuto lo deve restituire”.

MATTIA “Agli americani abbiamo permesso di fare le basi NATO in cambio del McDonald’s, dell’Adidas, della Nike, noi gli abbiamo permesso di distruggere la nostra cultura, le nostre radici. Poi vengono gli stranieri con un barcone e – loro – ci hanno invaso, non è logica come cosa”.

A Tor Bella Monaca gli italiani come AGOSTINO sono costretti a fuggire, abbandonare il luogo in cui hanno dato per la prima volta un calcio ad un pallone, in cui hanno vissuto l’infanzia e l’adolescenza amando il loro quartiere. Quella stessa periferia tanto amata ora li prende a calci proprio come dei palloni, costretti a rotolare altrove per ricostruire un domani, trovare una nuova casa in cui non dover avere più paura di essere sfrattati e in cui vivere con serenità fino alla vecchiaia, magari.

Uno dei pochi fattori che unisce tutte le etnie di questo mondo è l’amore per figli, espresso in maniera differente a seconda delle abitudini e della cultura ma pur sempre amore incondizionato capace di smuovere una montagna.

Vediamo quindi genitori attraversare il mondo, altri togliersi il pane di bocca per i figli, lavorare duramente, suicidarsi spesso perché non in grado di garantire loro la felicità, mamme abbandonare i figli nelle mani di matrigne migliori, sacrifici per pagare gli studi universitari.

SHOSHI “La differenza con la cultura italiana la vedo molto perché comunque vedo molti padri che portano le figlie o i figli a giocare però personalmente vedo pochissimi padri bengalesi che portano i figli a fare un giro o una partita a calcio […] Anche mio padre mi vuole tanto bene ma non l’ho mai visto venire da me e dirmi andiamo a fare un giretto in bici per esempio”.

ABDERRAZAK “ Il lavoro ruba troppo tempo alla nostra vita, se i genitorin fanno anche due lavori al giorno come fanno a stare tanto tempo con i figli. Io sto crescendo mio figlio umanamente, cerco di aiutarlo, non lo abbandono mai, pure quando sbaglia”.

REGINA “Almeno ai miei figli sono riuscita a dare la metà di tutto quello che io non ho mai avuto, perché tutto non si può dare. La mia casa è dove sono i miei figli”.

VERA “ I miei figli vivono come italiani veri, anche perché sono italiani, non mangiano cibo albanese”

Tra chi vuole integrarsi e chi si vuole ghettizzare, tra chi è italiano e chi si sente tale e tra chi non ne può più dell’Italia  si conclude la missione di Sky. I tempi televisivi non hanno permesso di dire tutto e tra un copia e incolla tra le toccanti storie presentate, molte storie e vicende sono state tagliate. Cronache di frontiera è stata comunque in grado di farci percepire l’aria pungente della periferia italiana.

Ad un mondo di regole, di rispetto, di giustizia, di pace, di belle tradizioni, di speranze. Ad un mondo nuovo.

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