

Alla conferenza organizzata da "Abitare A", con la partecipazione di M. I. Macioti e di R. Mastrantonio
A dare il voto allo stato attuale delle periferie romane è stato Franco Ferrarotti, professore e sociologo emerito dell’Università La Sapienza di Roma, intervenuto alla conferenza del 20 gennaio organizzata da Abitare A, in occasione del ventennale del giornale (e grazie all’iniziativa dell’Istituzione Biblioteche di Roma "Leggere Roma"), a cui hanno partecipato numerosi cittadini, collaboratori del giornale, consiglieri di maggioranza e d’opposizione, il Presidente del VII Municipio e amministratori locali.
Ferrarotti ha affermato: “Al progresso socio economico delle vecchie borgate, non si sono accompagnate le strutture per un corrispondente progresso sociale e culturale. Nelle periferie stanno nascendo nuovi soggetti sociali, politici e culturali che devono poter avere strutture adeguate per esprimere le loro esigenze: serve un potere di gestione autonomo”. E ancora: “Senza poteri reali decentrati la periferia non acquisterà vera cittadinanza. Rischia di rimanere una cintura suburbana, ove prevale la tristezza. Per unire centro e periferia occorre allora costruire il territorio metropolitano, moltiplicando per questo i centri di aggregazione civile e di identità collettiva”.
“Alessandrino, Quarticciolo, Tor Tre Teste 20 anni dopo: la memoria urbana, i cambiamenti, il tentativo di superamento della dicotomia centro-periferia”. Il tema affrontato dalla conferenza era assai complesso per gli argomenti e per le problematiche che si porta dietro e che restano aperte nel prossimo futuro.
Ma anche se sembrava il titolo di una tesi di laurea in Ricerca Sociale, il (poeta e) direttore di “Abitare A”, Vincenzo Luciani, non ha esitato a proporla presso la Biblioteca “Gianni Rodari” di via Olcese.
Del resto l’argomento è oggetto di una specifica ricerca condotta dall’Università La Sapienza dalla professoressa Macioti (direttore del Master in Teoria e Analisi quantitativa), che nel corso dell’incontro ha illustrato il lavoro che sta conducendo con alcuni ricercatori sociali della Sapienza, i quali hanno utilizzato il “metodo longitudinale”, che in pratica significa ritornare dopo alcuni anni negli stessi posti per osservare i cambiamenti avvenuti nel frattempo.
Nel corso della conferenza è stato anche apprezzato il filmato “l’Acquedotto Felice, l’Alessandrino e il Quarticciolo oggi: nuovi centri, vecchie periferie” di Carlo Boni e Ilaria Scalmani, del Master in Teoria e Analisi qualitativa.
Il punto di partenza della nuova indagine è il noto studio più che trentennale del professor Ferrarotti “Roma da capitale a periferia” (1970) pubblicato da Laterza, un’opera che ha fatto scuola, non solo tra gli studenti, e che fotografava la situazione delle borgate di allora.
Era una Roma in prevalenza di proletari e sottoproletari immigrati (dal sud Italia, in genere) che svolgevano umili lavori e che vivevano (è un eufemismo) in baracche in mezzo alla sporcizia e ai topi di borgata.
Oggi i proletari, questa in sintesi la fotografia che appare scattata in questi primi anni del XXI secolo, sono diventati in massa proprietari di case (si spiega anche così l’abusivismo edilizio a macchia d’olio) e ceto benestante.
C’è ancora disoccupazione, specie giovanile e femminile, ma è disoccupazione da impiego, più che da lavoro. I lavori più umili e più faticosi, infatti, li fanno gli immigrati (del sud e dell’est del mondo, questa volta).
Le borgate sono diventate quartieri, molti nati con la legge 167, sorti però con gravi carenze di servizi, superate molto lentamente (e non in tutti) nel corso degli anni.
Si nota una palese carenza di spazi di aggregazione giovanile, i trasporti sono spesso insufficienti, così pure i servizi. Sono peggiorate le relazioni umane, la microcriminalità è abbastanza diffusa.
Insomma: “a Roma le borgate non ci sono più. Ma c’è ancora la periferia”, ha esclamato Ferrarotti. Il tentativo di unire la città rimane ancora tale, malgrado la buona volontà. Tutto questo non è sufficiente. Se è vero che la periferia è diventata centrale essa però non è ancora riconosciuta”.
Secondo il presidente del VII municipio Roberto Mastrantonio: “I cittadini sono sempre più consapevoli di avere delle istituzioni locali efficienti e c’è bisogno di un progressivo adeguamento dei poteri e delle risorse per i municipi. E’ ragionevole attendersi un ulteriore sviluppo delle loro competenze”.
La dicotomia centro-periferia resta però ancora evidente.
Lo ha confermato anche il direttore di Abitare A, rileggendo una sintesi dei titoli degli articoli del suo giornale di ieri e di oggi e richiamando l’attenzione sulla mostra di questi primi vent’anni (è visitabile ancora fino al 31 gennaio nella biblioteca Rodari in via Olcese), secondo il quale la separazione con il centro: “Vive nella coscienza della gente (più di 2 milioni circa di romani ci abitano nelle periferie), nei comportamenti (‘andare a Roma’ o ‘in centro’ è ancora un richiamo per i giovani e non, anche solo per andare al cinema, al teatro, ad un museo), nella offerta dei luoghi di aggregazione, specie giovanile (oggi si va al supermercato per sopperire alla loro assenza). Vive infine nella carenza di centri autonomi progettuali di cultura, anche interetnica e religiosa. Soprattutto il progetto della città policentrica che si disegna nel futuro non riesce ancora a scalfire lo zoccolo duro degli interessi di potere che si oppongono al decentramento amministrativo e decisionale a favore dei Municipi”.
“Questa testata”, ha ribadito il direttore di Abitare A, “continuerà a essere ‘faziosa’ a favore del decentramento reale e di maggiori poteri delle periferie. La periferia per ora abbozza e sopporta i numerosi disagi nei servizi essenziali, trasporti pubblici, viabilità, cultura, ecc. ma per quanto tempo ancora?”
Ferrarotti, rispondendo a una nostra domanda su alcune consonanze tra i conflitti sociali scoppiati nelle banlieues parigine dai giovani della seconda generazione di immigrati e le teorie esposte fin dagli anni trenta da ricercatori delle aree urbane della cosiddetta “Scuola di Chicago”, i quali preconizzavano proprio questo tipo di pericoli, ha voluto lanciare un segnale di attenzione.
“Anche qui, in Italia – ha riconosciuto il sociologo – non si possono escludere situazioni sociali di quel tipo soprattutto se non si apportano le dovute misure per favorire l’incontro e l’integrazione multietnica a partire dai giovani, eliminando quelle (non sempre) silenziose e subdole forme di razzismo che potrebbero fare da detonatore a possibili conflitti metropolitani nel prossimo futuro”.
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