Dal set di Pasolini all’altare del carcere. Con Don Santoro nel cuore

Incontro con Luigi Barbini, diacono permanente nel carcere di Rebibbia
Davide Dionisi - 19 Giugno 2019
Abitare A Settembre 2019

Per gentile concessione riportiamo qui di seguito un interessante articolo di Davide Dionisi apparso oggi su L’Osservatore Romano

Dall’interpretazione di Giacomo di Zebedeo all’altare del carcere passando per uno dei martiri del nostro secolo, Don Andrea Santoro. E’ la sintesi di un cammino vocazionale, quello di Luigi Barbini, che parte proprio dal “maestro” bolognese e si dipana lungo i corridoi degli istituti di pena in qualità di diacono.

Le sue tasche sono sempre piene di caramelle di diversi gusti: “E’ un trucco che mi ha insegnato un sacerdote quando ero piccolo” esordisce. “Abitavo a Tor Pignattara, una delle periferie più difficili di Roma. Per farci andare a messa e frequentare la Parrocchia di zona (San Barnaba ndr),  Padre Fortunato ci regalava dolci e ci consentiva di assistere alla proiezioni di film nel cinema di zona”.

Il tocco dei suoi ricordi è assieme lieve e molto puntuale nel ricordare anche il contesto dove è cresciuto, attraverso amicizie, storie, film, passando per il primo dei due episodi che gli hanno cambiato la vita: “Era il 14 aprile 1964. Alle tre del pomeriggio ero su una moto fermo a ridosso di Porta San Sebastiano. Mi si avvicinò una Giulietta all’interno della quale c’era Pasolini. Mi fissò e mi disse che stava cercando un volto esattamente come il mio. Rimasi perplesso ma non mi scomposi. Senza esitare, mi chiese di seguirlo e insieme arrivammo agli Studi De Paolis di Via Tiburtina.

Da lì cominciò la mia carriera di attore”. Pasolini lo scelse per interpretare Giacomo il Maggiore nella pellicola Il Vangelo secondo Matteo. Quasi un segnale di ciò che avrebbe fatto nella sua seconda vita, tenuto conto che Giacomo appartiene, insieme con Pietro e Giovanni, al gruppo dei tre discepoli privilegiati che sono stati ammessi da Gesù a momenti importanti della sua vita. E come lui, Don Luigi (così lo chiamano i suoi amici detenuti) ha dimostrato prontezza ad accogliere la chiamata del Signore, l’entusiasmo nel seguirlo e la disponibilità a testimoniarlo con coraggio.

Ma torniamo al cinema: “Da quell’incontro è stato un crescendo. Sono stato tra gli interpreti de Le belle famiglie di Ugo Gregoretti La sfida dei giganti di Maurizio Lucidi, Capriccio all’italiana (uno degli episodi), Teorema,  Medea e Porcile di Pasolini, Barbagia di Carlo Lizzani e La sciantosa di Alfredo Giannetti. Poi i fotoromanzi e ho concluso con mia moglie”.

La sfida del set, lascia il posto alla quella sentimentale perché la futura compagna della sua vita non era per niente disposta a stare con un attore. “Perciò sono diventato assicuratore, mi sono sposato, sono diventato papà ed ho cambiato casa” ci spiega Barbini. Da qui ha inizio la seconda vita: trasferimento in un quartiere romano di periferia ancora in costruzione, Verderocca, e qui l’incontro con Don Andrea Santoro, il sacerdote fidei donum della diocesi di Roma, ucciso nella chiesa di Santa Maria a Trebisonda (Trazbon), in Turchia, il 5 febbraio 2006.

“Era una domenica di agosto” ricorda Barbini “Non conoscevo bene la zona dove eravamo andati ad abitare e così di buon mattino andai a cercare una chiesa per andare ad assistere alla messa. Incontrai per caso un sacerdote e gli chiesi dove avrei trovato un luogo per andare a pregare”. Barbini ricostruisce quei momenti con dovizia di particolari perché ancora oggi li interpreta come la sua “Damasco”. “Lui era Don Andrea” riprende. “Si presentò come il nuovo parroco di zona anche se non c’era ancora un edificio. La parrocchia siamo noi, mi disse e mi chiese di chiamare i condomini del mio palazzo perché di lì a poco avrebbe celebrato. Dove? Gli chiesi. E lui: A casa tua”.

Nacque così un legame solido tra i due fino a diventare una autentica amicizia. “Ebbe un incidente proprio all’inizio della Quaresima e mi chiese di aiutarlo ad imporre le Ceneri. Nei mesi successivi continuò a chiedermi: Perché non fai questo? oppure Perché non ti occupi di quest’altro? Fino a quando non mi parlò del diaconato permanente. Mi informai e scoprii che si trattava di un ministero istituito nei primi secoli della Chiesa ma ripristinato con il Concilio Vaticano II, che ad esso potevano aspirare uomini anche sposati e che consentiva di distribuire la Comunione, amministrare l’Estrema Unzione e perfino benedire il matrimonio. Cominciai a studiare Teologia fino a conseguire tre dottorati. Nel 1996 venni ordinato dal Card. Ruini”.

E il carcere? “Fu sempre Don Santoro ad avviarmi a questa nuova esperienza pastorale. Mia moglie era catechista e un giorno chiese ai suoi ragazzi di scrivere lettere e realizzare disegni per i detenuti di Rebibbia. Glieli avremmo spediti di lì a poco. Don Andrea, invece, mi propose di andare nella Casa di reclusione a consegnarli personalmente e a conoscere questi fratelli sofferenti. Non me ne sono più andato”. Don Luigi parla poi del suo impegno quotidiano nel carcere romano: “Ho imparato negli anni che il diacono è un collaboratore anche dell’annuncio della Parola di Dio. Da qui l’importanza del suo ruolo quale evangelizzatore. Inoltre offre alla Chiesa la possibilità di contare su una persona di grande aiuto per i compiti pastorali e ministeriali” spiega Barbini e aggiunge: “Figuriamoci quanto una figura così possa essere importante nell’accompagnare chi è dietro le sbarre”.

La giornata del diacono segue gli stessi orari del carcere: “Entro alle 9, proprio quando vengono aperte le celle. Mi intrattengo con loro per diverse ore, soprattutto con i più anziani. Come ho già detto, sono cresciuto nella periferia romana più agitata (eufemismo) e quindi lungo questi corridoi ho incontrato gente conosciuta fuori”. Don Luigi ha un approccio vincente da lui stesso collaudato: “Non mi fermo mai a parlare con loro in un luogo chiuso. Preferisco chiacchierare all’aperto e, se le condizioni meteo non lo consentono, invito i ragazzi a camminare e farsi un passeggiata. Ho visto che così si sentono più liberi di esprimersi e i rapporti si consolidano”.

Ma chi è il diacono per i detenuti? “Soprattutto un amico, una persona che parlerà con loro anche dopo aver scontato la pena e che ha, in parte, gli stessi problemi. Un esempio? Si confidano svelando retroscena del loro rapporto con mogli, figli, fidanzate e compagne. Gli rispondo che anche io soffro molto perché mia figlia vive all’estero e la vedo molto poco”. E a proposito di famiglia e carcere, Barbini ha anche scritto un volume di trecento pagine sulla “Pastorale familiare e cura dei legami affettivi e genitoriali in regime di detenzione” (Edizioni Cantagalli).

“La famiglia è fondamentale” ripete come un mantra. Tra i suoi ricordi più belli c’è la concelebrazione in una parrocchia romana con San Giovanni Paolo II e la visita di Papa Francesco proprio nella sua Rebibbia nel 2015. Nell’occasione servì il Pontefice sull’altare e lo accompagnò nel rituale della lavanda dei piedi. “Fu un momento straordinario. I detenuti ne parlano ancora. Le sue parole lasciarono il segno”. Don Luigi non trattiene l’emozione ogni volta che parla dei suoi ragazzi: “La cosa che più mi fa male è vederli uscire, una volta terminata la pena, con un sacchetto grigio dell’immondizia che contiene gli effetti personali e recarsi alla più vicina stazione degli autobus con i soldi necessari per acquistare il biglietto. Senza una meta, senza un progetto, senza un futuro”.

E cosa fanno prima di lasciare il carcere? “Mi vengono a cercare e mi dicono Don Luigi, prega per me perché non ricada in tentazione”. Il diacono mette le mani in tasca per cercare l’ennesima caramella da regalare. Questa volta la mangia lui per nascondere la commozione e prima di congedarsi mi chiede: “A proposito, ne vuole una?”

 

Davide Dionisi


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