Delitto via Poma, venti anni dopo, una mini-serie

Una pioggia di polemiche si è abbattuta sul regista e sui protagonisti della fiction
di Maria Giovanna Tarullo - 9 Agosto 2011

Due foto contrapposte, un unico soggetto. Una giovane ragazza dalla folta chioma bruna, indossa un costume da bagno di un bianco candido e sdraiata in riva al mare fissa intensamente l’obiettivo.
La somiglianza tra le due ragazze ritratte sembra essere davvero labile, un solo particolare le distingue: quella pellicola sbiadita che racchiude la triste storia di un delitto fatto d’inchieste e misteri, tanto da cambiare per sempre il modo di concepire la cronaca nera nel nostro paese.

In bianco e nero lei la ventenne Simonetta Cesaroni uccisa il 7 agosto 1990 con ben 29 coltellate all’interno del centralissimo condominio di via Poma, dove lavorava come segretaria presso l’associazione italiana alberghi della gioventù. Mentre piazzata al suo fianco con le medesime esembianze l’attrice Astrid Meloni, scelta per impersonare la ragazza nella mini-serie di Canale 5 diretta da Roberto Faenza.

Sono trascorsi ben 20 anni ormai dall’omicidio della giovane, un lasso di tempo infinito che ha visto susseguirsi indagini e colpi di scena, come il suicidio del portiere dello stabile Pietro Vanacore e la recente condanna, in primo grado, del fidanzato di Simonetta Raniero Busco.

Il delitto di via Poma ha rappresentato il primo di una lunga serie di fatti di cronaca seguito in maniera morbosa dai mass-media, cambiando in questo modo per sempre l’approccio degli spettatori con questi efferati episodi.

Proprio questo forse ha spinto Mediaset, non nuova a questo tipo di televisione del dolore, ad iniziare a lavorare alle riprese della serie casualmente il giorno dell’anniversario della morte della ragazza. Per rendere meno insidiosa la storia protagonista della vicenda sarà la sorella della vittima Paola Cesaroni (interpretata da Giulia Bevilacqua) che con l’aiuto di un fantomatico investigatore (Silvio Orlando) tenterà di far luce sull’omicidio.

Una pioggia di polemiche si è abbattuta sul regista e sui protagonisti della fiction, a cui è stato impedito di girare all’interno dello stabile di via Poma. Faenza si difende così dagli attacchi: «Sono cose che mi lasciano sgomento, dovrebbero essere contenti del nostro contributo.Per noi è un po’ una metafora del Paese, dove le verità non arrivano mai.»

La domanda sorge spontanea è giusto affidare la verità ad una fiction, stiamo parlando della vita spezzata di una ragazza che meritava ancora di sorridere come in quella foto al mare e squallido da parte di una produzione televisiva giocare con il dolore di una famiglia per conquistare qualche spettatore in più. Sopratutto chi permette ad un regista di improvvisarsi detective cercando di scoprire il colpevole attraverso un prodotto televisivo.

Cresce sempre di più la convinzione che presto ci sarà qualcuno che vorrà fare giustizia su Sarah Scazzi, Yara Gambirasio, Melania Rea e tantissimi altri casi che verranno. Possiamo confidare in un unica speranza quella che la gente capisca un buona volta le cattive intenzioni di tutti quei programmi televisivi e quei giornalisti che lavorano "per la verità", abbandonando quella strana malattia voyeristica di spiare nelle case altrui.

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