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E’ morto Gillo Pontecorvo, un grande uomo di cinema

Si è spento a Roma, a 87 anni, uno dei più grandi cineasti italiani

Ieri 12 ottobre, al Policlinico Gemelli, dopo lunga malattia, si è spento Gillo Pontecorvo, uno dei più grandi autori del cinema italiano. Aveva 87 anni.


La famiglia, d’origine ebraica, per i tre fratelli pisani  (Bruno, Guido e Gilberto) avrebbe preferito di certo un futuro di uomini di scienza. In effetti, Bruno, il maggiore, formatosi alla scuola di Fermi, fisico di fama internazionale lo è diventato davvero, sfiorando addirittura il Nobel; così come Guido, il secondogenito, rivelatosi un illustre studioso di genetica.  Non Gilberto (Gillo), il minore che, benché laureato in chimica, con un’attività giornalistica già intrapresa, venne presto “fulminato” da Rossellini “sulla strada del cinema”. Infatti, dopo aver visto Paisà, il giovane decise subito quale dovesse essere il suo mestiere: quello di mettersi dietro la machina da presa. Si trasferì a Parigi, divenne assistente di Allegret e cominciò il suo apprendistato.


Quando lo incontrammo anni fa a S.Giovanni, in una delle tante manifestazioni, rimase piacevolmente sorpreso nell’apprendere che, nella nostra collezione, figurava la cassetta de La lunga strada azzurra, suo primo lungometraggio. Un film del 1957, con Yves Montand, tratto da un romanzo di Franco Solinas, lo scrittore al quale fu sempre legato da grande amicizia.


In precedenza Gillo aveva realizzato alcuni documentari (Porta Portese, Pane e zolfo, Cani dietro le sbarre)  e solo nel 1956 aveva diretto Giovanna (episodio di un film a più mani intitolato La rosa dei venti), che narrava la storia di un’operaia durante l’occupazione di una fabbrica.


Dopo il primo film non ne fece tanti altri. Tutto si può dire di lui tranne che fosse un autore prolifico. Progetti tanti, quaderni pieni di appunti, sceneggiature, ma film realizzati pochi. Sei per l’esattezza, tutti col marchio d’autore. Opere che mettono a nudo gli orrori di quella che può essere considerata la sua triade: guerra-colonialismo-terrorismo, non senza il sacrificio o la redenzione.


Kapò (1959) è uno studio psicologico del rapporto carnefice-vittima all’interno di un lager nazista (perfetta la scelta di Susan Strasberg). Ma il film più noto, quello che gli vale il “Leone d’oro” a Venezia e riconoscimenti in tutto il mondo è La battaglia di Algeri (1966), una ricostruzione semi-documentaristica sulla guerra d’indipendenza algerina, dallo stile secco e asciutto e carico di tensione. Con Queimada (1969), Pontecorvo sposta il fenomeno del colonialismo nelle Antille agli inizi dell’Ottocento. Qui, come mai aveva fatto prima, mischia abilmente il tema ideologico con lo spettacolo popolare, al punto da farlo sembrare un film d’avventura. In questo caso, la scelta (felicissima) di Marlon Brando protagonista dà una mano anche al botteghino. In Ogro (1979), con uno splendido Gian Maria Volontè, il cineasta pisano, sullo sfondo della declinante dittatura franchista, descrive l’attentato dei baschi a Carrero Branco, nel momento in cui un “altro” terrorismo sta mettendo a dura prova il nostro paese.


A testimonianza del suo grande prestigio internazionale Pontecorvo, dal 1993 al 1996, è chiamato a dirigere la Mostra del cinema di Venezia.


Oggi, la Festa del cinema di Roma ha l’obbligo di ricordarlo. 

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