E’ morto Sergio Citti, genio cinematografico e popolare di Torpignattara

L'11 ottobre a Fiumicino, in povertà, malato, solo e quasi dimenticato

A 72 anni, portandosi dietro un tumore che da tre anni gli rendeva la vita impossibile, solo e senza aver ottenuto ciò che una vasta mobilitazione di intellettuali aveva richiesto due anni fa mediante una petizione alla Presidenza del Consiglio (cioè l’applicazione dei benefici della Legge Bacchelli), è morto l’11 ottobre, a Fiumicino, povero e quasi dimenticato, Sergio Citti. Fratello dell’attore Franco (anch’egli in pessime condizioni di salute ed economiche), Citti era nato e cresciuto tra Torpignattara, via della Marranella, il Pigneto, la zona di via Formia e la famigerata Borgata Gordiani. Era un nostro concittadino, Sergio Citti, un figlio di questi quartieri popolari, per i quali egli ha contribuito alla creazione di un’identità culturale. Lo ha fatto pur non avendo frequentato scuole né ottenuto titoli accademici e universitari, ma sulla base di un vasto patrimonio di conoscenze costruito autodidatticamente e grazie all’amicizia e alla collaborazione di un uomo che, per la periferia romana, ha rappresentato una sorta di “salvatore” dal vuoto spirituale che, fino a non molto tempo fa, le affliggeva: Pier Paolo Pasolini. Il grande scrittore e regista friulano non avrebbe potuto scrivere i suoi grandi romanzi degli anni cinquanta (“Ragazzi di vita” e “Una vita violenta”), se non avesse avuto, per la conoscenza della realtà sociale e linguistica delle borgate romane, la mediazione di Sergio.

Così scriveva Pasolini, pochi anni prima della sua morte, su Citti, dimostrando così per lui un’ammirazione intellettuale sconfinata: “Pongo Sergio tra Sandro Penna e Moravia. A Sandro Penna egli assomiglia per la totale e quasi santa libertà, l’anarchia assolutamente priva di aggressività, così naturale da non opporsi in alcun modo allo stato di vita degli altri (tutti schiavi!) come alternativa: a Sergio non salterebbe mai in mente di pretendere di offrirsi come esempio o di fare l’apostolato (ch’è sempre terroristico) della sua anarchia. A Moravia egli assomiglia per la rapidità dell’intelligenza e il pessimismo”.

Anarchia, intelligenza, pessimismo: sono questi i tratti che ricaviamo dalla sua opera, prima (negli anni cinquanta e sessanta), come collaboratore, sceneggiatore, coautore dei romanzi e dei film di Pierpaolo, a partire dallo straordinario “Accattone”, poi come autore in proprio di una sequenza di film eccezionali, nei quali e per i quali si potrebbe utilizzare l’espressione “surrealismo iperrealistico”.

Ricordiamoli questi film, alcuni dei quali autentici capolavori. A partire dall’esordio di Ostia (1970), storia di un amore fraterno insidiato da una donna-demone che Lino Miccichè definisce uno dei migliori esordi postsessantotteschi, a Storie scellerate (1973), intreccio di amori, castrazioni e morte nella Roma papalina raccontato da due condannati a morte, a Casotto (1977), che vince la sfida di un film tragicomico senza storia, girato tutto in un ambiente – un casotto di una spiaggia appunto –, di quelli attorno ai quali si organizzano serate di amici, a Duepezzidipane (1979), nostalgia dei tempi andati in un confronto amarissimo tra anni Cinquanta e Settanta, attraverso la vicenda di un figlio con due padri, a Il minestrone (1981), un viaggio collettivo dietro un’atavica fame, ai tredici telefilm della serie Sogni e bisogni (1983), orchestrati da Destino, Padreterno e Demonio, di cui occore citare almeno lo straniante-stralunato-struggente Verdeluna (interpretato da Roberto Benigni), a Mortacci (1989), sulla vita ambientata in un allegro cimitero, a I magi randagi (1997), toccante realizzazione del Porno-Teo-kolossal scritto anni prima con Pasolini, a Cartoni Animati (1998), triste apologo sui poveri impoveriti dal possesso, agli ultimi due: Vipera (2001), e Fratella e sorello (2004), storia di un’amicizia tra un poco di buono e un uomo mite e dolce, entrambi in carcere a causa di una donna.

Hanno lavorato per Citti, nei suoi film, grandissimi attori: da Gassman a Benigni, da Giannini a Proietti, da Placido a Mariangela Melato, da Noiret a Claudio Amendola, ma anche gli onnipresenti Ninetto Davoli e Franco Citti, che si portano dietro le stimmate popolari e periferiche di Sergio. Perché la cinematografia di Citti si può, a ragione, definire, con un esasperato ossimoro, “surrealismo iperrealistico”? Perché mentre le vicende, ambientate per lo più in situazioni del tutto fantastiche (l’oltretomba fa da sfondo, spesso, a vicende dagli sviluppi imprevedibili), sembrano costruite e animate dalla a-logicità dei sogni, i personaggi, al contrario, assomigliano moltissimo (in virtù della loro atavica fame, della povertà e del degrado morale e materiale delle loro condizioni di vita) a persone che è (ma molto di più, “era”, negli anni cinquanta e sessanta) possibile incontrare nelle grandi periferie urbane. Quindi non solo Roma è il teatro delle storie cittiane, ma ogni e qualsiasi grande metropoli dell’universo mondo.

I film di Citti contengono anche una propria morale: un’esortazione alla solidarietà tra diseredati ed emarginati, un incitamento alla non rassegnazione. Citti muore, nell’ottobre del 2005, in anticipo di un mese sul trentennale della morte di Pasolini, suo grande maestro-allievo ed amico. Roma e la periferia romana (ma anche il suo quartiere: Torpignattara) gli devono molto. Voglio sperare che le istituzioni (Comune di Roma e Municipio VI) sappiano ricordarlo in maniera degna e valorizzare la sua opera.

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