Il comandante e la cicogna, di Silvio Soldini

La giungla della città e le sue storie improbabili nell’ultimo suo film. Un ritorno al surreale di “Pane e tulipani”
di Francesco Sirleto - 21 Gennaio 2013
“Dove prende i bambini la cicogna? Per ogni individuo c’è un archetipo nella fiaba, basta cercarlo con sufficiente pazienza. Là si vede una bella che interroga lo specchio per sapere se è anche lei la più bella del reame come la regina di Biancaneve. … C’è quella che attraversa la giungla della città, come Cappuccetto Rosso, per portare alla nonna un pezzo di focaccia e una bottiglia di vino, e quella che si spoglia, per fare all’amore, con la noncuranza infantile e la mancanza di pudore della ragazza delle stelle che si sono trasformate in zecchini d’oro … Il principe ranocchio, che è uno snob incorreggibile, guarda di sotto in su, con occhi bramosi, la principessa e non può fare ameno di sperare che essa lo liberi dall’incantesimo” (T. W. Adorno, da Minima Moralia).   L’ultimo film di Soldini, Il comandante e la cicogna, non è stato accolto a braccia aperte e con corone d’alloro dalla critica ufficiale. Molti dei suoi rappresentanti si aspettavano, evidentemente, che l’autore, volendo rinverdire la gloria ottenuta dalla sua più celebrata opera e ricorrendo pertanto ad un analogo stile tra il surreale e il fantastico, potesse raggiungere quegli elevati medesimi livelli di accattivante intreccio e di perfezione formale che avevano caratterizzato il suo unanimemente celebrato Pane e tulipani, del lontano 1999.   Si capisce, di conseguenza, la delusione generale. Il comandante e la cicogna è, infatti, nulla di più che un film “buono”, godibile, a volte commovente a volte lezioso, qui e là gradevole, qui e là tedioso e prevedibile. Un’opera, comunque, che può incontrare il favore del pubblico. Ciò a causa, sicuramente, della bravura e dell’impegno dei suoi interpreti: da Valerio Mastandrea, nei panni di un idraulico vedovo e con problemi derivanti non solo dalla crisi economica, anche dalla gestione dei suoi due figli in età adolescenziale, una ragazza sedicenne alle prese con problemi legati al sesso e un ragazzo un po’ svagato (autistico?) tredicenne, amico di una cicogna di nome Agostina con la quale si intrattiene in mute (almeno da parte del volatile) conversazioni; ad Alba Rohrwacher, nelle vesti di una giovane artista, tenera ingenua e squattrinata, alle prese con la precarietà del lavoro e l’affitto di casa da pagare a fine mese. Il terzo personaggio centrale, ma forse quello più riuscito, è un misantropo e isolazionista Giuseppe Battiston (già co-protagonista, nelle vesti del detective dilettante, in Pane e tulipani) che, avendo trovato il modo di vivere decentemente ma modestamente senza lavorare, si dedica alla lettura di libri strani e d’argomento ecologico-scientifico, ma anche a rompere le scatole alla gente con domande troppo impegnative e imbarazzanti. Non bisogna dimenticare, inoltre, un comico e antipatico (per la sua arroganza e la sua volgarità, una sorta di fratello minore di Cetto Laqualunque) Luca Zingaretti, nei panni di un avvocato specializzato nella difesa ad oltranza di truffatori, assessori corrotti e concussori, palazzinari e spacciatori e quant’altro di peggio possa capitare di leggere sulle cronache nere e politiche (a volte coincidono) del Bel Paese.   Il surreale e il fantastico è rappresentato, oltre che dall’esistenza stessa dei primi tre strani (perché in fondo buoni, ma anche leggermente improbabili) personaggi, e cioè l’idraulico, la pittrice e il misantropo, anche dalla “straniante” atmosfera di una città che può essere una qualunque media città italiana, ma nel contempo sembra appartenere ad un altro mondo, un mondo che sembra la brutta copia (o forse è quella vera, essendo quella da noi creduta “vera” soltanto l’immagine sfocata del mondo della nostra infanzia e adolescenza) di quello esistente.   Altri elementi, più tradizionali, di “surreale” e di “fantastico” sono costituiti: dall’immagine della moglie (defunta) dell’idraulico Mastandrea, che entra ed esce dalla scena in funzione di “buona coscienza” e di richiamo alla realtà dei fatti per il povero vedovo, il quale si illude così di poter continuare ad intrattenere un rapporto quotidiano con la moglie scomparsa; dalle considerazioni morali e dai dialoghi fittizi e conflittuali che si sviluppano tra le statue presenti nella piazza principale della città, quelle cioè di Garibaldi (al quale è dedicata la piazza stessa), di Leopardi, di Leonardo (simboli, tutte e tre le statue, dei valori e delle glorie nazionali) e di un tal cavalier Cazzaniga, monumento, invece, alla protervia e alla corruzione dilagante nell’Italia della seconda Repubblica.   La trama è in effetti un po’ esilina, caratterizzata da tre distinte vicende che, ad un certo punto, s’intrecciano. La prima è quella costituita dall’amicizia ecologica, cementata dalla ricerca della cicogna scomparsa, tra il solitario Battiston e il tredicenne figlio dell’idraulico; la seconda dalla ricerca angosciante, da parte della giovane pittrice Alba Rohrwacher, di un lavoro per poter pagare l’affitto di casa; la terza è quella dell’idraulico Mastandrea che, al fine di cancellare la vergogna di un video porno (protagonista inconsapevole la figlia sedicenne ripresa a sua insaputa dallo stupido e infido fidanzatino) circolante sulla rete, si rivolge all’avvocato lestofante Zingaretti, il quale, in cambio gli chiede di firmare certe carte atte a salvare dalla galera un suo assistito.   Abbiamo notato, nel film, suggestioni provenienti da antiche pietre miliari della storia della nostra cinematografia, come Miracolo a Milano e la serie di Don Camillo; altre se ne potrebbero citare, considerata la vastità del genere nel quale l’ultima opera di Soldini pretende di inserirsi.

Consigliamo comunque di andarlo a vedere: non vi farà gridare al capolavoro, ma il divertimento è assicurato. 


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