Disagiati psichici. Come Marco Polo, da Venezia a Pechino in treno

Per superare i confini (culturali) dell’incomprensione e dell’isolamento sociali.
di Nicola Capozza - 11 Novembre 2007

 Una allegra carovana di 209 persone da tutta Italia, fra cui l’Associazione “Immensa…Mente” del Sesto Municipio, porta dall’8 al 28 agosto 2007 nel mondo un vento di solidarietà e di inclusione sociale per le persone in difficoltà mentale.

“Il viaggio di scoperta non è quello di incontrare nuovi posti o nuovi paesaggi, ma di avere nuovi occhi”. Recita così una famosa massima di Marcel Proust.

Possiamo così riassumere il senso del viaggio che 208 persone (più un giornalista dell’Ansa), fra cui molti sofferenti mentali provenienti da tutta l’Italia, hanno effettuato dall’8 al 28 agosto u.s. con un treno speciale che li ha condotti, come Marco Polo, da Venezia a Pechino.

In questo speciale convoglio della “speranza e dell’inclusione sociale”, organizzato dal movimento trentino: “Le parole ritrovate”, hanno preso posto anche gli organizzatori e gli utenti dell’Associazione del Sesto Municipio di Roma: “Immensa…Mente”, guidati dal loro Presidente, Giovanni Fiori.

I partecipanti alla riuscitissima ed emozionante avventura, alla presenza di centinaia di invitati e rappresentanti delle istituzioni nazionali e locali, si sono ritrovati il 10 novembre sotto il tendone del Casale Garibaldi di via Romolo Balzani (Sesto Municipio).

L’incontro ha vuto lo scopo di ripercorrere, insieme ai cittadini del quartiere Villa De Sanctis e attraverso la proiezione di un film e di foto, la rappresentazione delle sensazioni, immagini e conoscenze affettive che hanno suscitato gli incontri con altre culture e altri gruppi di persone (anche) disagiate avuti durante il percorso; come pure raccontare dei colloqui intrattenuti con gli ambasciatori italiani a Budapest, a Mosca, in Mongolia e a Pechino, che hanno caratterizzato fra l’altro il viaggio, chilometro per chilometro, fino in Cina, passando per la Siberia.

Con quali occhi, per riprendere il pensiero Proustiano, i viaggiatori hanno dunque visto il mondo che scorreva veloce dai finestrini del treno, da una nazione all’altra, e con quale sguardo osservato le marcate diversità culturali della gente che incontravano durante le soste?

Per rispondere, facciamo parlare uno dei giovani al seguito della carovana, intervistato dal cineoperatore a bordo del vagone ferroviario: “Io divento matto quando mi trattano da matto”.

Ci sembra questa una battuta (ma non lo è) illuminante, la quale descrive benissimo lo stato d’animo delle persone sofferenti. Quello, cioè, di volere esprimere un sereno ma fermo richiamo alla società dei cosiddetti normali di non isolarli, di non escluderli o, nel caso più benevolo, di tollerarli, in quanto considerati, appunto, dei matti.

Si sa, lo diceva Nietzsche, nella solitudine, infatti, cresce la bestia interiore.

Giovanni Fiori, nell’aprire la manifestazione (che si è chiusa in serata con una cena sociale) ha, infatti, ribadito lo scopo dell’iniziativa del viaggio, le cui immagini sono state fra l’altro riprese da una troupe cinematografica sponsorizzata dal Ministero della Salute: far sentire i malati psichici soggetti protagonisti del cambiamento e non solo oggetti passivi di cure sanitarie e di ostracismo sociale; promuovere, inoltre, l’incontro con gli altri per scoprire se stessi, contrastando “lo stigma e il pregiudizio verso la malattia mentale”.

Il cronista, alla fine dell’incontro e mentre chiude questo articolo, si trova solo con se stesso cercando di trovare le parole giuste per cogliere il significato più profondo del messaggio che questi giovani e non giovani (compresi i familiari) stanno continuamente rivolgendoci, sballottati magari da una Asl all’altra e da una cura all’altra.

Essi, ne siamo sicuri, pongono una inquietante domanda generale (non specifica) a noi tutti: stiamo costruendo una società in cui c’è spazio anche per le emozioni, per gli affetti, per gli scambi relazionali per tutti? O, al contrario, per riprendere una definizione di Umberto Galimberti (filosofo e psicologo), andiamo invece incontro ad un consesso (poco) umano che rischia “l’analfabetismo emotivo e relazionale” a danno di tutti?

De Saint-Exupéry, l’autore del “Piccolo principe”, scriveva: “l’essenziale è invisibile agli occhi. Lo si vede bene solo col cuore”. E il cuore, aggiungiamo noi, è la forza anche della ragione.

Di più il povero cronista non è in grado di dire. Speriamo che altri possano dire (fare) di più e di meglio.

Nicola Capozza

Serenella

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