Il bambino con il pigiama a righe

L’olocausto, dagli occhi di un bambino
di Alessia Maestà - 23 Dicembre 2008

Il film "il bambino con il pigiama a righe", tratto dal romanzo omonimo di John Boyne, è ambientato negli anni quaranta.
Bruno ha 8 anni e da grande vuole fare l’esploratore. Ma la promozione del padre, un militare nazista, lo obbliga a trasferirsi con la sua famiglia da Berlino in una residenza fuori città, nelle vicinanze di un campo di concentramento.
Nonostante gli ordini dei genitori di non allontanarsi dalla nuova casa, la noia di Bruno e la passione per “l’esplorazione” lo spingono a non seguire le regole e ad andare a curiosare in quella che lui credeva “essere una fattoria”. E lì che conosce Shmuel, il “bambino con il pigiama a righe” rinchiuso dentro il vicino campo di concentramento.
I due fanno amicizia e si parlano attraverso il filo spinato ma Bruno, non sa e non riesce a comprendere che tragedia ci sia realmente dietro quella condizione, al punto che la sua incoscienza di bambino lo porterà ad indossare un “pigiama” per entrare di nascosto nel campo della morte.

Il regista Mark Herman porta sul grande schermo un film sull’olocausto fuori dal comune. Un film in cui il “delirio” di quegli anni investe non solo la società ma anche la vita personale e familiare dei personaggi, disegnati con grande spessore e nessun luogo comune. Lo stesso Bruno, l’unico che sembrerebbe in grado di ribellarsi “all’intero sistema” diventa un bambino viziato e vigliacco quando deve prendere una posizione e difendere il suo amico Shmuel.
Un film coraggioso da mettere in scena e da vedere, ma che ci obbliga a ricordare la follia di un’epoca che ha lasciato una ferita profondissima nella storia tragica dell’umanità.

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